Diritto

La Corte Ue condanna l’Italia: i debiti dei Comuni falliti vanno pagati

Lo Stato deve garantire i pagamenti dei debiti a carico dei Comuni in dissesto, che a causa delle loro difficoltà finanziarie non riescono a liquidare quanto dovuto
Lo Stato deve garantire i pagamenti dei debiti a carico dei Comuni in dissesto, che a causa delle loro difficoltà finanziarie non riescono a liquidare quanto dovuto

Lo Stato deve garantire i pagamenti dei debiti a carico dei Comuni in dissesto, che a causa delle loro difficoltà finanziarie non riescono a liquidare quanto dovuto. Lo ha stabilito oggi la Corte di Strasburgo, con una sentenza che chiude una vicenda nata negli anni ’80 e soprattutto dà un’altra dimostrazione delle differenze che corrono tra le teorie disegnate dalle nostre regole e la pratica della loro attuazione.

La vicenda. Giovanni De Luca e Ciro Pennino sono due cittadini di Benevento che dalla fine degli anni ’80 attendono un pagamento da parte del Comune. La storia, naturalmente, è finita a carte bollate, e un tribunale ha anche dato loro ragione imponendo al Comune il pagamento. Sulla strada della liquidazione, però, si è frapposto un ostacolo normativo: le regole del dissesto scritte nel 2004, infatti, da un lato hanno cancellato il ripiano a carico dello Stato dei mutui contratti dagli enti in dissesto, ma dall’altro hanno eretto una super-barriera contro i creditori stabilendo che nemmeno l’ingiunzione di pagamento da parte di un tribunale può far scattare il pagamento. Un’architettura normativa, questa, che naturalmente non ha retto l’esame dei giudici di Strasburgo, che con un ragionamento lineare hanno stabilito che gli enti locali sono «una componente dello Stato», che quindi deve pagare i propri debiti. Su queste basi, la Corte ha stabilito che lo Stato dovrà versare ai due cittadini 90mila euro, 10mila dei quali riguardano le spese processuali.

Le regole italiane. Calendario alla mano, in verità, nemmeno le norme “responsabilizzanti” introdotte negli anni Duemila per evitare dichiarazioni di dissesto strumentali a carico dello Stato possono giustificare l’ostinazione con cui la Pubblica Amministrazione italiana non ha pagato. Il debito risale infatti a fine anni ’80, Benevento è andata in default nel 1993 e fino al 2001 lo Stato ha coperto i costi dei mutui contratti dai Comuni falliti per risalire la china: dal 1989 al 2001 hanno alzato bandiera bianca 472 Comuni, e lo Stato si è caricato mutui per 1,2 miliardi di euro: il 60,6% di queste risorse è finito proprio in Campania, dove il paniere regionale è stato ingigantito dal maxi-dissesto del Comune di Napoli.

La situazione oggi. Dopo la chiusura dei rubinetti statali, il numero dei Comuni in dissesto è crollato vertiginosamente, proprio perché la dichiarazione di default aveva perso ogni convenienza economica. Questo però ha fatto sì che nelle pieghe dei conti locali si celassero situazioni esplosive, come gli 850 milioni di euro di disavanzo “scoperti” a Napoli nel solo bilancio 2011 dopo aver ripulito la colonna delle entrate dalle voci mai riscosse. Proprio per evitare l’esplodere della bolla comunale, a fine 2012 il Governo Monti ha approvato le nuove regole “anti-dissesto”, che rimettono in campo un aiuto statale ai Comuni che si impegnano in un piano di rientro decennale per riportare i conti in equilibrio strutturale. Tra i Comuni che hanno aderito al fondo anti-dissesto, ancora una volta, ci sono Napoli e Benevento, oltre a Foggia, Reggio Calabria, Cosenza, Messina e Catania (Comune e Provincia).

Le incognite. Anche il nuovo meccanismo, però, comincia a zoppicare pesantemente, perché il fondo è rotativo, nel senso che i Comuni interessati devono avviare le restituzioni delle quote ottenute, ma al momento non ruota perché mancano i rimborsi. In aggiunta, molte delle risorse iniziali stanziate nel fondo sono state stralciate per altre emergenze finanziarie, e i Comuni che hanno aderito nel 2013 devono rivedere i propri piani alla luce dei tagli, ma non hanno idea di dove trovare entrate alternative perché l’aumento al massimo di aliquote e tariffe era già previsto per legge.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *