Lavoro

La crisi si abbatte sulle pensioni: tasso di rivalutazione negativo

La crisi si abbatte sulle pensioni: tasso di rivalutazione negativo
Chi si metterà in pensione quest’anno troverà la cattiva sorpresa di non ricevere alcuna rivalutazione dei contributi versati fino al 2013

La crisi affama le pensioni. Chi si metterà in pensione quest’anno troverà la cattiva sorpresa di non ricevere alcuna rivalutazione dei contributi versati fino al 2013. La scarsa crescita del pil, infatti, si ripercuote negativamente sulla rivalutazione dei contributi versati all’Inps (è il c.d. montante contributivo) su cui si calcola la pensione determinando, così, un assegno più basso.

Tutto sommato la notizia è buona, perché il coefficiente di rivalutazione è in realtà negativo (-0,998073%) e dovrebbe comportare addirittura una svalutazione dei contributi; ma l’Inps ha rassicurato i lavoratori annunciando di considerare il tasso pari a 1: perciò non ci sarà alcuna rivalutazione, ma neppure svalutazione. La questione resta tuttavia aperta: l’Inps, infatti, è in attesa di pronunciamento definitivo da parte dei ministeri vigilanti (economia e lavoro).

Colpiti i giovani
La questione interessa da vicino i giovani, ossia i soggetti che hanno cominciato a lavorare dal 1° gennaio 1996 e rientrano appieno nel criterio di calcolo della pensione c.d. «contributivo» e quelli che al 31 dicembre 1995 non raggiungevano 18 anni di contributi versati, per cui anche loro si vedono applicare il regime contributivo a partire dalla stessa data del 1° gennaio 1996 (soggetti del c.d. sistema «misto»). Ma non sono del tutto disinteressati i meno giovani, ossia i soggetti che al 31 dicembre 1995 raggiungevano i 18 anni di contributi versati e per questo hanno conservato il vecchio regime «retributivo» di calcolo della pensione. Infatti, la riforma Fornero ha esteso a tutti, indistintamente, dal 1° gennaio 2012, il criterio contributivo. Ragion per cui interessa anche loro e, in particolare, per la rivalutazione dei contributi versati dal 1° gennaio 2012 in avanti.

Il meccanismo di calcolo contributivo della pensione è abbastanza semplice. Tre i parametri di riferimento: la retribuzione, la c.d. aliquota di computo e il coefficiente di trasformazione del montante contributivo. In pratica, con il versamento dei contributi il lavoratore accantona il 33% della retribuzione (si prende ad esempio l’aliquota di computo dei dipendenti; per gli autonomi è oggi circa il 23% e per i parasubordinati è del 30%). Ciò avviene mese per mese, anno per anno, andando a formare il c.d. «montante contributivo». Questo montante è soggetto a rivalutazione annuale a un tasso pari alla variazione quinquennale del pil (prodotto interno lordo) nel quinquennio precedente (nella rivalutazione è escluso soltanto l’ultimo anno di contributi). All’atto del pensionamento, al montante rivalutato, si applica un coefficiente che converte quei contributi in pensione, la cui misura è correlata all’età.

Il tasso di rivalutazione
La questione sta nell’operazione di rivalutazione del montante contributivo che, come detto, avviene sulla base della dinamica quinquennale del pil. Ma il pil non è la variazione dei prezzi Istat, che misura il potere di acquisto: il pil riflette la capacità di un Paese di far girare la propria economia. Capacità che da alcuni anni scarseggia, un po’ per la crisi internazionale e un po’ per altre ragioni (incapacità di «afferrare» una ripresa che comincia a farsi vedere in altri Paesi europei).

Il 27 ottobre 2014 l’Istat ha comunicato il tasso di rivalutazione dei montanti contributivi per il 2013, da utilizzare per chi chiederà di andare in pensione dal 1° gennaio 2015. Sorpresa: per la prima volta, dall’anno 1996 (cioè dalla riforma previdenziale), il tasso è risultato negativo: -0,998073%, cioè inferiore a 1 che garantisce l’invariabilità. Significa allora che il montante, anziché rivalutarsi, si svaluta. Come dire che a fronte di 1.000 euro di contributi, la pensione è calcolata su 998 euro (montante «svalutato»).

La questione non è stata ancora risolta. Al momento, è certo soltanto che l’Inps ha «congelato» la svalutazione, sostenendo che la legge n. 335/1995 non prevede l’applicazione di un tasso negativo. Infatti, nella riforma Dini si parla di «rivalutazione» dei montanti, cioè con accento al solo verso positivo e non anche al negativo. Tuttavia si è in attesa di un chiarimento definitivo da parte dei ministeri dell’economia e del lavoro, che è il solo a poter mettere fine sulla questione.

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