Diritto

Invalidità civile: MEF condannabile per le spese di lite

Invalidità civile: MEF condannabile per le spese di lite
La partecipazione necessaria al giudizio del Ministero dell’Economia e Finanze, ancorché nei suoi confronti non sia stata spiegata alcuna domanda, non comporta l’assunzione da parte del medesimo della veste di parte solo in senso formale, ma gli attribuisce un ruolo di parte in senso processuale, con la conseguenza che a carico del Ministero può gravare la responsabilità nei confronti della parte vittoriosa sia per le spese di lite, sia per le spese della consulenza tecnica di ufficio

La partecipazione necessaria al giudizio del Ministero dell’Economia e Finanze, ancorché nei suoi confronti non sia stata spiegata alcuna domanda, non comporta l’assunzione da parte del medesimo della veste di parte solo in senso formale, ma gli attribuisce un ruolo di parte in senso processuale, con la conseguenza che a carico del Ministero può gravare la responsabilità nei confronti della parte vittoriosa sia per le spese di lite, sia per le spese della consulenza tecnica di ufficio. Lo ha stabilito la Corte di Cassazione con la sentenza n. 1748 del 30 gennaio 2015.

IL FATTO
Il caso trae origine dal contenzioso instaurato tra una donna, il MEF e l’INPS per il riconoscimento dell’indennità di accompagnamento.

La Corte d’Appello ha rigettato l’impugnazione del Ministero dell’Economia e Finanze avverso la sentenza con la quale il Tribunale aveva condannato l’INPS al pagamento in favore di T. M. dell’indennità di accompagnamento e condannato l’Istituto e il Ministero al pagamento delle spese di lite e delle spese di consulenza tecnica. In particolare, la sentenza della Corte d’Appello ha rigettato il gravame relativo alla condanna alle spese, ritenendo che il Ministero avesse la veste di litisconsorte necessario ai sensi dell’art. 102 del codice di procedura civile e come tale fosse parte necessaria del predetto processo, ed inoltre considerando la condotta processuale del Ministero in primo grado, non meramente passiva ma finalizzata espressamente a contrastare la pretesa azionata.

Contro la sentenza presentava ricorso per Cassazione il MEF, in particolare per avere la sentenza condannato il Ministero alle spese di lite senza tener conto che la partecipazione dello stesso al giudizio era un mero effetto di denunzia di lite giustificata dall’essere soggetto informato dei fatti con riferimento all’accertamento del requisito sanitario, ma senza che nei confronti del Ministero fosse stata spiegata alcuna domanda giudiziale; inoltre, si aggiunge la sentenza aveva ingiustamente condannato il Ministero al pagamento delle spese di lite, sebbene non fosse stata proposta alcuna domanda nei suoi confronti e quindi non potesse configurarsi la parte quale soccombente.

LA DECISIONE DELLA CORTE DI CASSAZIONE
La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso del Ministero. Sul punto, anzitutto gli Ermellini rilevano l’inconsistenza dell’argomentazione svolta dall’Amministrazione a sostegno dell’assunto di non potere essere tenuta alla rifusione delle spese di giudizio, in quanto solo parte formale nel giudizio de quo. Questa nozione, evidenziata in contrapposizione a quella di parte in senso sostanziale, cioè con riferimento ai soggetti del rapporto sostanziale affermato, non esclude che il soggetto così individuato abbia un ruolo nel processo e sia da considerarsi comunque, secondo la distinzione più comunemente affermata in dottrina, parte in senso processuale.

Indiscutibile, per i giudici di Piazza Cavour, è questo ruolo in considerazione dell’esplicita affermazione contenuta in una disposizione di legge (D.L. n. 269 del 2003, art. 42, comma 1), la quale stabilisce al comma 1 che “Gli atti introduttivi dei procedimenti giurisdizionali concernenti l’invalidità civile, la cecità civile, il sordomutismo, l’handicap e la disabilità ai fini del collocamento obbligatorio al lavoro, devono essere notificati anche al Ministero dell’Economia e delle Finanze (…). Nei predetti giudizi il Ministero (…) è litisconsorte necessario ai sensi dell’articolo 102 c.p.c (…)”.
Con questa disposizione, si è inteso sopperire all’inconveniente determinato dall’individuazione dell’INPS quale unico legittimato passivo nelle suddetta controversie a seguito della modifica introdotta dal decreto con cui vennero conferite funzioni e compiti amministrativi dello Stato alle Regioni ed agli enti locali nel 1998 (art. 130), non essendo l’ente in grado di svolgere alcun controllo sulle condizioni sanitarie in quanto estraneo alla fase amministrativa in cui l’accertamento doveva essere compiuto (e per il quale operavano le commissioni mediche presso le ASL, ai sensi della previgente normativa). L’ultima parte del comma 1 del citato art. 42 prevede che nei casi in cui il giudice nomina un consulente tecnico, alle indagini assiste un componente delle commissioni mediche di verifica indicato dal direttore della direzione provinciale su richiesta, formulata a pena di nullità, del consulente nominato dal giudice, componente al quale, secondo l’espressa previsione della norma, competono le facoltà indicate dalla legge. La presenza del Ministero dell’Economia e delle Finanze veniva prevista come necessaria, anche se nei suoi confronti non era spiegata alcuna domanda, essendo stata ritenuta opportuna per l’accertamento dello stato invalidante ed essendo altresì giustificata con il venir meno, a decorrere dalla data di entrata in vigore del richiamato D.L. n. 269 del 1993, dei ricorsi amministrativi avverso i provvedimenti in materia di invalidità civile, secondo la disposizione contenuta nel comma 3 del medesimo art. 42, ove pure era introdotto, e per la prima volta, un termine di decadenza per proporre la domanda giudiziale.

Connessa al ruolo di parte nel processo è infatti la responsabilità in ordine alle relative spese, al rimborso delle quali, in favore della parte vittoriosa, quella soccombente è condannata dal giudice con la sentenza che chiude il processo davanti a lui (art. 91 c.p.c.), a nulla rilevando il rapporto sostanziale, in quanto la soccombenza deve essere riferita al rapporto processuale.

Da qui, dunque, il rigetto del ricorso.

Di rilievo le conseguenze pratiche della sentenza.
Ed invero, secondo l’interpretazione offerta dalla Cassazione, non si vede perché l’assistito, che per far valere il suo diritto alla prestazione assistenziale sia stato costretto a chiamare in giudizio il Ministero, litisconsorte necessario, non debba essere rimborsato anche delle spese processuali sostenute per citare tale parte, né di converso, nel caso ove lo stesso fosse soccombente (e non fosse applicabile l’ipotesi di esonero dal pagamento delle spese stabilito dall’art. 152 disp. att. c.p.c.), non si dovesse fargli carico delle spese di lite da liquidare in favore dell’amministrazione.

Corte di Cassazione – Sentenza N. 1748/2015

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