Diritto

L’IVA non si riscuote due volte

L'IVA non si riscuote due volte
Lo Stato non può riscuotere l’IVA due volte. Fermo il principio per cui, in caso di indebita applicazione del meccanismo dell’inversione, il debitore dell’imposta resta il fornitore, qualora l’amministrazione abbia negato al destinatario la detrazione dell’imposta che questi si è indebitamente auto-applicata, non può rifiutare al fornitore la restituzione della stessa imposta pagata a seguito di accertamento

La Corte di Giustizia, con la sentenza 23 aprile 2015, relativa alla causa C-111/14, GST – Sarviz AG Germania, è tornata a occuparsi della salvaguardia del principio di neutralità dell’IVA nell’accertamento del tributo.

Nel caso sottoposto all’esame dei giudici è emerso che la legge bulgara non consente né il rimborso, né l’addebito in rivalsa dell’IVA che il prestatore del servizio ha pagato a seguito di accertamento. Ciò incide sulla neutralità di tale imposta, in quanto, di fatto, il tributo viene a gravare sul prestatore. Diverso sarebbe il caso in cui questi, dopo la corresponsione dell’IVA a seguito dell’accertamento definitivo, “avesse potuto, ai sensi della normativa nazionale, rettificare le fatture emesse e recuperare l’IVA presso il destinatario dei servizi, che ne avrebbe chiesto la detrazione presso l’amministrazione tributaria”.

Richiamando pregressa giurisprudenza, la Corte di Giustizia sancisce che i provvedimenti legislativi strumentali ad assicurare la riscossione dell’imposta non possono “essere utilizzati in modo da mettere in discussione la neutralità dell’IVA, che costituisce un principio fondamentale del sistema comune dell’IVA istituito dal diritto dell’Unione in materia”. Parimenti, le misure antielusive e antifrode adottate dagli Stati membri non devono eccedere quanto necessario per raggiungere tali obiettivi e, in particolare, non possono produrre effetti che mettano in discussione la neutralità dell’imposta, producendo fenomeni distorsivi in conseguenza dei quali la tassazione grava su soggetti diversi dai consumatori finali.

Ancora, per consolidato orientamento della Corte, il sistema comune dell’IVA consiste nell’applicare alle cessioni di beni e alle prestazioni di servizi un’imposta sui consumi esattamente proporzionale al prezzo degli stessi; nel caso di specie, dunque, l’Erario bulgaro non ha titolo per riscuotere l’imposta in misura superiore al dovuto, come, di fatto, avviene a seguito della negazione del diritto alla rivalsa, generando un indebito arricchimento dell’ente impositore.

Sul versante interno, giova rilevare che, dopo l’intervento del D.L. n. 1/2012, modificativo dell’art. 60 del D.P.R. n. 633/72, l’Italia sembra, sotto questo punto di vista, “a posto”.
Ora, infatti, “il contribuente ha diritto di rivalersi dell’imposta o della maggiore imposta relativa ad avvisi di accertamento o rettifica nei confronti di cessionari dei beni o dei committenti di servizi soltanto a seguito del pagamento dell’imposta o della maggiore imposta, delle sanzioni e degli interessi”.
Dal canto suo, il cessionario/committente potrebbe esercitare la detrazione, al più tardi, con la dichiarazione relativa al secondo anno successivo a quello in cui ha corrisposto l’imposta o la maggiore imposta addebitata in via di rivalsa e alle condizioni esistenti al momento di effettuazione dell’operazione originaria. Dopo anni di contestazioni, dunque, l’ordinamento interno garantisce ormai la neutralità dell’imposta.

Nessuna norma, per contro, è prevista, come già affermato in dottrina, in merito al ravvedimento operoso, per cui è concreto il rischio che il cessionario/committente perda il diritto di detrazione a fronte dell’IVA addebitata in rivalsa dal cedente/prestatore, per decorrenza del termine di cui all’art. 19 del D.P.R. n. 633/72 (secondo cui la detrazione può essere esercitata, “al più tardi, con la dichiarazione relativa al secondo anno successivo a quello in cui il diritto alla detrazione è sorto ed alle condizioni esistenti al momento della nascita del diritto medesimo”).

Il tutto acquista rilievo se si considera che, a seguito della legge n. 190/2014, il ravvedimento, in tema di IVA (tributo amministrato dall’Agenzia delle Entrate) è ammesso senza limiti temporali, sino a quando arriva l’accertamento del tributo.
Può dunque accadere che, dopo tre anni dall’irregolare fatturazione, il cedente si ravveda e, di conseguenza, emetta la nota di variazione in aumento addebitando in rivalsa l’IVA.

Siccome, tra l’altro, il ravvedimento è possibile anche in presenza di “PVC” (con sanzioni ridotte a 1/5 del minimo), atto cronologicamente “presupposto” all’accertamento scaturente da controllo sostanziale, si potrebbe optare per l’applicazione analogica dell’art. 60, comma 7, del D.P.R. n. 633/72 al caso del ravvedimento: così facendo, si “sposterebbe” il termine per esercitare la detrazione al momento in cui il cessionario paga l’IVA al cedente e la neutralità del tributo sarebbe salvaguardata.

Corte di Giustizia – Causa C-111/14

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *