Diritto

Invenzioni del dipendente: niente compenso se manca il brevetto

Invenzioni del dipendente: niente compenso se manca il brevetto
In tema di invenzioni occasionali del dipendente, il diritto al pagamento di un compenso scatta solo se nel caso il datore abbia brevettato l’invenzione o abbia esercitato, dopo il brevetto da parte del lavoratore, un’opzione di acquisto

Anche nell’ipotesi di invenzione cosiddetta “occasionale”, la concessione del brevetto costituisce la condicio iuris cui è subordinato l’esercizio del diritto del lavoratore, autore dell’invenzione, al canone o al prezzo, non essendo sufficiente l’asserita utilizzazione di fatto dell’invenzione da parte del datore di lavoro. Lo ha stabilito la Corte di Cassazione con la sentenza n. 5424 del 18 marzo 2015.

IL FATTO
Nel 1988 un dipendente, pur non facendo parte del gruppo di ricerca della società presso la quale svolgeva la propria opera, inventò un prodotto sigillante per coperchi e porte della cokeria, al fine di impedire la fuoriuscita di gas e vapori; per tale invenzione la società depositò presso l’Ufficio Industria, Commercio e Artigianato la domanda di brevetto, indicando il dipendente ed un altro lavoratore quali inventori.

Alla data di cessazione del rapporto di lavoro subordinato e del successivo rapporto di agenzia, il dipendente propose al Tribunale domanda diretta ad ottenere la condanna della società al pagamento del compenso, o equo premio o prezzo, per l’invenzione realizzata, nella misura da determinarsi a mezzo di consulenza tecnica d’ufficio.

II Tribunale rigettò la domanda e la decisione è stata confermata dalla Corte d’Appello, la quale ha ritenuto insussistenti i presupposti per il riconoscimento del diritto vantato: in particolare, dopo aver qualificato l’invenzione come “occasionale” e ritenuto che, per tale tipo di invenzione (secondo la disciplina vigente pro tempore), il prezzo è dovuto solo dopo che il lavoratore ne abbia richiesto il brevetto, ha escluso il diritto in difetto dì quest’ultima condizione.

Nel ricorso per cassazione il dipendente assume, per quello che interessa in questa sede, che erroneamente la sentenza impugnata avrebbe ritenuto che, per conseguire il beneficio economico nell’ipotesi di invenzione occasionale, il lavoratore avrebbe dovuto provvedere a brevettare l’invenzione stessa. Al riguardo, sostiene che la formula prevista nell’art 24 del r.d. n. 1127/1939, secondo cui il diritto di prelazione (oggi più opportunamente definito “opzione” dal D.Lgs. 10 febbraio 2005, n. 30) riconosciuto al datore di lavoro può essere esercitato entro tre mesi dalla data di ricevimento della comunicazione dell’avvenuto deposito della domanda di brevetto, individuerebbe solo il dies ad quem per l’esercizio del diritto, non anche la brevettazione quale presupposto imprescindibile dell’opzione medesima.
Aggiunge che tale diritto potrebbe essere esercitato dal datore di lavoro anche implicitamente, attraverso l’utilizzo o la disponibilità del ritrovato, e indipendentemente dal brevetto. Alla luce di questa ricostruzione delle norme, ritiene che, una volta comunicata l’invenzione alla società datrice di lavoro, quest’ultima, attraverso la cessione dei diritti alla holding capogruppo statunitense avrebbe esercitato il diritto di opzione sull’invenzione, cosi facendo sorgere in capo al dipendente il diritto al compenso.

LA DECISIONE DELLA CORTE DI CASSAZIONE
La Corte di Cassazione respinge il ricorso presentato dal dipendente. Sul punto, l’unanime giurisprudenza della Suprema Corte ha ritenuto che gli artt. 23, 24 e 26 della legge sui brevetti, se introducono una deroga al principio stabilito dall’art. 18 r.d cit, secondo cui il diritto di brevetto spetta all’autore dell’invenzione e ai suoi aventi causa, non derogano invece al disposto dell’art. 4 del r.d cit, secondo cui i diritti esclusivi considerati dal suddetto decreto sono conferiti con la concessione del brevetto.
Tale principio si raccorda con quanto stabilisce il successivo art. 27, che prevede, al secondo comma, la presunzione che, dinanzi all’Ufficio Centrale Brevetti, colui che richieda il brevetto sia titolare del diritto allo stesso e sia legittimato ad esercitarlo.
Completa il sistema l’art. 27-bis aggiunto dall’art. 14 del D.P.R. n. 338/1979, il quale tutela la posizione del titolare del diritto al brevetto nei confronti dell’usurpatore, ovvero di colui che, senza averne diritto, abbia chiesto o ottenuto il brevetto, riconoscendo al primo il diritto di agire per ottenere, a sua scelta, una sentenza, avente efficacia retroattiva, di trasferimento a suo nome del brevetto, ovvero la declaratoria della nullità del brevetto rilasciato a chi non ne aveva diritto.

Da tale complesso normativo si desume che il diritto al brevetto, ossia la facoltà di chiedere la registrazione, è la posizione giuridica che si riconosce in caso all’inventore ovvero a colui che a titolo derivativo acquista la completa descrizione dell’invenzione. Esso, tuttavia, come emerge dagli artt. 2588, 2589 c.c., nonché dagli artt. 7 comma primo, 18 e 19 del r.d. n. 1127/1939 può circolare, e dunque può essere oggetto di negozi in tal senso.

Invece, il diritto sul brevetto consiste nella facoltà esclusiva di attuare e di godere della invenzione. Esso si costituisce con la registrazione, tant’è che la norma dell’art. 2584 c.c. chiarisce che solo chi ha ottenuto un brevetto per un’invenzione industriale ha il diritto esclusivo di attirare l’invenzione e di disporne, nei limiti stabiliti dalla legge.

Si delinea dunque la natura complessa del titolo di acquisto del brevetto, il quale non è costituito solo dalla brevettazione come atto formale, bensì anche dalla attitudine a richiederla sul rilievo della invenzione, o del suo acquisto.

Da ciò deriva che, se è possibile distinguere il diritto al brevetto da quello sul brevetto, e dunque una circolazione distinta di entrambi, ciò non vuol dire che tale circolazione possa contraddire la logica insita nel sistema normativo su richiamato, il quale pretende siffatto complesso titolo di acquisto del brevetto perché adotta quale fondamentale principio che soltanto chi brevetta bene ha il potere di esclusiva. Cosicché tale potere non è riconosciuto a chi non brevetta, ovvero a chi brevetta male, perché non ha titolo per farlo.
In altri termini, e con riferimento alle invenzioni del dipendente, il brevetto costituisce la condicio iuris non solo perché il lavoratore inventore acquisisca il diritto al corrispettivo, ma anche perché il datore di lavoro possa acquisire definitivamente il diritto allo sfruttamento del ritrovato, con la ulteriore conseguenza, rilevata in dottrina con riferimento all’ipotesi dell’invenzione occasionale, che, se il lavoratore non intende presentare domanda di brevetto, il datore di lavoro non ha alcuna tutela del suo (eventuale) interesse all’acquisto del brevetto potenzialmente riconoscibile.

Sì è dunque in presenza di un vero e proprio vincolo sinallagmatico, in forza del quale il diritto del lavoratore può essere esercitato nei confronti del datore di lavoro, solo nel caso in cui questi abbia provveduto a brevettare l’invenzione (art. 23 r.d. cit.) oppure abbia esercitato, previa brevettazione da parte del lavoratore, l’opzione di acquisto dello stesso, o del suo uso esclusivo o non esclusivo (art. 24 r.d. cit.).

Nel caso di specie, è pacifico che la società non ha mai esercitato tale diritto, così come è altrettanto incontestato che, proprio perché non è titolare del brevetto, il dipendente non gli ha mai ceduto (né poteva farlo) i diritti di sfruttamento economico (ex art. 2584 c.c.).

Nel regime precedente l’entrata in vigore del D.Lgs. 10 febbraio 2005, n. 30, anche nell’ipotesi di invenzione cosiddetta “occasionale” disciplinata dall’art. 24 del r.d. n. 1127/1939, la concessione del brevetto costituisce la condicio iuris cui è subordinato l’esercizio del diritto del lavoratore, autore dell’invenzione, al canone o al prezzo, non essendo sufficiente l’asserita utilizzazione di fatto dell’invenzione da parte del datore di lavoro.
Corte di Cassazione – Sentenza N. 5424/2015

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