Lavoro

Jobs Act, licenziamento: i vantaggi dell’offerta di conciliazione

Jobs Act, licenziamento: i vantaggi dell’offerta di conciliazione
Al lavoratore è data la facoltà di chiedere al datore di lavoro, in sostituzione della reintegrazione nel posto di lavoro, un’indennità pari a quindici mensilità dell’ultima retribuzione globale di fatto, la cui richiesta determina la risoluzione del rapporto di lavoro, e che non è assoggettata a contribuzione previdenziale. La richiesta dell’indennità deve essere effettuata entro trenta giorni dalla comunicazione del deposito della pronuncia, o dall’invito del datore di lavoro a riprendere servizio, se anteriore alla predetta comunicazione

Superata l’ipotesi dell’opting out per il datore di lavoro il Jobs Act introduce per il licenziamento l’offerta di conciliazione. Lo schema di decreto legislativo sul contratto a tutele crescenti, infatti, prevede uno strumento innovativo di risoluzione stragiudiziale delle controversie sul licenziamento. Il datore di lavoro può offrire, con assegno circolare, al lavoratore un importo esente da tasse e contributi di ammontare pari a una mensilità dell’ultima retribuzione globale di fatto per ogni anno di servizio, in misura comunque non inferiore a due e non superiore a diciotto mensilità. Gli effetti di suddetta misura saranno ben più incisivi rispetto a quelli che sarebbero potuti scaturire da una eventuale previsione dell’opting out anche a favore del datore di lavoro.

L’intervento sulla disciplina del licenziamento rappresenta il vero test della capacità riformatrice del Governo in tema di lavoro.
La volontà di intervenire si intravede nel primo decreto legislativo approvato dal Governo recante disposizioni in materia di contratti di lavoro a tempo indeterminato a tutele crescenti.
Da una prima lettura del decreto legislativo sembra essere stato disatteso quello che poteva configurarsi come il vero “superamento della tutela reale”.
Infatti, in un primo momento era stata ventilata l’ipotesi del c.d. opting out, ovvero ammettere la possibilità per il datore di lavoro di scegliere la soluzione indennitaria, con maggiorazione delle indennità da attribuire al lavoratore, anche in caso di condanna alla reintegrazione.
In questo modo si sarebbe affidato al datore di lavoro e non al lavoratore né al giudice l’ultima parola in tema di rimedi al licenziamento ingiustificato, svuotando largamente di significato lo stesso accertamento della giustificatezza del motivo del licenziamento.
La stesura del decreto ha dimostrato come non si è ancora pronti per una scelta di questo genere e la relazione illustrativa del decreto legislativo precisa come la finalità dallo stesso perseguita è quella di “riservare la tutela reintegratoria per il lavoratore licenziato oralmente o per ragioni discriminatorie o in conseguenza di una contestazione disciplinare relativa a una condotta inesistente la sua materialità fattuale”.
Infatti l’art. 2, comma 3, del decreto legislativo stabilisce che “fermo restando il diritto al risarcimento del danno come previsto al secondo comma, al lavoratore è data la facoltà di chiedere al datore di lavoro, in sostituzione della reintegrazione nel posto di lavoro, un’indennità pari a quindici mensilità dell’ultima retribuzione globale di fatto, la cui richiesta determina la risoluzione del rapporto di lavoro, e che non è assoggettata a contribuzione previdenziale. La richiesta dell’indennità deve essere effettuata entro trenta giorni dalla comunicazione del deposito della pronuncia, o dall’invito del datore di lavoro a riprendere servizio, se anteriore alla predetta comunicazione”.
Suddetta norma, ribadendo la natura esclusivamente indennitaria, conferma la non assoggettabilità dell’importo a contribuzione previdenziale e fissa nel momento della richiesta quello della risoluzione del rapporto di lavoro. Non solo, prevedendo l’articolo la risoluzione del rapporto di lavoro al momento della richiesta, è da ritenersi che da tale momento non debba essere più maturata l’indennità risarcitoria.

La richiesta dell’indennità sostitutiva deve essere effettuata entro trenta giorni dalla comunicazione del deposito della pronuncia o dall’invito del datore di lavoro a riprendere servizio, se anteriore alla predetta comunicazione.
Trattandosi di termine avente natura perentoria, il mancato rispetto dello stesso ne determina la decadenza.
La mancata previsione di analogo diritto in capo al datore di lavoro ha indotto a parlare di “opting out unilaterale” ovvero il diritto riconosciuto al solo lavoratore di chiedere al datore di lavoro un indennità al posto della reintegrazione nel posto di lavoro, diritto già riconosciuto al lavoratore dalla normativa vigente.

Tuttavia è opportuno porre l’attenzione a quanto disposto dall’art. 6 del decreto legislativo il quale introduce uno strumento innovativo di risoluzione stragiudiziale delle controversie sul licenziamento, l’offerta di conciliazione.
L’art. 6 dispone al comma 1 che “in caso di licenziamento dei lavoratori di cui all’art. 1, al fine di evitare il giudizio e ferma restando la possibilità per le parti di addivenire a ogni altra modalità di conciliazione prevista dalla legge, il datore di lavoro può offrire al lavoratore, entro i termini di impugnazione stragiudiziale del licenziamento, in una delle sedi di cui all’art. 2113, quarto comma, cod. civ. e all’art. 82, comma 1, del decreto legislativo 10 settembre 2003, n. 276, un importo che non costituisce reddito imponibile ai fini dell’imposta sul reddito delle persone fisiche e non è assoggettata a contribuzione previdenziale, di ammontare pari a una mensilità dell’ultima retribuzione globale di fatto per ogni anno di servizio, in misura comunque non inferiore a due e non superiore a diciotto mensilità, mediante consegna al lavoratore di un assegno circolare. L’accettazione dell’assegno in tale sede da parte del lavoratore comporta l’estinzione del rapporto alla data del licenziamento e la rinuncia alla impugnazione del licenziamento anche qualora il lavoratore l’abbia già proposta.”

La modalità di conciliazione introdotta non può passare inosservata.
Infatti, come evidenziato dalla stessa relazione illustrativa, suddetta conciliazione è incentivata attraverso la totale esenzione fiscale, oltre che contributiva, della indennità prevista, resa possibile dalla predeterminazione per legge del criterio di calcolo dell’importo vincolato al pagamento oggettivo dell’anzianità di servizio e, quindi, sottratto alla disponibilità delle parti.
Non solo, il pagamento immediato mediante assegno circolare, previene ulteriori possibili contenziosi ed assicura al lavoratore l’immediata disponibilità della somma.
Con questa modalità di conciliazione le parti rispettivamente, possono oltre a beneficiare della totale esenzione fiscale e contributiva, evitare di intraprendere un percorso giudiziale il cui esito oltre a non essere certo è anche estenuante per i tempi richiesti.

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