Lavoro

Jobs Act: ecco l’analisi della Fondazione Studi dei Consulenti del Lavoro

Con la circolare n. 5 del 21 marzo 2014 la Fondazione Studi Consulenti del Lavoro fornisce alcuni indirizzi interpretativi al decreto lavoro (D.L. n. 34/2014) in cui sono contenuti importanti novità in materia di contratto a tempo determinato, apprendistato e documento unico di regolarità contributiva.

Dopo aver elencato le nuove disposizioni emanate con il decreto la fondazione rileva alcune criticità. Ma vediamo nel dettaglio il contenuto della circolare.

SOMMARIO:

Contratto a tempo determinato e somministrazione a termine
Apprendistato
Semplificazioni in materia di Durc

CONTRATTO A TEMPO DETERMINATO E SOMMINISTRAZIONE A TERMINE

L’articolo 1, comma 1, n. 1, lett. a) del decreto, modifica l’articolo 1, comma 1 del D.Lgs. n. 368/2001 in ordine ad alcuni profili di instaurazione del contratto. In particolare, la modifica elimina la necessità di ragioni di carattere tecnico, produttivo, organizzativo o sostitutivo per la stipulazione del contratto a termine.

Jobs Act: ecco l'analisi della Fondazione Studi dei Consulenti del Lavoro
La Fondazione Studi Consulenti del Lavoro fornisce alcuni indirizzi interpretativi al decreto lavoro in cui sono contenuti importanti novità in materia di contratto a tempo determinato, apprendistato e documento unico di regolarità contributiva

La nuova norma stabilisce come unico limite quello della durata massima del contratto, che non può superare i 36 mesi complessivi, comprese le eventuali proroghe. Tale limitazione si applica a prescindere dalle mansioni esercitate dal lavoratore e riguarda anche la somministrazione a tempo determinato.
La nuova disciplina – che appare conforme alla Direttiva Comunitaria in materia (n. 1999/70/CE) libera in modo generalizzato la stipulazione del contratto a termine dal vincolo delle causali.
Una importante novità e allo stesso tempo una limitazione rispetto al passato, consiste nel fatto che la norma introduce un tetto massimo di 36 mesi anche al primo contratto a termine; aspetto, invece, non presente nella previgente disciplina dal momento che il limite dei 36 mesi si applicava soltanto in caso di “successione di contratti a termine” (art. 5, comma 4-bis).

Limiti percentuali

La nuova disposizione introduce un limite percentuale generale – cioè il 20% dell’organico complessivo – per la stipulazione dei contratti a termine.
Tale limite vale per tutte le imprese che occupano più di 5 dipendenti, mentre è in ogni caso garantita la possibilità di avviare almeno un contratto a termine per quelle sino a 5 dipendenti.
Il 20% va verificato di volta in volta al momento della decorrenza giuridica di ciascun contratto di lavoro.
La norma fa riferimento al 20% “dell’organico complessivo”, mentre per le imprese di piccole dimensioni la legge si esprime facendo riferimento ai solo lavoratori “dipendenti” (“per le imprese che occupano fino a 5 dipendenti”).
La definizione di “organico complessivo” si ritiene debba comprendere i soli contratti di natura subordinata e debba riguardare complessivamente tutte le tipologie contrattuali a tempo indeterminato (compreso i contratti intermittenti).
Tuttavia, il legislatore ha fatto salvo quanto disposto dall’art. 10, comma 7, del D.Lgs. 368/2001, e ciò significa che:

  • a titolo prudenziale si ritiene che i limiti percentuali stabiliti dai contratti collettivi nazionali stipulati dai sindacati comparativamente più rappresentativi prevalgono sul limite legale del 20%, sia se inferiori che superiori ad esso. Una interpretazione meno letterale e più sistematica potrebbe portare a ritenere che il limite legale del 20% si considera un tetto di garanzia minima per lo sviluppo occupazionale e della flessibilità con riferimento al quale, dunque, la contrattazione potrebbe solo migliorare e non anche peggiorare;
  • continuano a valere le esenzioni dai limiti elencate nelle lett. a), b), c) e d) dello stesso comma 7.

Infine, poiché il limite del 20% è riferito ai “rapporti di lavoro costituiti da ciascun datore di lavoro ai sensi del presente articolo”, si può ritenere che il limite del 20% riguardi la sommatoria dei contratti a termine e dei contratti di somministrazione a tempo determinato stipulati dal medesimo datore di lavoro.

Contratti privi di causale

La soppressione del comma 1-bis comporta l’eliminazione delle attuali ipotesi di contratto a termine c.d. acausale, dato che la modifica del comma 1 dell’art. 1 del D.Lgs. 368/2001 determina il venir meno del requisito delle causali in modo generalizzato.

Norma di coordinamento

Il nuovo comma 2 dell’art. 1 del D.Lgs. 368/2001 lascia in essere l’obbligo di forma scritta per il contratto a termine (melius: per la clausola del contratto di lavoro che prevede il termine), a pena di inefficacia (che equivale a nullità del termine), ma elimina l’attuale requisito secondo cui le ragioni che giustificano l’apposizione del termine debbano essere “specificate per iscritto”.
L’eliminazione di tale inciso, che sinora ha generato moltissimo contenzioso, è la conseguenza naturale della eliminazione delle causali per la stipulazione del contratto.

Proroghe

La nuova disposizione modifica il regime della proroga del contratto a termine.
In particolare, la proroga non è più ammessa “una sola volta” ma “fino ad un massimo di otto volte”, che si sommano alla durata del contratto originario.
Inoltre, viene soppresso il requisito delle ragioni oggettive della proroga, in coerenza con la soppressione delle causali per la stipulazione del contratto.
Rimane invece in essere la necessità che la proroga si riferisca alla stessa attività lavorativa per la quale il contratto è stato stipulato.
Si segnala che probabilmente il legislatore avrebbe dovuto abrogare l’ultimo inciso dell’art. 4, comma 1 (“Con esclusivo riferimento a tale ipotesi la durata complessiva del rapporto a termine non potrà essere superiore ai tre anni”), poiché il tetto massimo dei 3 anni per il contratto a termine ormai non è più previsto soltanto per i contratti a termine prorogati ma per tutte le ipotesi.
Inoltre, si precisa che la nuova disciplina si applica anche ai contratti di lavoro a termine in corso di validità alla data di entrata in vigore del decreto.

Somministrazione

Il legislatore ha coordinato la disciplina della somministrazione a tempo determinato eliminando il riferimento alle causali e quello alla c.d. acausalità, in coerenza con le modifiche introdotte all’art. 1, comma 1, del D.Lgs. 368/2001.

APPRENDISTATO

L’intervento del Governo Renzi in materia di apprendistato affronta diversi aspetti della disciplina contenuta nel relativo Testo Unico (D. Lgs. 167/2011).

Formazione base e trasversale

All’articolo 4, comma 3 del D.Lgs. 167/2011, sono state sostituite le parole “è integrata” con “può essere integrata”.
A seguito delle modifiche la norma coordinata prevede: la formazione di tipo professionalizzante e di mestiere, svolta sotto la responsabilità della azienda (può essere integrata) nei limiti delle risorse annualmente disponibili, dalla offerta formativa pubblica, interna o esterna alla azienda, finalizzata alla acquisizione di competenze di base e trasversali per un monte complessivo non superiore a centoventi ore per la durata del triennio e disciplinata dalle Regioni sentite le parti sociali e tenuto conto dell’età, del titolo di studio e delle competenze dell’apprendista.
Nell’immaginario collettivo è maturata l’idea secondo cui a seguito di questa modifica l’acquisizione delle competenze di base e trasversali diviene, nel percorso di apprendistato professionalizzante, facoltativa. Sempre secondo questo orientamento la conseguenza di questa modifica consisterebbe nel fatto che il datore di lavoro non è più obbligato ad iscrivere i propri apprendisti ai corsi base e trasversale predisposti ed attuati dalle Regioni. Questo comportamento inoltre, attesa la facoltà introdotta dalla norma, non potrebbe comportare in nessun caso l’emanazione di un provvedimento sanzionatorio in capo al datore di lavoro.
In verità, una lettura più attenta del nuovo comma 3, potrebbe portare anche ad una conclusione diversa.
In effetti, la locuzione “può essere integrata” potrebbe riferirsi non tanto al datore di lavoro (come è auspicabile), ma alla offerta formativa pubblica: se così fosse, la facoltà introdotta dal decreto sarebbe rivolta alle Regioni le quali avrebbero la facoltà, appunto, di integrare la formazione con un proprio provvedimento normativo.
L’ambiguità del testo impone grande cautela e se dovesse passare questa seconda ipotesi interpretativa, le novità introdotte dal decreto sarebbero sostanzialmente insignificanti rispetto ad uno sviluppo della forma contrattuale.
Al contrario, qualora prevalesse la prima – ossia che è il datore di lavoro ad avere la facoltà di integrare la formazione trasversale e non la Regione – andrebbe chiarito se tale facoltativa riguardi anche i contratti di apprendistato in corso di validità ma limitatamente alla quota parte delle formazione trasversale che matura successivamente alla data di entrata in vigore del decreto.

Piano formativo individuale

I nuovi contratti di apprendistato che saranno avviati dopo l’entrata in vigore del decreto manterranno l’obbligo della forma scritta con particolare riferimento al patto di prova, ma non sarà più necessaria la redazione del piano formativo individuale.
Occorre peraltro ricordare che la redazione del piano formativo individuale aveva giù subito una revisione alla luce delle linee guida adottate dalla Conferenza permanente per i rapporti tra Stato, Regioni e Province Autonome di Trento e Bolzano dello scorso 17 ottobre 2013.
In particolare le linee guida avevano espresso il principio in base al quale il piano formativo individuale è obbligatorio, ma solo per la formazione per l’acquisizione delle competenze tecnico-professionali e specialistiche. Di fatto quindi il piano formativo individuale era diventato già “facoltativo” in relazione alla formazione di base e trasversale; adesso, con il nuovo intervento normativo, non è più necessario provvedere alla sua redazione.
Sotto il profilo ispettivo non è secondario ricordare quanto è stato già sostenuto dal Ministero del Lavoro in occasione dell’emanazione della circolare n. 35/2013 (a commento delle novità introdotte dal c.d. “decreto del fare” tra cui la previsione dell’adozione delle linee guida in materia di apprendistato). In tale contesto, infatti, il Ministero aveva dato indicazione al proprio personale ispettivo di procedere in via prioritaria alla verifica del rispetto del Piano Formativo il quale “costituisce il principale riferimento ai fini della valutazione della correttezza degli adempimenti in capo al datore di lavoro”. Piano formativo che, alla luce delle linee guida, avrebbe contenuto solo indicazioni circa la formazione specialistica e che, a partire da oggi, non sarà più redatto.
Ci si chiede, pertanto, se nel nuovo contesto normativo il contratto di apprendistato possa costituire una zona “off limit” per gli ispettori che, stante così le cose, non avrebbero a disposizione il documento di riferimento per giudicare il corretto operato da parte del datore di lavoro.
C’è comunque da sottolineare che la contrattazione collettiva di riferimento e/o gli accordi interconfederali, consentono di poter determinare quantomeno la durata e le modalità di erogazione della formazione specialistica, elementi che potranno in ogni caso essere fatti oggetto di attenzione in sede ispettiva. Per tale motivo resta valida e necessaria l’esigenza di attestare la formazione specialistica eseguita.

Percentuali di stabilizzazione

E’ prevista la completa abolizione di qualsiasi obbligo da parte del datore di lavoro di confermare in servizio gli apprendisti che terminano il loro periodo formativo al fine di poter legittimamente avviare nuovi rapporti di apprendistato.
Al fine di adeguare il Testo Unico a questa maggiore libertà per le imprese sono stati soppressi i passaggi del testo normativo che:

  • consentivano alla contrattazione collettiva/accordi interconfederali di introdurre forme e modalità per la conferma in servizio al fine di ulteriori assunzioni in apprendistato;
  • subordinavano all’assunzione di nuovi apprendisti la conferma in servizio di almeno il 50% degli apprendisti avviati nei 36 mesi precedenti (attualmente la percentuale di conferma era ridotta al 30% per effetto di un periodo transitorio introdotto dalla Legge Fornero);
  • escludevano dalla disciplina della percentuale di conferma i datori di lavoro con un numero di lavoratori inferiore alle 10 unità.

A seguito dell’importante modifica verranno meno anche le ipotesi sanzionatorie (in particolare la trasformazione del rapporto a tempo indeterminato) collegate al mancato rispetto, non solo delle disposizioni di legge, ma anche delle ulteriori limitazioni introdotte nel tempo dalla contrattazione collettiva.
Infatti il T.U. sull’apprendistato consentiva, come sopra indicato, alle parti sociali di poter introdurre a carico delle imprese degli oneri di stabilizzazione, e questo ancor prima che la Riforma Fornero prevedesse la percentuale a regime del 50% per le aziende con almeno 10 unità. Questo comportava che dal mancato rispetto della percentuale di conferma (sia che introdotto a livello contrattuale che a livello legale) conseguisse l’automatica trasformazione del rapporto di lavoro in contratto a tempo indeterminato (si vedano sul punto le circolari del Ministero del Lavoro n. 18/2012 e 5/2013).
Venendo meno il riferimento legislativo che autorizzava la contrattazione collettiva a stabilire oneri di stabilizzazione a carico delle imprese, ne deriva che le clausole eventualmente introdotte nel tempo perdono la loro efficacia e non dovranno più essere rispettate dai datori di lavoro.

Retribuzione ridotta

Per gli apprendistati finalizzati all’acquisizione di una qualifica o di un diploma professionale viene introdotta una interessante variante riferita alla retribuzione spettante all’apprendista.
In particolare si stabilisce che al lavoratore sia riconosciuto un trattamento economico che:

  • tenga conto delle ore effettivamente prestate;
  • retribuisca le ore di formazione nella misura del 35% rispetto al monte ore complessivo.

Su questo aspetto occorre dire che, seppur la novità è di sicuro interesse, la misura che ha trovato posto nel testo definitivo del decreto legge ha una portata minore rispetto a quanto il comunicato stampa emesso all’indomani del Consiglio dei Ministri del 12 marzo 2014 consentiva di aspettarsi. Infatti il comunicato riferiva che “È inoltre previsto che la retribuzione dell’apprendista, per la parte riferita alle ore di formazione, sia pari al 35% della retribuzione del livello contrattuale di inquadramento”.
Una impostazione di questo tipo avrebbe portato conseguenze di maggiore appeal poiché riferibile ad ogni tipologia di apprendistato, compreso quello di mestiere che interessa da molto vicino il mondo delle imprese, ed avrebbe consentito ai datori di lavoro di superare un altro degli ostacoli all’utilizzo di questa forma contrattuale, rappresentato dagli oneri retributivi che si sostengono anche durante le ore di mera formazione.
Si tratta comunque di una posizione innovativa che si auspica possa aprire la strada ad una regolamentazione simile in ogni caso di ricorso al contratto di apprendistato.
Si segnala, in conclusione, che il legislatore fa salvo l’eventuale intervento della contrattazione collettiva (di qualsiasi livello) che si ritiene potrebbe decidere nuovamente di innalzare la misura retributiva spettante.

SEMPLIFICAZIONI IN MATERIA DI DURC

Il Durc trae origine dalla necessità di ottenere una certificazione unificata relativa alla regolarità dei versamenti, e dei relativi adempimenti, dei contributi previdenziali, assistenziali e dei premi assicurativi obbligatori da parte delle imprese edili appaltatrici di lavori pubblici. Stante però la sempre maggiore efficacia di contrasto del lavoro irregolare e quale strumento di sostegno alla competitività delle imprese regolari acquisita nel tempo dallo strumento, si è assistito ad una sua progressiva estensione anche in altri ambiti: riconoscimento di benefici contributivi, sussidi, sovvenzioni, lavori privati in edilizia, contratti pubblici. Il D.M. 24 ottobre 2007 prevede che il Durc possa essere rilasciato, su richiesta dall’Inps, dall’Inail e, previa convenzione con gli stessi, anche da altri enti previdenziali di assicurazione obbligatoria e dalle Casse edili quali enti bilaterali costituite, ai sensi dell’art.2, comma 1, lett. h), D.Lgs. n. 276/03, da una o più associazioni dei datori e dei prestatori di lavoro stipulanti il Ccnl. L’estensione del campo di applicazione e l’attuale modalità di richiesta della certificazione comporta un sempre maggiore impatto, in termini di tempi e di costi, per i soggetti interessati alla normativa in commento in quanto sono tenuti ad effettuare, direttamente o tramite gli intermediari abilitati, sempre più numerose richieste di certificazione di regolarità contributiva.
Per tale motivo si ritiene di dover valutare positivamente le previsioni contenute nell’art. 4 comma 1 del D.L.: “chiunque abbia interesse” può richiedere, con modalità esclusivamente telematica, la verifica dei requisiti di regolarità e la previsione di una durata univoca della validità dello stesso per tutte le tipologie di richieste (120 giorni).
In attesa del D.M. che disciplinerà i requisiti di regolarità, i contenuti e le modalità di verifica occorre però rilevare sin da subito due profili di criticità: la prima attiene al rilascio del Durc in presenza di crediti nei confronti della P.A. e l’altra al c.d. “preavviso di accertamento negativo”.
Come è noto infatti l’art. 2 D.M. 13/03/2013 prevede che il documento di regolarità possa essere rilasciato in presenza di crediti certi, liquidi ed esigibili nei confronti della P.A. ma previa richiesta da parte del soggetto che ne richiede l’emissione.
Senza la previsione di un automatismo per l’emissione del Durc regolare in presenza dei suddetti crediti si rischierebbe di depotenziare la portata semplificatrice del D.L.; infatti l’interessato dovrebbe sempre dichiarare, quindi con un intervento oneroso, alla P.A. di vantare crediti per i quali ha ottenuto la certificazione tramite la Piattaforma informatica per la certificazione dei crediti (PCC) così come, anche in caso di preavviso di accertamento negativo, emesso in base all’art. 7, comma 3, del D.M. 24 ottobre 2007, il titolare potrà eventualmente esibire direttamente agli Istituti (entro il termine assegnato per la regolarizzazione) la certificazione dei crediti vantati nei confronti della P.A., sanando in tal modo l’irregolarità contributiva. In entrambi i casi il soggetto titolare dei crediti certificati avrà l’onere di comunicare agli Istituti:

  • gli estremi delle certificazioni di credito (amministrazione che le ha rilasciate, data di rilascio della certificazione, numero di protocollo, importo a credito disponibile, eventuale data del pagamento);
  • il codice attraverso il quale potrà essere verificata la certificazione nella piattaforma informatica.

In merito poi al preavviso di accertamento negativo, normato dall’art. 7 comma 3 D.M. 24/10/07, occorrerà comprendere come raccordare la sua emissione con l’esito dell’interrogazione effettuata dal soggetto avente interesse.
Se infatti si prevedesse un esito in “tempo reale” il soggetto “analizzato” non avrebbe il necessario tempo per regolarizzare, entro quindici giorni, eventuali difformità.
In sintesi si può ritenere che l’intervento normativo possa avere una reale portata semplificatrice purchè però si preveda, a monte, una puntuale verifica dei contenuti delle note di rettifica (le quali non dovrebbero precludere il rilascio del Durc) e quindi della formazione degli avvisi di addebito (che sino alla scadenza dei termini per la proposizione del ricorso, o meglio sino alla sua definizione non inficiano la regolarità dell’impresa).

Fondazione Studi Consulenti del Lavoro – Circolare N. 5/2014

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *