Diritto

Irragionevole durata del processo: niente indennizzo se la parte è contumace

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Niente indennizzo per irragionevole durata del processo alla parte contumace, in quanto non destinataria di sofferenza psichiche causate dalla durata del processo
Niente indennizzo per irragionevole durata del processo alla parte contumace, in quanto non destinataria di sofferenza psichiche causate dalla durata del processo

Il diritto all’indennizzo da durata irragionevole del processo, in relazione all’impianto complessivo della legge e della “ratio” da ritenersi sottesa alla stessa, presuppone che la parte abbia concretamente partecipato al giudizio presupposto, ovvero che non sia rimasta contumace per tutta la sua durata, poiché, qualora abbia assunto consapevolmente tale posizione, non può ritenersi che essa abbia acquisito la qualità di parte danneggiata in conseguenza della possibile durata irragionevole del processo, non assumendo alcuna influenza, al riguardo, che essa sia, poi, destinataria degli effetti della sentenza emessa all’esito del medesimo giudizio, costituendo questa una conseguenza naturale del processo, alla quale tutte le parti sono esposte una volta che si sia ritualmente instaurato tra le stesse il contraddittorio.

Né ha alcuna rilevanza, l’affermazione del principio che il danno non patrimoniale é, di norma, conseguente alla verifica della durata irragionevole del processo, perché esso presuppone pur sempre che la parte si sia effettivamente costituita, ovvero che abbia assunto il ruolo di parte processuale attiva e, quindi, concretamente suscettibile di ricevere un danno dalla violazione del termine di ragionevole durata del processo, potendo rilevare soltanto la circostanza di una possibile costituzione tardiva della parte nel corso del giudizio già iniziato, in ordine alla quale, poi, procedere al computo della eventuale durata irragionevole per la fase successiva all’intervenuta costituzione in giudizio.

Del resto, su un piano generale, é risaputo che, ancorché sia incontestabile che il contumace assume la qualità di parte (e al relativo procedimento contumaciale il codice di rito civile dedica un apposito capo ricompreso tra l’art. 290 e l’art. 294, la cui disciplina si estende, in quanto compatibile, anche al giudizio di appello, ai sensi dell’art. 359 c.p.c.), la partecipazione attiva al processo costituisce, tuttavia, un onere e non un obbligo della parte interessata; peraltro, lungi dall’attribuire alla mancata acquisizione di una presenza attiva (mediante la costituzione formale) nel processo alcuna conseguenza di soccombenza automatica o, comunque, alcuna conseguenza di per se stessa sfavorevole al contumace, l’ordinamento provvede, al contrario, a ridurre, nei limiti del possibile e del giusto nell’ambito della sistematica complessiva del processo civile, il pregiudizio che, in linea di fatto, può derivare al contumace dalla sua mancata partecipazione effettiva al giudizio (e, a tal proposito, sono preposte le garanzie previste proprio dalla disciplina del richiamato “procedimento contumaciale”).

La contumacia, dunque, consiste in una situazione di inattività unilaterale nell’ambito del principio della disponibilità della tutela giurisdizionale, che consegue al mancato esercizio del potere-onere di costituzione di una parte e che deve essere dichiarata dal giudice previa verifica della sussistenza dei relativi presupposti.

In virtù di tali presupposti e tenendo conto delle condizioni previste dall’art. 2 della legge n. 89 del 2001, il contumace non può considerarsi una parte del giudizio alla quale sia riconoscibile la titolarità del diritto all’indennizzo da durata irragionevole del processo, poiché esso implica necessariamente che la parte abbia subito, in concreto, un danno (patrimoniale o non patrimoniale) che sia, in effetti, riconducibile alla protrazione intollerabile del processo oltre la sua durata valutata, appunto, come ragionevole (complessivamente computata in sei anni per i tre gradi di giudizio), ragion per cui solo la parte che abbia, in realtà, attivamente partecipato al processo in quanto costituita può subire quel patema d’animo ovvero quella sofferenza psichica causata dal superamento del limite ragionevole della durata del processo e, quindi, assumere la qualità di “parte danneggiata” (che costituisce la condizione imprescindibile tutelata dalla legge n. 89 del 2001).

Non può, invece, essere attribuita tale qualità a chi ha scelto, consapevolmente, di non costituirsi nel giudizio e, quindi, sostanzialmente, di disinteressarsi dello stesso, dimostrandosi, in linea potenziale, incurante degli effetti di una possibile decisione negativa nei suoi confronti (ed insensibile ai tempi di svolgimento del processo, che, peraltro, non di rado, pur rimanendo posizionato solo “alla finestra”, auspica che si protraggano oltre quella che dovrebbe essere la loro fisiologica durata).

Peraltro, in linea generale, è risaputo che – in base al richiamato disposto dell’art 2, comma secondo, della legge n, 89 del 2001 – il lasso di tempo massimo superato il quale la durata del processo diviene irragionevole deve essere desunto dalla complessità del caso e dal comportamento del giudice e delle parti, nonchè di ogni altra autorità chiamata a concorrervi o comunque a contribuire alla sua definizione, – e cioè valutando, in concreto, la natura delle questioni giuridiche proposte, il numero delle parti in causa, la quantità e complessità degli scritti difensivi depositati in giudizio e delle prove da espletare, la necessità, a fini istruttori, dei rinvii ed il lasso di tempo intercorso fra un rinvio e l’udienza successiva, le carenze di organico causative del possibile congelamento dei ruoli, l’eventuale stasi determinata dalle astensioni degli avvocati (da valutarsi, ancorché in una misura congrua, nella loro oggettività ed in riferimento alla mancanza, nel vigente ordinamento, di mezzi predisposti dallo Stato per ovviare alla paralisi degli uffici giudicanti a causa di tali, non rari fenomeni) -, il tutto depurato dai ritardi attribuibili alla condotta dilatoria delle parti, da identificarsi sia nell’uso (specie se capzioso) dei mezzi che l’ordinamento pone legittimamente a disposizione delle stesse, sia nell’utilizzo di strumenti che si pongono al di fuori dei normali schemi processuali, che abbiano, quindi, contribuito con incidenza causale a rendere irragionevole la durata del processo (situazioni, queste, che – come appare evidente e logico comprendere – non sono compatibili con la condizione di contumacia).

Non assume alcun rilievo, a tale scopo, la continuità della sua posizione processuale rispetto a quella del dante causa, prevista dall’art. 110 c.p.c., poichè il sistema sanzionatorio delineato dalla CEDU e tradotto in un sistema normativo nazionale attraverso l’emanazione della legge n. 89 del 2001 non si fonda sull’automatismo dell’erogazione di una forma di risarcimento a carico dello Stato, ma sulla somministrazione di sanzioni riparatorie a beneficio di chi abbia ricevuto danni patrimoniali o non patrimoniali, mediante indennizzi modulabili in relazione al concreto patema subito, il quale – si badi – presuppone la conoscenza del processo e, soprattutto, l’interesse alla sua rapida conclusione (che implica, per l’appunto, la necessità di un ruolo attivo della parte nell’ambito del giudizio).

[animated_button align=”none” animation=”swing” color=”blue” size=”small” text=”Corte di Cassazione – Sentenza n. 4474″ url=”https://www.lavorofisco.it/docs/cassazione-sent-4474-irragionevole-durata-del-processo.pdf”]
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