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Perché gli italiani faticano a risparmiare sui conti correnti

Per gli italiani non è semplice riuscire a valutare se i costi del proprio conto corrente sono eccessivi e i servizi adeguati
Per gli italiani non è semplice riuscire a valutare se i costi del proprio conto corrente sono eccessivi e i servizi adeguati

È lo strumento prìncipe delle finanze dei risparmiatori: la prima piattaforma alternativa al contante per accedere all’utilizzo del denaro: dal mutuo, alla carta di debito o di credito, agli investimenti fino alla scelta delle coperture previdenziali o assicurative. Eppure per gli italiani riuscire a valutare il proprio conto corrente non è semplice: capire cioè se i costi sono eccessivi e i servizi adeguati è un’attività che negli ultimi anni – da quando la vigilanza sulle banche e sul loro rapporto con i consumatori è passata dalla Banca d’Italia – ha fatto molti passi in avanti. Ma non tutti quelli necessari. E non è un caso che, come sottolinea nella sua indagine l’Antitrust, i costi dei c/c possano ridursi anche di oltre cento euro l’anno. Basterebbe negoziare con la propria banca, ma per farlo è necessaria una strumentazione a propria disposizione, al momento poco diffusa.

Educazione finanziaria e asimmetrie informative. Non tutti hanno conoscenze, competenze e abilità per saper discutere con il consulente bancario e strappare condizioni migliorative, o comunque in linea con le proprie esigenze. Non è sufficiente appartenere al popolo di tradizionali “formiche” inclini al risparmio e all’accantonamento in vista dei periodi bui, per sapere gestire il denaro. L’Italia è al 44esimo posto nella classifica stilata dall’Ocse per educazione finanziaria: il livello di alfabetizzazione in materia di denaro degli italiani è l’ultimo tra i paesi del G8; oltre la metà dei risparmiatori del BelPaese non hanno mai avuto nemmeno un’occasione di migliorare la propria preparazione in materia. La legge che prevedeva l’introduzione dei corsi nelle scuole giace come tante altre in Parlamento e le occasioni di alfabetizzazione finanziaria sono lasciate all’iniziativa di strutture e istituzioni più o meno volenterose. E, talvolta interessante, nel senso che per molti istituti di credito l’organizzazione di occasioni di approfondimenti riservati alla clientela, rappresentano un ottimo strumento di marketing e fidelizzazione.

Le asimmetrie informative, cioè la differenza tra la preparazione dei clienti e quella degli addetti che operano in banca, resta un elemento limitabile ma strutturale. Vero è d’altra parte che chi conosce la materia non ha difficoltà a scegliere per il meglio o a trattare condizioni migliorative. Ma anche in questo caso la preparazione di base non basta.

La fatica e il lavoro. Cambiare conto corrente, modificare il proprio piano di investimenti, rinegoziare il proprio mutuo rappresenta una fatica (e tempo a disposizione) che la gran parte dei risparmiatori – anche quelli più avveduti – non riesce ad affrontare agilmente, nel momento in cui decidono per esempio di ridurre i costi e ottenere di più. Anche in questo caso la ragione è strutturale: per il risparmiatore il conto corrente è uno strumento operativo, di per sè non remunerativo (per quello ci sono i conti di deposito, le obbligazioni, i fondi comuni). Mentre dall’altro lato dello sportello l’obiettivo è il raggiungimento di budget aziendali che puntano a massimizzare la redditività della struttura. Una lotta impari: ciò che per alcuni è una fatica, per altri è lavoro quotidiano (con tutto il rispetto per chi lo svolge).

È quindi naturale che solo i più motivati e i più abili riescano a negoziare o modificare quanto proposto da chi si presenta come consulente. Non è un caso che il tasso di mobilità dei correntisti bancari monitorato dall’Antitrust sia limitato al 15-20%, (non lontano peraltro dai livelli europei); o che i tempi di chiusura di un conto corrente si dilatino a dismisura – anche diversi mesi, nonostante le norme europee attualmente in discussione parlino di 15 giorni -, se al c/c è collegato una bolletta o uno strumento finanziario o, soprattutto, se la cifra depositata è cospicua.

Cosa fare e cosa non fare. Per tutto ciò sarebbe utile varare la citata legge sull’educazione finanziaria che punti ad allineare il più possibile le differenze e innalzare la financial literacy dei consumatori. E il riferimento a obblighi normativi da implementare, indicati dall’Authority, possono solo ricadere in questo ambito. Quelli che per esempio prescrivono la trasmissione di informazioni dagli intermediari ai consumatori di servizi finanziari non sempre sono efficienti: quelli previsti dalla direttiva europea Mifid non hanno ottenuto i risultati sperati. La stessa indicazione dell’Antitrust di separare il conto corrente dagli altri servizi bancari è di fatto già in vigore: ma spesso non lo si sa e di fronte al consulente che fa capire che “altrimenti sarebbe un problema…..” spesso ci si adegua senza controbattere. Basti pensare ai conti correnti di base: pilastro di una finanza low cost che l’esecutivo aveva lanciato nel 2011 per garantire le fasce più deboli e contrastare l’uso eccessivo del contante, è stato sottoscritto solo da una fascia di pubblico che l’Antitrust stima in «largamente inferiore all’1% sul totale di correntisti di ogni banca, con banche prive di correntisti con tale servizio base». Pesano sul mancato decollo, secondo l’indagine, «l’opacità delle condizioni di offerta e la struttura del prezzo non immediatamente calcolabile». Insomma, i prodotti buoni restano in magazzino e in vetrina a luccicare restano i prodotti più costosi.

Il capitolo del «che fare» dell’indagine dell’Antitrust sottolinea la necessità di ridurre i tempi di chiusura dei conti correnti e dare evidenza della non necessità del legame tra c/c e altri strumenti ma soprattutto migliorare la trasparenza delle informazioni. Ma il rischio di caricare l’industria finanziaria di adempimenti non è trascurabile: si tratta di òneri che verrebbero inevitabilmente riversati sulla clientela, soprattutto quella meno avvenuta, a questo punto due volte penalizzata. Molto meglio rafforzare il lato domanda del mercato: misure incisive per migliorare la cultura finanziaria riequilibrerebbero il mercato, limitando ulteriormente le inevitabili patologie. Ma per questo servirebbe una considerazione della cosa pubblica finanziaria, su cui raramente ha brillato in passato la classe politica italiana.

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