Fisco

La prova dei costi di gestione disinnesca il redditometro

La prova dei costi di gestione disinnesca il redditometro
L’accertamento redditometrico rappresenta uno strumento statistico induttivo e che pertanto l’amministrazione finanziaria, dopo aver valutato le giustificazioni addotte dal contribuente in sede di contraddittorio, deve attenersi ai necessari principi di ragionevolezza al fine di pervenire a risultati convincenti e sostenibili

Il maggior reddito accertato con il redditometro deve essere tarato di volta in volta sulla base delle giustificazioni addotte dal contribuente in sede di risposta al questionario o in sede di adesione. Pertanto, se il diretto interessato dimostra che i costi effettivamente sostenuti per il mantenimento di un bene indicatore di capacità contributiva, come l’automobile, sono complessivamente inferiori alle risultanze redditometriche, il giudice tributario deve disapplicare lo strumento presuntivo e utilizzare la spesa effettiva ricostruita dal contribuente. Inoltre il vecchio accertamento redditometrico rappresenta un abuso del diritto poiché impone l’applicazione astratta di indici e coefficienti che determinano un valore presunto di reddito non supportato da ragionevolezza e duttilità. A queste conclusioni è giunta la sentenza 39/04/2013 della Ctp Torino.

A un contribuente è stato accertato, per gli anni 2006 e 2007, un maggior reddito imponibile, e dunque, maggiore Irpef e addizionali, sulla base della semplice applicazione dei coefficienti redditometrici a un’auto d’epoca immatricolata nel 1968 e a un’abitazione di sua proprietà.
In sostanza, la semplice applicazione dei coefficienti redditometrici aveva consentito all’ufficio di presumere, per il solo anno 2006, l’esborso di circa 28mila euro per il mantenimento della sola autovettura e di circa 7mila euro per quello dell’abitazione.

Il contribuente ha impugnato l’atto di accertamento in Ctp. In primo luogo ha contestato un errore di valutazione delle spese gestionali dell’autovettura e dell’immobile. In riferimento all’autovettura, il ricorrente ha dimostrato con documentazione allegata agli atti che il valore determinato dall’ufficio (di circa 28mila euro) per il suo mantenimento era privo di riscontro. Dall’anno 2000, infatti, la stessa autovettura godeva dell’esenzione dal pagamento del bollo perché iscritta nel registro delle auto d’epoca e che, dunque, il costo annuo effettivo del 2006 era stato pari a circa 400 euro.
Con riferimento, invece, all’abitazione, il contribuente ha dimostrato che le spese effettive sostenute per l’abitazione nel 2006 ammontavano a circa 3.500 euro (e non a 6.800 euro) e che, comunque, si trattava di un alloggio popolare in un piccolo centro.

Nell’accogliere il ricorso, la Ctp Torino ha precisato che l’accertamento redditometrico rappresenta uno strumento statistico induttivo e che pertanto l’amministrazione finanziaria, dopo aver valutato le giustificazioni addotte dal contribuente in sede di contraddittorio, deve attenersi ai necessari principi di ragionevolezza al fine di pervenire a risultati convincenti e sostenibili.
In questo modo il collegio si allinea al recente orientamento della Corte Suprema che ha equiparato il vecchio redditometro agli studi di settore (Cassazione, sentenza n. 23554/2012), ritenendo anche il primo uno strumento di accertamento standardizzato alla stregua dei secondi. Pertanto – osservano i giudici torinesi – l’accertamento redditometrico non può basarsi esclusivamente sull’operatività dei coefficienti e moltiplicatori ministeriali. Acquisisce, infatti, rilevanza soltanto in esito al contraddittorio obbligatorio, mediante il quale si realizza quel processo di adattamento degli standard alla situazione concreta del contribuente, così da integrare i requisiti di gravità, precisione e concordanza del meccanismo presuntivo adottato, e in assenza dei quali risulterebbe inutilizzabile ai fini accertativi.

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