Diritto

La decadenza del potere di accertamento non giustifica le rettifiche sprint prima dei 60 giorni

La decadenza del potere di accertamento non giustifica le rettifiche sprint prima dei 60 giorni
La decadenza del potere di accertamento per il periodo di imposta oggetto di rettifica non può rappresentare un motivo d’urgenza per derogare al termine dei 60 giorni, con la conseguenza che l’atto emesso prima di tale termine è illegittimo

La Corte di Cassazione con la sentenza n. 7315 depositata il 28 marzo 2014 ha stabilito che la decadenza del potere di accertamento per il periodo di imposta oggetto di rettifica non può rappresentare un motivo d’urgenza per derogare al termine dei 60 giorni, con la conseguenza che l’atto emesso prima di tale termine è illegittimo.

IL FATTO

L’Agenzia delle Entrate notificava, il 14 e il 22 dicembre 2006, ad una società immobialiare e ad alcuni soci, un avviso di accertamento di maggior imponibile ai fini delle imposte sui redditi dell’Irap e dell’Iva, relativo all’annualità 1999, desunto da documentazione extracontabile e dall’analisi di movimentazioni sui conti correnti bancari dei soci, coniugi tra loro.

La verifica aveva avuto a base un processo verbale di constatazione della Guardia di Finanza chiuso in data 26 ottobre 2006.

Sia la società che i soci impugnarono l’avviso di accertamento, e l’adita Commissione Tributaria Provinciale lo annullò in quanto emesso prima dello spirare del termine di cui all’art. 12, 7° comma, della L. n. 212 del 2000, e in quanto, nel merito, dovevasi evincere la prova della riferibilità delle movimentazioni bancarie a operazioni neutre sul piano fiscale non essendo stato dimostrato l’esercizio, da parte della società immobiliare, di attività d’impresa; mentre i soci – disse la Commissione – avevano provato lo svolgimento, da parte loro, di attività libero professionale.

La statuizione, appellata da entrambe le parti, venne confermata dalla Commissione Tributaria Regionale.

Avverso la sentenza di secondo grado l’Amministrazione ha proposto ricorso per cassazione in quanto fin dalle difese in primo grado era stata evidenziata l’urgenza della notificazione dell’atto stante l’imminente scadenza, il 31 dicembre 2006, del termine di decadenza dell’azione accertativa in relazione all’annualità 1999. Sosteneva giustappunto che la ragione di particolare urgenza, considerata dalla norma, può consistere nella necessità di evitare una decadenza imminente.

LA DECISIONE DELLA CORTE DI CASSAZIONE

Secondo la Suprema Corte, la tesi sostenuta dall’Agenzia non può essere in linea generale condivisa, per lo meno fintanto che non è spiegato cosa abbia impedito di assicurare la maggior prontezza dell’azione amministrativa di accertamento. Ricorda infatti che l’inosservanza del termine dilatorio di sessanta giorni per l’emanazione dell’avviso di accertamento – termine decorrente dal rilascio al contribuente, nei cui confronti sia stato effettuato un accesso, un’ispezione o una verifica nei locali destinati all’esercizio dell’attività, della copia del processo verbale di chiusura delle operazioni determina di per sé la illegittimità dell’atto impositivo emesso ante tempus, salvo che ricorrano specifiche ragioni di urgenza.

L’eventualità di evitare una decadenza non può integrare di per sé, contrariamente a quanto sostenuto dall’Amministrazione Finanziaria, la ragione di urgenza contemplata dalla norma. Opinando diversamente, si verrebbero a convalidare tutti gli atti in scadenza, in contrasto col principio secondo il quale il requisito dell’urgenza deve essere riferito alla concreta fattispecie, e cioè al singolo rapporto tributario controverso.

La ratio di evitare la decadenza dal potere impositivo, inscrivendosi nell’esigenza di carattere pubblicistico connessa all’efficiente esercizio della potestà amministrativa nel settore delle entrate tributarie (art. 97 Cost.), giustifica la notificazione dell’avviso di accertamento prima del decorso del termine dilatorio dei 60 giorni. Di contro, la ratio della norma, associata al rispetto di un principio partecipativo non degradabile a questione formale, posto a tutela del soggetto destinatario dell’azione accertativa, titolare di una posizione giuridica attratta dall’ottica del giusto procedimento, non consente di affermare le ragioni di urgenza come riferibili a profili o a deficienze organizzative tutte interne all’Amministrazione procedente.

Pur senza assurgere al rango di principio costituzionale, il contraddittorio procedimentale rileva infatti alla stregua di criterio orientativo e funzionale all’apprezzamento di conformità dell’azione amministrativa ai canoni di trasparenza e di buon andamento, richiedendo il rispetto di termini idonei a garantire l’apporto del soggetto direttamente interessato dall’adozione del provvedimento finale. Del resto, la buona Amministrazione e l’imparzialità si collocano a valle di un altro principio essenziale dell’azione amministrativa, che è il principio di legalità e, indicando il primato della legge sull’Amministrazione, impone che l’azione amministrativa, qualunque ne sia l’ambito oggettivo, venga infine espletata senza travalicare i limiti dalla legge imposti, secondo i principi generali dell’ordinamento democratico. Invero nessuna posizione di potere o di preminenza, in favore dell’Amministrazione, può essere affermata se non in coerenza coi limiti di un conferimento in base a legge.

Dal citato contesto emerge che una ragione di urgenza, intanto è valida e idonea a giustificare l’anticipata emissione del provvedimento, in quanto sia specifica e particolare, vale a dire propriamente riferita al contribuente o al rapporto tributario di cui si tratta, non già all’assetto organizzativo dell’Amministrazione che procede.
In parole povere: poiché, come affermato dalle Sezioni Unite, il vizio del procedimento conseguente all’inosservanza del termine dilatorio ex art. 12 “si traduce in una divergenza dal modello normativo (..) di particolare gravità, in considerazione della rilevanza della funzione, di diretta derivazione costituzionale, cui la norma stessa assolve”, e della “forza impediente”, rispetto al pieno svolgimento di tale funzione, che assume invece l’elemento viziante, è illogico attribuire effetto di sanatoria a eventi cui la posizione del soggetto tutelato è completamente indifferente.
E’ illogico perché la lesione del diritto al contraddittorio procedimentale, e in definitiva al giusto procedimento, verrebbe, così degradata a una semplice questione formale (o inessenziale), suscettibile di cedere il passo dinanzi a esigenze altre rispetto a quella in effetti tutelata; esigenze dipendenti dalla scelta dei tempi dell’azione accertativa che solo all’Amministrazione è rimessa.

Di conseguenza, la Corte di Cassazione respinge il ricorso presentato dall’Agenzia delle Entrate.

Art. 12 co. 7 L. 212/00 - Diritti e garanzie del contribuente sottoposto a verifiche fiscali

Nel rispetto del principio di cooperazione tra amministrazione e contribuente, dopo il rilascio della copia del processo verbale di chiusura delle operazioni da parte degli organi di controllo, il contribuente può comunicare entro sessanta giorni osservazioni e richieste che sono valutate dagli uffici impositori. L’avviso di accertamento non può essere emanato prima della scadenza del predetto termine, salvo casi di particolare e motivata urgenza.
Cassazione – Sentenza N. 7315/2014

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