Diritto

L’antieconomicità legittima l’accertamento induttivo

L’antieconomicità legittima l'accertamento induttivo
In caso di omessa presentazione della dichiarazione annuale, l’accertamento induttivo dell’imposta può essere fondato dall’Amministrazione finanziaria, non solo su prove documentali, ma anche su indizi aventi i caratteri di gravità, precisione e concordanza

La presentazione della dichiarazione annuale delle operazioni imponibili, oltre il termine di trenta giorni previsto dall’art. 37 del D.P.R. n. 633/72, comporta che detta dichiarazione deve ritenersi omessa a tutti gli affetti, con la conseguenza che, ai sensi dell’art. 55, comma 1, del D.P.R. n. 633/72, il contribuente è esposto alla determinazione in via induttiva dell’ammontare imponibile e della relativa aliquota, sulla base dei dati e delle notizie comunque raccolti o venuti a conoscenza dell’Ufficio. Lo ha ribadito la Corte di Cassazione con la sentenza n. 6963 dell’8 aprile 2015.

IL FATTO
Il caso trae origine da un avviso di accertamento notificato al titolare di una impresa individuale, emesso ai fini IVA per l’anno 1996, con il quale l’Agenzia delle Entrate – sul presupposto dell’avvenuta presentazione della dichiarazione annuale con un ritardo superiore a trenta giorni, ex art. 37 del D.P.R. n. 633/72, e della mancata risposta del contribuente al questionario inviatogli – accertava in via induttiva, sulla base degli indici parametrici di cui all’art. 3, comma 181, della legge n. 549/95, un maggiore volume di affari per l’anno di imposta in contestazione.

La CTP accoglieva il ricorso presentato dal titolare dell’impresa, e tale decisione veniva confermata dalla CTR.

In particolare, la Corte territoriale ha ritenuto non adeguatamente comprovata la determinazione dei ricavi operata in via induttiva, ritenendo del tutto privi di valore probatorio, sul piano presuntivo, gli indici parametri adoperati dall’Ufficio.

Nel ricorso per cassazione, l’Agenzia delle Entrate ha censurato la decisione della Corte territoriale per avere ritenuto che, a fronte della tardiva presentazione della dichiarazione IVA e della mancata risposta al questionario inviato dall’Ufficio, l’Amministrazione finanziaria non fosse legittimata ad accertare – in via induttiva e mediante il ricorso ad elementi parametrici a carattere presuntivo – i maggiori ricavi conseguiti dal contribuente, ai fini IVA per l’anno in contestazione. Avrebbe poi errato la Corte nel ritenere che l’Ufficio non avesse assolto l’onere, sul medesimo incombente, di provare la pretesa fiscale azionata. E ciò, sebbene l’antieconomicità della gestione dell’impresa, ed in particolare le incongruenze, risultanti dalle stesse scritture contabili, scaturenti dal confronto tra acquisti e ricavi, nonché la divergenza tra l’attività indicata dal contribuente nella propria dichiarazione tardiva e quella indicata, invece, nel ricorso introduttivo della controversia, costituissero elementi fortemente presuntivi, a fronte della totale carenza di elementi di prova di segno contrario da parte del contribuente.

LA DECISIONE DELLA CORTE DI CASSAZIONE
La Corte di Cassazione accoglie il ricorso presentato dall’Agenzia delle Entrate. Sul punto, osserva la Suprema Corte che la presentazione della dichiarazione annuale delle operazioni imponibili, oltre il termine di trenta giorni previsto dall’art. 37 del D.P.R. n. 633/72, comporta che detta dichiarazione deve ritenersi omessa a tutti gli affetti, con la conseguenza che, ai sensi dell’art. 55, comma 1, del D.P.R. n. 633/72, il contribuente è esposto alla determinazione in via induttiva dell’ammontare imponibile e della relativa aliquota, sulla base dei dati e delle notizie comunque raccolti o venuti a conoscenza dell’Ufficio.

In caso di omessa presentazione della dichiarazione annuale, infatti, l’accertamento induttivo dell’imposta può essere fondato dall’Amministrazione finanziaria, non solo su prove documentali, ma anche su indizi aventi i caratteri di gravità, precisione e concordanza per ricavarne una valida presunzione ai sensi degli artt. 53, 54 e 55 del D.P.R. 26 ottobre 1972, n. 633 e 2727 c.c. La presunzione in parola ha, dunque, il valore autonomo di prova della pretesa fiscale e produce, di conseguenza, l’effetto di spostare sul contribuente l’onere della prova contraria.

Nel caso concreto, ha errato la Corte territoriale laddove ha ritenuto che non fosse stato assolto dall’Ufficio l’onere probatorio, sul medesimo incombente, di dimostrate la pretesa fiscale azionata. Ed invero, l’Amministrazione finanziaria ha accertato – sulla base delle stesse scritture contabili – la totale antieconomicità dell’attività di impresa svolta dal contribuente, atteso che il medesimo esponeva continui acquisti di merce pure a fronte di enormi giacenze di invenduto e di redditi decrescenti vistosamente nell’arco di un triennio. Inoltre, ad un incremento notevolissimo dei beni strumentali – ed in particolare delle immobilizzazioni materiali, che lasciavano intravvedere una certa solidità aziendale acquisita – corrispondeva, per contro, una tendenza inversamente proporzionale dei ricavi, in calo vertiginoso nell’arco dell’ultimo triennio.

Nel giudizio tributario, una volta contestata dall’Erario l’antieconomicità di una operazione posta in essere dal contribuente, perché basata su contabilità complessivamente inattendibile, in quanto contrastante con i criteri di ragionevolezza, diviene onere del contribuente stesso dimostrare la liceità fiscale della suddetta operazione, ed il giudice tributario non può, al riguardo, limitarsi a constatare la regolarità della documentazione cartacea. Infatti, in tali ipotesi, è consentito al fisco dubitare della veridicità delle operazioni dichiarate, utilizzando presunzioni semplici e obiettivi parametri di riferimento, con conseguente spostamento dell’onere della prova a carico del contribuente, il quale è tenuto a dimostrare la regolarità delle operazioni effettuate a fronte della contestata antieconomicità delle stesse.

La procedura di accertamento tributario standardizzato mediante l’applicazione dei parametri o degli studi di settore costituisce un sistema di presunzioni semplici, la cui gravità, precisione e concordanza non è “ex lege” determinata dallo scostamento del reddito dichiarato rispetto agli “standards” in sé considerati – meri strumenti di ricostruzione per elaborazione statistica della normale redditività – ma nasce solo in esito al contraddittorio da attivare obbligatoriamente, pena la nullità dell’accertamento, con il contribuente. In tale sede, peraltro, quest’ultimo ha l’onere di provare, senza limitazione alcuna di mezzi e di contenuto, la sussistenza di condizioni che giustificano l’esclusione dell’impresa dall’area dei soggetti cui possono essere applicati gli “standards” o la specifica realtà dell’attività economica nel periodo di tempo in esame.

E’ chiaro, pertanto, che – nel caso in cui il contribuente non abbia risposto all’invito al contraddittorio in sede amministrativa, restando inerte – le conseguenze di tale comportamento inattivo non potranno che ricadere sul medesimo, in quanto – in siffatta ipotesi – l’Ufficio può motivare l’accertamento sulla sola base dell’applicazione degli “standards”, dando conto dell’impossibilità di costituire il contraddittorio con il contribuente, nonostante il rituale invito, ed il giudice può valutare, nel quadro probatorio, la mancata risposta all’invito stesso.

Ne discende che, nel caso concreto, in presenza di un comportamento inattivo del contribuente, che non ha neppure dato risposta al questionario inviatogli dall’Ufficio, del tutto legittimo si palesa il ricorso, da parte dell’Amministrazione ai parametri presuntivi di cui all’art. 3, comma 181, della legge n. 549/95.

Corte di Cassazione – Sentenza N. 6963/2015

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