Diritto

La compensazione delle spese di lite necessita di motivazione in sentenza

Ove la Commissione tributaria decida di compensare le spese di giudizio al di fuori di ipotesi di reciproca soccombenza, deve provvedere ad esporre in sentenza i motivi di tale specifica decisione
Ove la Commissione tributaria decida di compensare le spese di giudizio al di fuori di ipotesi di reciproca soccombenza, deve provvedere ad esporre in sentenza i motivi di tale specifica decisione

Ove la Commissione tributaria decida di compensare le spese di giudizio al di fuori di ipotesi di reciproca soccombenza, deve provvedere ad esporre in sentenza i motivi di tale specifica decisione.

Lo ha ribadito la Corte di Cassazione, coerentemente con le modifiche apportate dalla legge n. 263/2005 all’art. 92, comma 2, c.p.c.

Il legislatore della riforma del processo tributario ha introdotto, con l’art. 15, D.Lgs. n. 546/1992, un regime degli oneri di causa legato al principio di soccombenza, sì da determinarsi l’aggiuntiva condanna alle spese a carico della parte risultata sconfitta in giudizio (comma 1, primo periodo, collegabile all’art. 91 c.p.c.).

Nel medesimo art. 15, tuttavia, è fissata una deroga (comma 1, secondo periodo), essendo disposto che “la commissione tributaria può dichiarare compensate in tutto o in parte le spese, a norma dell’art. 92, secondo comma, del codice di procedura civile“. Tale norma richiamata ha stabilito, quale prima ipotesi che possa condurre alla compensazione, la sussistenza della soccombenza reciproca.

Oltre a questo tipizzato caso, sempre l’art. 92 succitato prevedeva, nel testo originario del comma 2, la concorrenza di “altri giusti motivi” per compensare parzialmente o interamente le spese.

Con la modifica compiuta mediante la legge n. 69/2009, il testo normativo si esprime oggi nel senso della sussistenza di “altre gravi ed eccezionali ragioni“, realizzandosi un restringimento delle facoltà giudiziali di deroga rispetto al normale principio di soccombenza. Una limitazione di detti poteri in materia, comunque, si era già determinata, sotto altro profilo, in virtù della legge n. 263/2005 la quale, incidendo sempre sull’art. 92, comma 2, c.p.c., aveva stabilito che le ragioni diverse dalla reciproca soccombenza fossero “esplicitamente indicate nella motivazione“.

Con l’ordinanza n. 2033 del 30 gennaio 2014, la Corte di Cassazione, cogliendo la rilevanza dell’innovazione legislativa, ha sottolineato la necessità di un’esposizione, nell’ambito della parte motivata della sentenza, delle ragioni per le quali si sia inteso compensare. La riforma operata dalla legge n. 263/2005 ha chiaramente influito sull’orientamento della Suprema Corte la quale, in assenza di una precisa prescrizione, aveva precedentemente sostenuto, in più occasioni, l’insussistenza di un obbligo di motivazione e una sostanziale libertà del giudice nel decidere di compensare le spese, essendo stati ravvisati limiti contraddistinti da innegabile ampiezza (cfr., ex multis, Cass. Civ., n. 15124/2006, n. 3282/2006, n. 5405/2004; contra, però, Cass. Civ. n. 4455/1999). Soluzioni, queste, che avevano suscitato qualche perplessità giacché, sebbene l’originaria formulazione dell’art. 92, comma 2, c.p.c. non sancisse l’obbligo di motivazione, esso poteva comunque trarsi dall’art. 36 del D.Lgs. n. 546/1992 (nonché ravvisarsi in virtù dell’art. 132 c.p.c. e dell’art. 111 Cost.).

La decisione resa da ultimo dalla Cassazione si inserisce, altresì, nel solco tracciato dalle Sezioni Unite con la sentenza n. 20598/2008, ove viene asserita l’imprescindibiltà di un idoneo supporto motivazionale alla compensazione. Proprio riferendosi a tale pronuncia, si può ritenere che la esplicita indicazione in motivazione non equivalga a necessità di un’autonoma esposizione, così da potersi ammettere che le ragioni della condanna reciproca e compensativa possano ricavarsi dal contesto dei complessivi motivi vergati in sentenza. Non può ritenersi adempiuto l’obbligo di motivazione, invece, se si utilizzano formule quodammodo stereotipate, lontane dal fornire giustificazioni effettive sulla scelta compiuta dai giudici (cfr., ad esempio, Cass. Civ., n. 26987/2011, n. 26466/2011, n. 247/2011, n. 21521/2010 e n. 9845/2010).

Corte di Cassazione – Ordinanza N. 2033/2014

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