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Job Act: il piano per il lavoro di Matteo Renzi. I punti principali

Del piano per il lavoro di Matteo Renzi si è già parlato negli scorsi giorni, ma concentrandosi soprattutto sulle polemiche legate alla possibilità che il neo segretario del Pd inserisca nel suo job act (il primo vero documento di Renzi sul piano economico-lavorativo) l’abolizione dell’articolo 18. O almeno, le polemiche hanno fatto sì che si potesse parlare di abolizione dell’articolo 18, perché in realtà quanto previsto era semplicemente l’accantonamento per i primi anni di assunzione della legge in difesa dei lavoratori, per facilitare le assunzioni.

Il job act di Renzi è però un work in progress in continua evoluzione, il cui punto focale oggi diventa il contratto di lavoro a tempo indeterminato con tutele crescenti per tutti i nuovi assunti. Ecco, se si vuole definirlo in maniera idilliaca, questo è l’obiettivo a cui il neo segretario del Pd mira. L’idea alla base è quella di ricomporre quella rottura clamorosa che il mercato del lavoro ha creato tra chi è garantito nel suo lavoro e chi non sa nemmeno cosa sia una tredicesima, nonostante svolga di fatto lavoro dipendente.

Un dualismo che più o meno coincide con quello tra giovani e meno giovani, ma che non sarà ricomposto togliendo diritti a chi oggi li possiede o al contrario provando utopisticamente a restituire tutti i diritti a tutti. La battaglia si concentrerà sul tentativo di ricreare la flessibilità, ovvero quel circolo lavorativo virtuoso che in Italia è degenerato nel precariato selvaggio. Quindi, prima di tutto, stop agli abusi dei contratti a termine, a progetto o addirittura alle partite Iva che poi si trovano a svolgere lavoro dipendente a tempo indeterminato ma senza mai avere i vantaggi del contratto che a rigor di logica gli spetterebbe.

Per questo si torna a parlare di un contratto unico, quello proposto dagli economisti Boeri, Garibaldi e Ichino. Di cosa si tratta? Si può leggere l’intero testo qui, intanto riportiamo le poche righe centrali:

Il contratto unico deve prevedere due fasi: l’inserimento e la stabilità. La fase di inserimento del contratto unico dura per i primi tre anni di vita del contratto. Superata la fase di inserimento, il contratto unico viene regolato dalla disciplina dei licenziamenti oggi prevista. Cosa significa? Semplicemente che nel contratto non vi è una scadenza. Lo psicodramma individuale della scadenza del contratto viene così superato. I lavoratori vengono assunti con un contratto aperto.

I neo assunti verrebbero così esclusi dall’applicazione dell’articolo 18 per i primi tre anni, durante il quale l’imprenditore non pagherebbe i contributi che sarebbero quindi a carico dello stato. Non troppo dissimile dal contratto di apprendistato, ma con maggiore libertà di licenziamento. In modo da favorire le assunzioni. Viceversa, si tenterà anche di estendere le tutele, dalla maternità alla malattia, per i lavoratori flessibili.

Il nuovo contratto senza articolo 18 non sarebbe dunque alternativo a quello standard, ma ai contratti a progetto finti e alle finte partite iva. Addirittura si immagina un negoziato, dice Yoram Gutgeld: “Potrà esserci anche una dinamica negoziale positiva con i datori di lavoro: per esempio, io potrei accettare un contratto con meno protezione, in cambio di una retribuzione più alta”. È evidente, però, che per far sì che i datori di lavoro trovino conveniente un contratto di questo tipo, rispetto ai contratti a progetto, il costo del lavoro deve diminuire drasticamente. Altrimenti il rischio è che finti progetti e finte partite iva proseguano. E i contratti a tempo indeterminato siano senza articolo 18.

Niente più cassa integrazione, che verrà sostituita da un sussidio di disoccupazione universale uguale per tutti; un’ancora di salvataggio che compenserà la maggiore mobilità del mercato del lavoro. Il tutto assieme all’obbligo di frequentare un percorso di formazione per rientrare nel mercato attivo del lavoro.

I sindacati nei cda? Un altro punto trattato da Renzi riguarda la rappresentanza dei sindacati all’interno delle aziende. L’idea è di seguire il modello tedesco, facendo entrare i rappresentanti dei lavoratori nei consigli di amministrazione delle aziende. Gli industriali disapprovano, i sindacati – con sfumature diverse – sarebbero d’accordo; secondo Renzi probabilmente si tratta del modo migliore per “constringere” Cgil e compagnia ad ammodernarsi.

Sul fronte della politica, si registra invece la reazione di Brunetta: “Se il piano per il lavoro di Renzi è quello pubblicato oggi da ‘Repubblica’, beh, sembra quasi che il nuovo segretario del Pd abbia copiato il programma che il PdL ha presentato alle ultime elezioni. Se le proposte di Renzi sono davvero queste siamo pronti al dialogo più che mai costruttivo. Basterà osservare con attenzione la reazione della Cgil. Se Camusso e compagni attaccheranno il piano allora vorrà dire che va nella giusta direzione”.

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