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Jobs Act: nuove proposte per la riforma del mercato del lavoro

Alla vigilia della presentazione è sin d’ora possibile esaminare le linee guida lungo le quali dovrebbe muoversi – in termini di veri e propri articolati normativi - il futuro “Jobs Act”
Alla vigilia della presentazione è sin d’ora possibile esaminare le linee guida lungo le quali dovrebbe muoversi – in termini di veri e propri articolati normativi – il futuro “Jobs Act”

Uno dei punti qualificanti dell’azione del (numericamente) principale partito che sostiene l’attuale maggioranza di Governo è la volontà di porre mano ad una (ulteriore) riforma del mercato (e delle condizioni regolatorie) del lavoro. Con un intervento che – secondo le intenzioni dei promotori – non si limiti all’allineamento dell’esistente, ma ribalti, in un certo senso, l’ottica sinora seguita nell’approccio al problema.

Per giungere a questo risultato, sono state elaborate delle Linee guida contenenti – per così dire – le “teste di capitolo” degli interventi che si intenderebbe porre in essere: una bozza che è stata implementata nel confronto con i vari interlocutori interni ed esterni e che porterà alla redazione di quello che è stato denominato il Jobs Act. Atto che verrà quindi trasfuso in documenti “tecnici” finalizzati all’adozione dei conseguenti provvedimenti di indirizzo, contrattuali (per il pubblico impiego) e normativi.

Le linee guida del futuro Jobs Act. Il documento, è – almeno al livello della elencazione degli interventi – molto articolato e dettagliato e, soprattutto, non contiene esclusivamente norme sull’accesso all’impiego e la disciplina del rapporto. Esso, infatti, anche in ragione della sua natura di documento programmatico, si pone ad un livello più alto e comprende una serie più estesa di interventi che attengono anche alla creazione delle condizioni macroeconomiche necessarie perché il lavoro possa essere “creato” e “mantenuto”. Il documento è suddiviso in tre capitoli principali dedicati a:

  • il Sistema;
  • i nuovi posti di lavoro;
  • le regole.

PARTE A – IL SISTEMA

Questa prima parte – di livello più prettamente “macro” – prevede 8 tipologie di interventi che attengono alla creazione delle condizioni sistemiche necessarie per la creazione del lavoro:

  1. Energia: riduzione dei “costi energetici” per le aziende (in primis le PMI) in una misura pari al 10%: da ottenersi attraverso interventi dell’Autorità di Garanzia e riduzione degli incentivi cosiddetti “interrompibili”. Questo intervento è ritenuto necessario per ridurre il gap tra aziende italiane e europee in materia che, incidendo sul costo di impresa, pesa negativamente anche sulla produttività;
  2. Tasse: riduzione del 10% dell’IRAP, al fine di favorire le imprese che “producono lavoro”;
  3. Orientamento della spending review: destinazione dei risparmi sulla spesa corrente, che conseguiranno alle misure adottate dal Governo all’esito della spending review, alla corrispettiva riduzione del carico fiscale sul reddito da lavoro;
  4. Agenda digitale: immediata implementazione di strumenti quali fatturazione e pagamenti elettronici; investimenti sulla rete;
  5. Camere di Commercio: eliminazione dell’obbligo di iscrizione delle imprese e devoluzione delle funzioni “necessarie” da queste esercitate, agli enti territoriali pubblici (tipicamente i Comuni). Secondo i redattori del documento, questa misura avrebbe marginali effetti economici per le aziende (legati al risparmio sui costi di iscrizione) ma rappresenterebbe un “segnale anticorporativo”;
  6. Dirigenza pubblica: eliminazione della figura del dirigente a tempo indeterminato nel settore pubblico. Il risultato atteso da tale intervento dovrebbe essere la riduzione del cosiddetto “strapotere delle burocrazie ministeriali”;
  7. Burocrazia: semplificazione delle procedure di spesa pubblica sia per i residui ancora aperti sia per le strutture demaniali (sulla falsariga di quanto oggi già avviene per gli interventi militari). Secondo gli estensori del documento, in tale modello i Sindaci deciderebbero le destinazioni, previo parere – entro un termine tassativo e decadenziale di 60 giorni – di tutti i soggetti interessati. Decorso tale termine, il processo non potrà più essere interrotto. Sempre con riferimento alla tempistica amministrativa, si propone “Obbligo di certezza della tempistica nel procedimento amministrativo, sia in sede di Conferenza dei servizi che di valutazione di impatto ambientale”. Quale norma processuale “parallela” viene altresì proposta (letteralmente) la “Eliminazione della sospensiva nel giudizio amministrativo”;
  8. Obbligo di trasparenza contabile: le amministrazioni pubbliche, i partiti ed i sindacati devono divenire obbligati a pubblicare on line ogni entrata e ogni uscita, in modo chiaro, preciso e circostanziato.

PARTE B – I NUOVI POSTI DI LAVORO

La seconda parte delle linee guida entra – invece – nel vivo della “questione lavoro” e afferma che il futuro Jobs Act prevederà piani industriali specifici, corredati dall’elencazione delle singole azioni operative e concrete necessarie a creare posti di lavoro nei seguenti settori imprenditoriali:

  • Cultura, turismo, agricoltura e cibo;
  • Made in Italy (dalla moda al design, passando per l’artigianato e per i makers);
  • ICT;
  • Green Economy;
  • Nuovo Welfare;
  • Edilizia;
  • Manifattura.

PARTE C – LE REGOLE

Evidentemente, buona parte delle possibilità di successo delle misure sopra indicate dipende dalla creazione di un quadro regolatorio che agevoli il “fare impresa”. In questo senso, la terza parte delle linee guida prevede i seguenti interventi:

  • Semplificazione normativa: elaborazione (entro un termine di 8 mesi) di un “codice del lavoro” che semplifichi e sistematizzi tutte le “regole” esistenti e sia “ben comprensibile” anche all’estero, al fine di “attrarre” investitori stranieri;
  • Riduzione delle tipologie contrattuali: eliminazione delle molteplici (e spesso inefficaci) formule contrattuali introdotte negli ultimi anni che “hanno prodotto uno spezzatino insostenibile”. Passaggio progressivo ad un contratto di inserimento unico a tempo indeterminato ed a tutele crescenti;
  • Assegno universale: estensione dell’attuale tutela economica contro la disoccupazione anche a favore di chi oggi non ne avrebbe diritto, con obbligo di seguire un corso di formazione professionale e di non rifiutare più di una nuova proposta di lavoro a pena di cessazione dell’assegno;
  • Rendicontazione on line della spesa pubblica per la formazione professionale: con previsione della necessità di una effettiva domanda delle imprese per l’erogazione dei fondi. Elaborazione di criteri di valutazione meritocratici delle agenzie di formazione con cancellazione dagli elenchi per chi non rispetta standard di performance predefiniti;
  • Agenzia Unica Federale che coordini e indirizzi i centri per l’impiego, la formazione e l’erogazione degli ammortizzatori sociali;
  • Rappresentatività sindacale: attuazione del dettato costituzionale con adozione di una legge sulla rappresentatività sindacale; previsione dell’obbligo di una presenza di rappresentanti eletti direttamente dai lavoratori nei Consigli di Amministrazione delle grandi aziende.

BREVI RIFLESSIONI

Come detto, quanto sopra illustrato è il primo abbozzo del futuro Jobs Act: documento, questo, che – peraltro – si tradurrà in provvedimenti concreti solo quando (e nella misura in cui) verrà condiviso da una maggioranza parlamentare sufficiente ad assicurare la concreta adattabilità dei provvedimenti normativi destinati a dargli attuazione.

Ne consegue che:

  1. allo stato attuale le linee guida sono troppo generiche per poter essere commentate;
  2. non è neanche detto che – nel breve periodo – vedranno la luce provvedimenti concreti da sottoporre a commento.

Ciononostante, è possibile – in questa sede – operare alcune “sinteticissime riflessioni” su alcuni degli aspetti toccati dalle linee guida.

Evidentemente, la seconda parte del documento non è valutabile, in assenza dei cosiddetti “piani industriali di settore”.

La parte relativa alle regole, appare eccessivamente generica, sia sotto il profilo della individuazione delle risorse economiche necessarie in punto di riduzione del carico fiscale, sia per quanto attiene alla apparente illegittimità di una discriminazione tra dipendenti pubblici con qualifica dirigenziale e dipendenti “non dirigenti”. Per non dire del fatto che non si dice con quali risorse le esauste finanze locali dovrebbero farsi carico del surplus di funzioni conseguenti all’ipotizzata eliminazione dell’obbligo di iscrizione alle CCIAA delle imprese. Altra proposta discutibile è l’eliminazione della possibilità, per il giudice amministrativo, di sospendere l’efficacia dei provvedimenti amministrativi, dal momento che una misura di tale natura si traduce inevitabilmente in un pregiudizio per i destinatari dei provvedimenti impugnati, ossia i cittadini.

Quanto, infine, al capitolo sulle “regole” le indicazioni appaiono tutte – in linea di massima – condivisibili, pur con la pesante ipoteca della mancata indicazione della fonte da cui trarre le risorse economiche per finanziare l’assegno universale di disoccupazione (o reddito di cittadinanza che dir si voglia).

In conclusione – e rimanendo nell’ambito dello spirito degli estensori – il documento contiene sicuramente alcuni spunti interessanti (ed altri meno). Non resta che attendere l’adozione di qualche documento più analitico ed approfondito per valutare come si intende tradurre gli input iniziali in provvedimenti concreti.

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