Diritto

IVA, l’abuso del diritto va dimostrato: insufficiente l’asserita antieconomicità dei comportamenti aziendali

IVA, l’abuso del diritto va dimostrato: insufficiente l'asserita antieconomicità dei comportamenti aziendali
L’Amministrazione non può rettificare l’Iva sulla base dell’asserita antieconomicità dei comportamenti aziendali, negando quindi la detrazione ad esempio in casi di vendita a prezzi troppo bassi, salvo che non siano operazioni inesistenti o sovrafatturazioni

L’Amministrazione non può rettificare l’Iva sulla base dell’asserita antieconomicità dei comportamenti aziendali, negando quindi la detrazione ad esempio in casi di vendita a prezzi troppo bassi, salvo che non siano operazioni inesistenti o sovrafatturazioni: è comunque necessario dimostrare anche l’esistenza di un disegno più ampio di abuso del diritto. Questo perché la regola sull’antieconomicità è propria dell’imposizione diretta e, come tale, per estenderla all’Iva occorre osservare tutti i principi enunciati dalla Corte di Giustizia Ue, che in via generale non consentono alcuna limitazione al diritto di detrazione. Lo precisa la Corte di Cassazione con l’ordinanza n. 10041 dell’8 maggio 2014, con cui è stato respinto il ricorso dell’Agenzia delle Entrate.

Nello specifico, il Collegio di legittimità ha dato ragione ad una immobiliare alla quale l’amministrazione aveva negato la detrazione Iva ritenendo i prezzi di vendita praticati al di sotto di quelli di mercato e bollando l’operazione come antieconomica.
Giova ricordare a tal proposito, che nel nostro ordinamento non esiste una clausola generale antielusiva, tuttavia si è soliti fare riferimento all’art. 37-bis del D.P.R. n. 600/1973, il quale non può essere considerato comprensivo di tutte le ipotesi di elusione fiscale, bensì un elenco parziale delle possibili fattispecie di elusione.
In particolare, l’aggiramento della norma fiscale può riguardare tutti “(…) gli atti, i fatti e i negozi, anche collegati tra di loro, privi di valide ragioni economiche, diretti ad aggirare obblighi o divieti previsti dall’ordinamento tributario e ad ottenere riduzione di imposte o rimborsi, altrimenti indebiti (…)” (art. 37-bis, comma 1, D.P.R. n. 600/1973).

Nel 2008 la Corte di Giustizia Europea è tornata sull’argomento dell’abuso del diritto, con la sentenza del 21 febbraio 2008, C-425/06, chiarendo che:

  • il primo elemento del comportamento abusivo è il perseguimento del vantaggio fiscale la cui concessione sarebbe contraria ad uno o più obiettivi delle direttive in materia;
  • il vantaggio fiscale deve essere lo scopo essenziale e, pertanto, non è necessario che tale scopo sia anche l’unico scopo dell’operazione;
  • il giudice nazionale deve innanzitutto verificare se il risultato perseguito sia un vantaggio fiscale la cui concessione sarebbe contraria ad uno o più obiettivi della Sesta direttiva e, successivamente, se abbia costituito lo scopo essenziale della soluzione contrattuale prescelta;
  • quando un soggetto passivo ha la scelta tra le due operazioni, la Sesta direttiva non impone di scegliere quello che implica un maggior pagamento di Iva. Al contrario il soggetto passivo ha diritto di scegliere la forma di conduzione degli affari che gli permette di limitare la sua contribuzione fiscale.

Va anche detto che il regime della prova pone a carico dell’Amministrazione finanziaria l’onere di dimostrare il disegno abusivo e le eventuali modalità di manipolazione e di alterazione funzionale degli strumenti giuridici utilizzati, nonché la loro mancata conformità a una normale logica di mercato, prevedendo, invece, che gravi sul contribuente l’onere di allegare l’esistenza di valide ragioni extrafiscali alternative o concorrenti che giustifichino il ricorso a tali strumenti.

Ebbene, i Giudici Supremi nella ordinanza in commento, ravvisando che l’ufficio non era riuscita ad adempiere a quello che sarebbe stato comunque un suo onere probatorio, hanno respinto il ricorso dell’Agenzia delle Entrate.

Corte di Cassazione – Ordinanza N. 10041/2014

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