Lavoro

La nuova disciplina sui licenziamenti tra reintegra e tutela risarcitoria

Il lavoratore ingiustamente licenziato può essere oggi, a seconda dei casi, reintegrato oppure semplicemente indennizzato sulla base del nuovo art. 18 dello Statuto dei lavoratori
Il lavoratore ingiustamente licenziato può essere oggi, a seconda dei casi, reintegrato oppure semplicemente indennizzato sulla base del nuovo art. 18 dello Statuto dei lavoratori

L’ordinanza del Tribunale di Milano del 28 novembre 2012 costituisce un primo importante passo verso l’individuazione di una ragionevole linea di confine tra reintegrazione e risarcimento nel sistema del nuovo articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, caratterizzato, appunto, da una differenziazione delle sanzioni.

Infatti, il lavoratore ingiustamente licenziato può essere oggi, a seconda dei casi, reintegrato oppure semplicemente indennizzato. La scelta tra le due diverse forme di sanzione non è rimessa alla mera discrezionalità del giudice. Nel licenziamento fondato su un inadempimento del lavoratore (giusta causa o giustificato motivo soggettivo), sarà disposta la reintegrazione se il licenziamento è intimato per un comportamento che il contratto collettivo punisce con una sanzione conservativa oppure se il fatto contestato non sussiste.

In caso di licenziamento per giustificato motivo oggettivo, il giudice può reintegrare se accerta la manifesta insussistenza del fatto posto a base del licenziamento. Negli altri casi, il licenziamento ingiustificato è sanzionato con il solo indennizzo. Per entrambe le tipologie di licenziamento, dunque, la “sussistenza del fatto” diventa l’elemento decisivo per individuare, una volta accertata l’assenza di giusta causa o giustificato motivo, la sanzione da applicare. È quindi cruciale intendersi sul significato da attribuire al concetto di “fatto”.

In un’ordinanza del 15 ottobre 2012, il Tribunale di Bologna, giudicando un caso di licenziamento per ragioni soggettive, ha affermato che il fatto da valutare per decidere la sanzione è il “fatto giuridico”, comprensivo della componente oggettiva e di quella soggettiva, e non quello materiale. Nel “fatto giuridico” sono stati così inclusi anche tutti gli elementi di contesto (tra cui il giudizio di proporzionalità tra comportamento e sanzione) normalmente valutati per giudicare la legittimità del licenziamento. Ma in questo modo, insussistenza del fatto e illegittimità del licenziamento vengono sostanzialmente a coincidere, non lasciando spazio alcuno all’ipotesi del solo indennizzo e neutralizzando così ogni possibile effetto della riforma.

La decisione del Tribunale di Milano appare invece assai più aderente all’intenzione del legislatore. Secondo il giudice milanese, il “fatto” è la circostanza che il datore di lavoro adduce a fondamento del licenziamento (nella fattispecie la cessazione dell’appalto al quale il lavoratore era addetto). Altri elementi, pur rilevanti o addirittura decisivi per valutare la legittimità del recesso (quale l’adempimento dell’obbligo di repechage), esulano dal fatto propriamente inteso. Essi potranno condurre a un giudizio di illegittimità del licenziamento, che avrà come conseguenza il solo risarcimento dei danni. La sanzione reintegratoria resta così riservata ai soli casi di totale assenza del fatto, ai licenziamenti cioè particolarmente pretestuosi perché senza fondamento.

Leggi l’ordinanza

Il nuovo articolo 18 della legge 300/70

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