Diritto

IVA evasa? paga il professionista

IVA evasa? paga il professionista
Il rappresentante fiscale di una società estera risponde anche penalmente dell’Iva dovuta in Italia e non versata

Il rappresentante fiscale di una società estera risponde anche penalmente dell’Iva dovuta in Italia e non versata. A precisarlo è la Corte di Cassazione con la sentenza n. 26356 del 18 giugno 2014.

IL FATTO
La società Alfa LTD, con sede a Londra, aveva in Italia Tizio come rappresentante fiscale. L’Iva relativa alle operazioni effettuate in Italia nel 2005, pari a circa 185.000 euro, non veniva versata entro il 27 dicembre 2006, e Tizio veniva condannato, sia in primo grado che in appello, per la fattispecie di cui all’art. 10-ter del D.Lgs. n. 74/2000; condanne fondate sulla incontestata posizione di rappresentante fiscale della società estera, che sostituisce la stessa in tutti gli adempimenti relativi all’Iva e ne è solidalmente responsabile; responsabilità che – sottolineavano i giudici di merito – comprende anche quella penale, indipendentemente dallo svolgimento di attività di gestione o dall’interessamento ad essa.

Nel ricorso per Cassazione Tizio contestava tale ricostruzione. Sottolineava come il rappresentante fiscale di una società estera non sia un sostituto fiscale, potendo rispondere penalmente soltanto nel caso in cui sia provato un suo concorso nel reato posto in essere dai soggetti che gestiscono la stessa ovvero quando sia stato messo dalla governance della società nella condizione di adempiere (circostanza assente nel caso di specie, dove Tizio era privo dell’autorizzazione ad operare sul conto corrente della società). Diversamente il rappresentante fiscale sarebbe ritenuto responsabile penalmente sulla base di una previsione tributaria e per il solo fatto dell’accettazione della carica, laddove la fattispecie contestata risulta integrata solo in presenza di dolo (e non di colpa). Irrilevante, inoltre, doveva reputarsi il fatto che lo stesso avesse sottoscritto la relativa dichiarazione.

LA DECISIONE DELLA CORTE DI CASSAZIONE
La Cassazione reputa il ricorso infondato. Ai sensi dell’art. 17 comma 3 del D.P.R. n. 633/72, quando gli obblighi o i diritti derivanti dalla applicazione delle norme in materia di Iva sono previsti a carico di soggetti non residenti e senza stabile organizzazione nel territorio dello Stato, i medesimi sono adempiuti od esercitati, nei modi ordinari, dagli stessi soggetti direttamente, se identificati ai sensi dell’art. 35-ter del D.P.R. n. 633/72, ovvero tramite un loro rappresentante residente nel territorio dello Stato nominato nelle forme previste dall’art. 1 comma 4 del D.P.R. n. 441/1997. Il rappresentante fiscale risponde in solido con il rappresentato relativamente agli obblighi derivanti dall’applicazione delle norme in materia di Iva.

A fronte di ciò, appare opportuno ricordare come, in ordine ai possibili soggetti attivi della fattispecie di omesso versamento Iva (art. 10-ter del D.Lgs. n. 74/2000), la norma si riferisca a “chiunque”; il pronome indefinito, peraltro, deve essere posto in relazione all’obbligo di versamento dell’Iva. In dottrina, dunque, si ritiene configurabile un reato proprio che può essere commesso dai soggetti Iva che abbiano presentato una dichiarazione annuale con saldo debitorio superiore alla soglia. La natura di reato proprio, poi, non esclude il possibile coinvolgimento di soggetti estranei (ad esempio, il dipendente o il professionista chiamato ad effettuare il versamento) attraverso i principi dettati in materia di concorso di persone nel reato. Il c.d. “extraneus”, in particolare, per poter essere chiamato a rispondere del reato, essendo a conoscenza della qualifica di soggetto Iva del c.d. “intraneus”, deve volontariamente: istigarlo o determinarlo nel proposito criminoso; realizzare la condotta incriminata attuando le sue direttive illecite.

La Suprema Corte non si sofferma su tali profili, limitandosi a sottolineare, da un lato, come la sanzione penale trovi applicazione nei confronti di chiunque, pur essendovi obbligato, non provveda al versamento, e, dall’altro, come tale obbligo, per effetto del ricordato art. 17 del D.P.R. n. 633/72, incomba indubitabilmente anche sul rappresentante fiscale (si ricorda, inoltre, come già Cassazione 1° ottobre 2010 n. 35457 abbia stabilito che il reato di evasione dell’Iva all’importazione sia configurabile anche nei confronti del rappresentante fiscale per l’Italia di società estere; questi, infatti, rappresenta l’unico interlocutore, sia pure in solido con l’importatore, per le obbligazioni fiscali e doganali).

Rispetto a ciò sono considerati fatti irrilevanti sia il disinteresse dell’imputato nei confronti della gestione della società che l’assenza di un’autorizzazione che gli consentisse di operare sul conto corrente della stessa, derivando l’assunzione della responsabilità (in solido) dall’accettazione della nomina. Dalla volontaria accettazione di questa scaturiscono gli obblighi di carattere fiscale e, in caso di violazione, le correlate conseguenze di carattere penale.

Si evidenzia, infine, come, nel caso esaminato, nessun effetto possa esplicare la sentenza 8 aprile 2014 n. 80 della Corte Costituzionale, che ha dichiarato l’illegittimità dell’art. 10-ter del D.Lgs. n. 74/2000 nella parte in cui, con riferimento ai fatti commessi sino al 17 settembre 2011, punisce l’omesso versamento dell’IVA dovuta in base alla relativa dichiarazione annuale per importi non superiori, per ciascun periodo di imposta, ad euro 103.291,38. Come rilevato, infatti, l’importo evaso era pari a circa 185.000 euro.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *