Diritto

L’assicurazione contro l’invalidità permanente da malattia non copre la morte

L'assicurazione contro l'invalidità permanente da malattia non copre la morte
Qualora in un contratto di assicurazione sia previsto il pagamento di un indennizzo per il caso di invalidità permanente conseguente a malattia, nulla è dovuto se la malattia, senza mai pervenire a guarigione clinica, abbia esito letale

L’espressione “invalidità permanente” designa uno stato menomativo divenuto stabile ed irremissibile, consolidatosi all’esito di un periodo di malattia; pertanto, prima della cessazione di questa, non può esistere alcuna “invalidità permanente”. Ne consegue che, ove in un contratto di assicurazione contro i rischi di malattia, sia previsto il pagamento di un indennizzo nel caso di invalidità permanente conseguente a malattia, alcun indennizzo è dovuto nel caso in cui la malattia patita dall’assicurato, senza mai pervenire a guarigione clinica, abbia esito letale. Lo ha ricordato la Corte di Cassazione con la sentenza n. 5197 del 17 marzo 2015.

IL FATTO
Il caso trae origine dal ricorso presentato da alcuni congiunti di un assicurato avverso l’assicuratore, esponendo che nel 1995 l’assicurato stipulò una polizza assicurativa a copertura del rischio di invalidità permanente causata da malattia e del rischio di degenza ospedaliera causata da malattia.
Nel 2001 egli contrasse un tumore allo stomaco; venne perciò ricoverato ed operato; la malattia tuttavia lo condusse a morte nel 2002.
L’assicuratore rifiutò il pagamento sia dell’indennizzo dovuto per l’ipotesi dì invalidità permanente, sia di quello dovuto per l’ipotesi di malattia.

In sede giurisdizionale, sia il Tribunale che la Corte d’Appello accolsero il ricorso avverso la decisione dell’assicuratore, condannandolo al pagamento dell’indennizzo dovuto per il rischio di degenza ospedaliera; rigettarono invece la domanda di condanna al pagamento dell’indennizzo dovuto per il rischio di invalidità permanente.
Ritenne la Corte d’Appello che rispetto alla copertura per invalidità permanente il rischio assicurato nella specie non si fosse mai avverato, perché la malattia contratta dall’assicurato ebbe esito letale: di conseguenza, non essendo mai avvenuta la guarigione clinica, mai potevano essersi consolidati postumi permanenti di sorta.

Nel ricorso per cassazione, i congiunti dell’assicurato deceduto hanno censurato l’interpretazione del giudice di merito secondo la quale una invalidità permanente può concepirsi solo quando la malattia sia esaurita ed il paziente sia guarito con postumi. Secondo la tesi difensiva, tale interpretazione sarebbe in contrasto con la chiara lettera del contratto, che definiva l’invalidità come la perdita definitiva della capacità dì lavoro, perdita che nel caso di specie si sarebbe verificata già nel corso della malattia patita dall’assicurato, a nulla rilevando che la malattia stessa fosse inguaribile ed avesse condotto a morte l’assicurato, e quindi che non fosse mai avvenuta una guarigione clinica.

LA DECISIONE DELLA CORTE DI CASSAZIONE
La Corte di Cassazione respinge il ricorso presentato dai congiunti. Sul punto, la Suprema Corte premette che il lemma “invalidità” è un lemma tecnico. Esso è frutto di una elaborazione ormai quasi secolare in ambito medico-legale. Essa designa uno stato menomativo che può essere transeunte (invalidità temporanea) o permanente (invalidità permanente). L’espressione “invalidità temporanea” designa lo stato menomativo causato da una malattia, durante il decorso di questa. L’espressione “invalidità permanente” designa lo stato menomativo che residua dopo la cessazione d’una malattia.

Ciò premesso, gli Ermellini chiariscono che l’esistenza d’una malattia in atto e l’esistenza di uno stato di invalidità permanente non sono tra loro compatibili: sinché durerà la malattia, permarrà uno stato di invalidità temporanea, ma non v’è ancora invalidità permanente; se la malattia guarisce con postumi permanenti si avrà uno stato di invalidità permanente, ma non vi sarà più invalidità temporanea; se la malattia dovesse condurre a morte l’ammalato, essa avrà causato solo un periodo di invalidità temporanea.

L’espressione “invalidità permanente” designa uno stato menomativo divenuto stabile ed irremissibile, consolidatosi all’esito di un periodo di malattia; pertanto, prima della cessazione di questa, non può esistere alcuna “invalidità permanente”. Ne consegue che, ove in un contratto di assicurazione contro i rischi di malattia, sia previsto il pagamento di un indennizzo nel caso di invalidità permanente conseguente a malattia, alcun indennizzo è dovuto nel caso in cui la malattia patita dall’assicurato, senza mai pervenire a guarigione clinica, abbia esito letale.

Riferimenti normativi:

  • l’art. 137, comma 1, D.Lgs. 7 settembre 2005, n. 209 (codice delle assicurazioni), il quale distinguendo il danno patrimoniale da inabilità temporanea rispetto a quello da invalidità permanente, implicitamente conferma che quest’ultima presuppone l’avvenuta guarigione, con postumi, della vittima;
  • l’art. 138, comma 2, D.Lgs. cit., il quale distingue anch’esso il danno non patrimoniale temporaneo da quello permanente (definito “invalidità permanente”), in tal modo dimostrando che l’invalidità permanente non può cominciare a computarsi sinché duri l’invalidità temporanea;
  • le infinite norme assicurative e previdenziali che, stabilendo la misura della invalidità permanente oltre la quale è dovuto il trattamento indennitario (due terzi, quattro quinti, ecc.), lasciano anch’esse intendere che in tanto è concepibile e misurabile una “invalidità permanente”, in quanto la malattia che l’ha causata sia cessata ed i postumi si siano stabilizzati: sarebbe infatti concepibile misurare i “due terzi” d’una validità instabile ed in divenire.
Corte di Cassazione – Sentenza N. 5197/2015

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