Diritto

Iscrizione a ruolo: la decadenza non preclude il diritto di chiedere in giudizio l’accertamento del credito

Iscrizione a ruolo: la decadenza non preclude il diritto di chiedere in giudizio l’accertamento del credito
Un eventuale vizio formale della cartella o il mancato rispetto del termine decadenziale previsto ai fini dell’iscrizione a ruolo comporta soltanto l’impossibilità, per l’Istituto, di avvalersi del titolo esecutivo, ma non lo fa decadere dal diritto di chiedere l’accertamento in sede giudiziaria dell’esistenza e dell’ammontare del proprio credito

Un eventuale vizio formale della cartella o il mancato rispetto del termine decadenziale previsto ai fini dell’iscrizione a ruolo comporta soltanto l’impossibilità, per l’Istituto, di avvalersi del titolo esecutivo, ma non lo fa decadere dal diritto di chiedere l’accertamento in sede giudiziaria dell’esistenza e dell’ammontare del proprio credito. Lo ha stabilito la Corte di Cassazione con l’ordinanza n. 5792 del 23 marzo 2015.

IL FATTO
Il caso trae origine da una sentenza con cui la Corte di Appello di Firenze, in accoglimento del gravame proposto dall’INPS, ha rigettato l’opposizione svolta da un contribuente avverso una cartella esattoriale relativa al pagamento di contributi omessi e sanzioni amministrative.

Nel ricorso per cassazione, il contribuente censura la decisione della Corte territoriale per non avere rilevato la decadenza dell’INPS dall’iscrizione a ruolo e per avere ritenuto evasione contributiva la fattispecie inserita in un complesso contenzioso inerente all’obbligo alla doppia iscrizione dei soci/amministratori di società di capitali.

LA DECISIONE DELLA CORTE DI CASSAZIONE
La Corte di Cassazione accoglie parzialmente il ricorso presentato dal contribuente. La Suprema Corte muove dal presupposto che l’opposizione avverso la cartella esattoriale di pagamento dà luogo ad un giudizio ordinario di cognizione su diritti ed obblighi inerenti al rapporto contributivo, con la conseguenza che l’ente previdenziale convenuto può chiedere, oltre che il rigetto dell’opposizione, anche la condanna dell’opponente al pagamento del credito di cui cartella, senza che ne risulti mutata la domanda. Ciò perché l’iscrizione a ruolo è solo uno dei meccanismi che la legge accorda all’INPS per il recupero dei crediti contributivi, ferma restando anche la possibilità che l’Istituto agisca nelle forme ordinarie.
Inoltre, la cartella esattoriale costituisce non un atto amministrativo, ma un atto della procedura di riscossione del credito (i cui motivi sono già stati indicati e la cui liquidazione è già stata effettuata nei verbali di accertamento redatti dagli ispettori e notificati alle parti).
E se all’esito del giudizio di opposizione il credito contributivo viene accertato in misura inferiore a quella azionata dall’Istituto, il giudice deve non già accogliere sic et simpliciter l’opposizione, ma condannare l’opponente a pagare la minor somma.
Un eventuale vizio formale della cartella o il mancato rispetto del termine decadenziale previsto ai fini dell’iscrizione a ruolo comporta soltanto l’impossibilità, per l’Istituto, di avvalersi del titolo esecutivo, ma non lo fa decadere dal diritto di chiedere l’accertamento in sede giudiziaria dell’esistenza e dell’ammontare del proprio credito.

In breve, quella di cui all’art. 25 del D.Lgs. n. 46/99 è una decadenza processuale e non sostanziale, come confermato:
a) dal tenore testuale della norma, che parla di decadenza dall’iscrizione a ruolo del credito e non di decadenza dal diritto di credito o dalla possibilità di azionarlo nelle forme ordinarie;
b) dall’impossibilità di estendere in via analogica una decadenza dal piano processuale anche a quello sostanziale (per principio generale le norme in tema di decadenza sono di stretta interpretazione);
c) dalla non conformità all’art. 24 Cost. di un’opzione interpretativa che negasse all’Istituto la possibilità di agire in giudizio nelle forme ordinarie;
d) dalla ratio evincibile anche dai lavori preparatori, dell’introduzione del meccanismo di riscossione coattiva dei crediti previdenziali a mezzo iscrizione a ruolo, intesa a fornire all’ente un più agile strumento di realizzazione dei crediti (ritenuto costituzionalmente legittimo da Corte Cost. ordinanza n. 111/07), non già a renderne più difficoltosa l’esazione imponendo brevi termini di decadenza;
e) dal rilievo che la scissione fra titolarità del credito previdenziale e titolarità della relativa azione esecutiva (quest’ultima in capo all’agente della riscossione) mal si concilierebbe con un’ipotesi di decadenza sostanziale.

Con riferimento al secondo punto di ricorso, precisa la Suprema Corte che l’evoluzione normativa e giurisprudenziale induce a far escludere l’intenzione specifica di occultare il rapporto che faceva insorgere l’obbligo di versamento alla gestione commercianti e, quindi, l’integrazione della fattispecie di evasione contributiva, ai sensi della legge n. 388 del 2000, art. 116. Infatti, trattandosi di fattispecie compiuta antecedentemente all’entrata in vigore della norma di interpretazione autentica di cui all’art. 12, comma 11, del D.l. n. 78/2010, che ha chiarito la portata dell’art. 1, comma 208, della legge n. 662/1996, ovvero la legittimità della doppia iscrizione nella gestione commercianti e nella gestione separata del socio di S.r.l. che lavori nell’impresa e percepisca al contempo compensi quale amministratore, le sanzioni vanno calcolate secondo la più lieve ipotesi di omissione contributiva, e non di evasione come invece fatto dall’INPS.

Un eventuale vizio formale della cartella o il mancato rispetto del termine decadenziale previsto ai fini dell’iscrizione a ruolo comporta soltanto l’impossibilità, per l’Istituto, di avvalersi del titolo esecutivo, ma non lo fa decadere dal diritto di chiedere l’accertamento in sede giudiziaria dell’esistenza e dell’ammontare del proprio credito.
Corte di Cassazione – Ordinanza N. 5792/2015

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