Diritto

IVA omessa: la crisi di liquidità non esclude il reato

IVA omessa: la crisi di liquidità non esclude il reato
La crisi di liquidità non è circostanza sufficiente a escludere la punibilità per il reato di omessa IVA. L’imputato deve infatti dimostrare l’impossibilità incolpevole di pagare il tributo; deve provare, in particolare, “che non gli sia stato altrimenti possibile reperire le risorse necessarie a consentirgli il corretto e puntuale adempimento delle obbligazioni tributarie, pur avendo posto in essere tutte le possibili azioni, anche sfavorevoli per il suo patrimonio personale, atte a consentirgli di recuperare la necessaria liquidità, senza esservi riuscito per cause indipendenti dalla sua volontà e a lui non imputabili

I debiti pregressi, anche quando abbiano determinato l’inadempimento tributario, non escludono la ricorrenza dell’elemento soggettivo del reato di cui all’articolo 10-ter del D.Lgs. 10 marzo 2000, n. 74 (omesso versamento dell’IVA). L’imprenditore non è punibile solo se dimostra che le condizioni economiche precarie sono state determinate da “eventi eccezionali o di rilevanti dimensioni”.

È quanto ha affermato la Corte di Cassazione – Terza Sezione Penale nella sentenza n. 14953 del 1 aprile 2014.

IL FATTO

Il caso trae origine da una sentenza con cui la Corte d’Appello di Brescia ha accolto il ricorso della Procura, avverso la sentenza del Tribunale di Bergamo che aveva mandato assolto un imprenditore dal reato di omesso versamento di IVA. Il giudice di prime cure aveva ritenuto assente l’elemento soggettivo del reato, ossia il dolo, poiché l’imputato, quale legale rappresentante di una ditta individuale, non aveva potuto far fronte al pagamento delle somme dovute all’Erario unicamente perché versava in una situazione di carenza di liquidità, dovuta a debiti pregressi. Di diverso avviso il giudice dell’appello, che ha quindi condannato il contribuente alla pena di mesi quattro di reclusione (pena sospesa e non menzione).

LA DECISIONE DELLA CORTE DI CASSAZIONE

Investiti dell’esame della controversia, i giudici del Palazzaccio hanno confermato, oramai in via definitiva, il verdetto di colpevolezza espresso dalla Corte territoriale.

Gli Ermellini bollano come infondata la doglianza difensiva inerente alla sussistenza dell’elemento soggettivo del reato perché, spiegano, le asserite difficili condizioni economiche che avrebbero determinato la carenza di liquidità sono state solo prospettate, ma non provate in modo univoco, specifico e certo.

Rilevata tale carenza probatoria, dal Palazzaccio osservano che, comunque, le precarie condizioni economiche – salvo che le stesse non siano determinate da eventi eccezionali e di rilevante dimensione – non costituiscono di per sé solo un caso fortuito o di forza maggiore (ex art. 45 c.p.), come tale idoneo a escludere la punibilità o quantomeno il dolo del reato di cui all’articolo 10-ter del D.Lgs. n. 74/2000.

L’eventuale crisi di liquidità economica – nell’ambito dell’attività di impresa – di norma non costituisce un evento imprevedibile e come tale insuperabile. La crisi di liquidità, al contrario, rappresenta un evento possibile, concretizzando lo stesso un rischio inerente all’attività di impresa, cui occorre far fronte tempestivamente con opportuni interventi sul cosiddetto “flusso di cassa” dell’azienda, quali: a) i tempestivi e frazionati accantonamenti; b) il ricorso all’acquisizione di ulteriori somme erogate da istituti bancari e/o finanziari e altri.

In fondo alle motivazioni, pertanto, la Terza Sezione Penale afferma la sussistenza dell’elemento soggettivo del reato contestato, poiché il ricorrente era pienamente consapevole di omettere il pagamento dell’IVA esposta a debito (€ 108.172,00) nel prescritto termine del 27/12/2006. L’asserita crisi di liquidità è stata pertanto ridimensionata a “motivo personale e soggettivo” del contribuente che non può assolutamente giustificare, dal punto di vista giuridico, il mancato pagamento del tributo nel termine prescritto.

L’odierna sentenza conferma quanto già sostenuto dai Supremi giudici, ossia che la crisi di liquidità non è circostanza sufficiente a escludere la punibilità per il reato di omessa IVA. L’imputato deve infatti dimostrare l’impossibilità incolpevole di pagare il tributo; deve provare, in particolare, “che non gli sia stato altrimenti possibile reperire le risorse necessarie a consentirgli il corretto e puntuale adempimento delle obbligazioni tributarie, pur avendo posto in essere tutte le possibili azioni, anche sfavorevoli per il suo patrimonio personale, atte a consentirgli di recuperare la necessaria liquidità, senza esservi riuscito per cause indipendenti dalla sua volontà e a lui non imputabili” (da ultimo, Cass. sentenze n. 2614/14 e n. 10813/14).

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