Diritto

IUC: respinte le questioni di legittimità costituzionale

IUC: respinte le questioni di legittimità costituzionale
La Consulta ha respinto le questioni di legittimità costituzionale sollevate dalla Regione siciliana a proposito delle disposizioni della legge di Stabilità 2014 che hanno istituito la IUC

Con la sentenza n. 252 del 3 dicembre 2015, la Corte Costituzionale ha respinto le questioni di legittimità costituzionale sollevate dalla Regione siciliana a proposito delle disposizioni della legge di Stabilità 2014 che hanno istituito la IUC – Imposta unica comunale.

IL FATTO
Il caso trae origine dal ricorso presentato dalla Regione siciliana avverso l’art. 1, commi 639, 703 e 730, della legge 27 dicembre 2013, n. 147 (Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato – Legge di stabilità 2014).
In particolare, il comma 639 prevede che «È istituita l’imposta unica comunale (IUC). Essa si basa su due presupposti impositivi, uno costituito dal possesso di immobili e collegato alla loro natura e valore e l’altro collegato all’erogazione e alla fruizione di servizi comunali. La IUC si compone dell’imposta municipale propria (IMU), di natura patrimoniale, dovuta dal possessore di immobili, escluse le abitazioni principali, e di una componente riferita ai servizi, che si articola nel tributo per i servizi indivisibili (TASI), a carico sia del possessore che dell’utilizzatore dell’immobile, e nella tassa sui rifiuti (TARI), destinata a finanziare i costi del servizio di raccolta e smaltimento dei rifiuti, a carico dell’utilizzatore».
Il comma 703 prevede che «L’istituzione della IUC lascia salva la disciplina per l’applicazione dell’IMU».

Ad avviso della Regione siciliana, le norme impugnate comporterebbero, «pur se a vario titolo» (mediante un ulteriore concorso della Regione alla finanza pubblica, o la riserva allo Stato di gettito di spettanza regionale), effetti negativi sul bilancio regionale, andando a sommarsi alle già precedenti riduzioni di risorse subite dalla Regione negli ultimi anni, e tali da rendere impossibile lo svolgimento delle funzioni regionali. Inoltre, le norme impugnate comporterebbero una violazione delle proprie prerogative statutarie avvenuta con le modalità istitutive dell’imposta municipale propria (IMU), le quali farebbero salva la vigente disciplina e disporrebbero quindi la dotazione del Fondo di solidarietà comunale e, corrispondentemente, prevederebbero che una quota di pari importo dell’IMU, di spettanza dei Comuni, sia versata all’entrata del bilancio dello Stato. Secondo la Regione siciliana le modifiche successivamente introdotte non avrebbero eliso i profili di illegittimità censurati (ad esempio, si rammenta che la neointrodotta deducibilità dell’IMU ai fini della determinazione del reddito di impresa e del reddito derivante dall’esercizio di arti e professioni nella misura del 20%, comporterebbe la sottrazione di ulteriori risorse al bilancio regionale).

LA DECISIONE DELLA CORTE COSTITUZIONALE
La Corte Costituzionale, dopo aver dichiarato inammissibili alcune delle questioni di legittimità costituzionale sollevate perché, fondamentalmente, carenti in chiarezza e completezza, e in parte generiche, si è soffermata sull’esame delle questioni ritenute ammissibili: in particolare, si tratta di quelle che si riferiscono agli articoli 119, comma 4, e 81 Cost., e agli articoli 14, lettera o), e 36 dello Statuto della Regione siciliana, dal momento che la Regione sostiene che la propria autonomia finanziaria sarebbe lesa dalla disciplina del Fondo di solidarietà, in quanto questa inciderebbe direttamente sul fabbisogno finanziario della Regione stessa ed anche indirettamente, per via del preteso depauperamento degli enti locali siciliani, in relazione al quale – per effetto della competenza di cui all’art. 14, lettera o), dello Statuto – la ricorrente dovrebbe intervenire a sostegno.

Anche se ammissibili, tali censure non sono fondate.

Con la censura in esame, infatti, non viene colpita la disciplina fiscale dell’IMU bensì quella del Fondo di solidarietà comunale che – in quanto sostitutivo dei trasferimenti statali agli enti locali – riguarda le modalità di finanziamento della generalità dei Comuni in ambito nazionale (ad eccezione di quelli ricadenti nel territorio delle Regioni autonome Valle d’Aosta/Vallée d’Aoste e Friuli-Venezia Giulia e delle Province autonome di Trento e di Bolzano).
Sotto questo profilo, se è vero che l’IMU di spettanza dei Comuni siciliani viene sottratta agli stessi per essere versata all’entrata del bilancio dello Stato al fine di alimentare il Fondo di solidarietà comunale, tale partecipazione è tuttavia correlata ad una simmetrica partecipazione dei Comuni stessi alle risorse affluite in detto Fondo. Ciò risulta con chiarezza dai plurimi provvedimenti attuativi in tema di ripartizione del Fondo di solidarietà comunale ed in particolare dai decreti del Presidente del Consiglio dei ministri 13 novembre 2013, 1° dicembre 2014 e 10 settembre 2015.

Tenuto conto di tale articolazione bidirezionale dei flussi finanziari afferenti all’IMU (che caratterizza sia le Regioni a statuto ordinario, sia la Regione siciliana, sia la Regione autonoma Sardegna), la Regione siciliana non avrebbe fornito la prova dell’incidenza negativa della disposizione impugnata sul bilancio dei suoi Comuni né su quello proprio. Tale prova non sarebbe stata dedotta né in termini macroeconomici, cioè di saldi complessivi delle relazioni finanziarie tra Fondo di solidarietà e Comuni siciliani, né in termini di sproporzione tra il gettito IMU versato da singoli enti locali e la quota agli stessi ridistribuita dal Fondo.

Secondo la giurisprudenza costituzionale, sotto tale profilo, la Regione avrebbe dovuto allegare gli elementi finanziari analitici correlati ai profili disfunzionali censurati, e non limitarsi ad affermare.

In definitiva, se è fuor di dubbio che lo Stato possa, nell’ambito delle manovre di finanza pubblica, disporre in merito alla disciplina sostanziale delle risorse di competenza degli enti territoriali, anche determinando riduzioni della loro disponibilità finanziaria «purché appunto non tali da produrre uno squilibrio incompatibile con le esigenze complessive della spesa» (sentenza n. 138 del 1999), le censure regionali rivolte al preteso depauperamento non sono state accolte poiché non avrebbero fornito prova di una grave alterazione nel rapporto tra complessivi bisogni dell’ente territoriale e mezzi finanziari per farvi fronte (in senso conforme, ex plurimis, sentenze n. 23 del 2014 e n. 29 del 2004).

Corte Costituzionale – Sentenza N. 252/2015
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