Diritto

Invalidità civile e assenza di attività lavorativa: niente autocertificazione

Il requisito della incollocazione al lavoro – e, attualmente, il requisito del mancato svolgimento di attività lavorativa – rappresenta, al pari del requisito della ridotta capacità lavorativa e del requisito reddituale, un elemento costitutivo del diritto all’assegno di invalidità civile, la cui prova è a carico del soggetto richiedente il beneficio assistenziale e non può essere fornita mediante la dichiarazione sostitutiva, di tipo autocertificatorio che il richiedente l’assegno di invalidità civile deve rendere annualmente all’Inps, essendo questa rilevante nei soli rapporti amministrativi ed invece priva di efficacia probatoria in sede giurisdizionale

In tema di invalidità civile, il requisito del mancato svolgimento di attività lavorativa rappresenta, al pari del requisito della ridotta capacità lavorativa e del requisito reddituale, un elemento costitutivo del diritto all’assegno di invalidità civile, la cui prova è a carico del soggetto richiedente il beneficio assistenziale e non può essere fornita mediante dichiarazione sostitutiva, di tipo autocertificatorio, che il richiedente l’assegno di invalidità civile deve rendere annualmente all’Inps. Lo ha affermato la Corte di Cassazione con l’ordinanza n. 13630 del 2 luglio 2015.

IL FATTO
Il caso trae origine da una sentenza con cui la Corte d’Appello, in riforma della decisione resa dal Tribunale, riconosceva in favore di un invalido l’assegno mensile di invalidità con decorrenza dal 1° dicembre 2006 (primo giorno del mese successivo alla domanda amministrativa).
In particolare, riteneva la Corte territoriale sussistenti il requisito sanitario e reddituale e, quanto a quello della incollocazione al lavoro, che, a seguito della entrata in vigore della legge n. 244/2007, non occorresse più (neppure per il passato) accertare resistenza di tale requisito essendo lo stesso dimostrato attraverso la dichiarazione resa annualmente all’Inps dal beneficiario della prestazione.

Contro la sentenza proponeva ricorso per cassazione l’Inps, in particolare sostenendo l’erroneità della affermazione secondo cui, con l’entrata in vigore della legge n. 247/2007, possa ritenersi superata, anche per il passato, la necessità di offrire giudizialmente la prova del requisito della mancata occupazione.
Osserva, al riguardo, che il periodo di riferimento del diritto controverso abbraccia anche un periodo (da dicembre 2006 a dicembre 2007) ricadente nella disciplina normativa previgente, che aveva un più rigoroso regime dell’incollocamento ed evidenziava che anche dopo la modifica introdotta dalla legge del 2007, il requisito dell’incollocazione al lavoro si configura quale elemento costitutivo del diritto all’assegno di assistenza per cui era onere dell’interessato allegare e provare il mancato svolgimento di attività lavorativa.
In questa prospettiva sottolineava che la dichiarazione sostitutiva che l’interessato è tenuto a presentare annualmente all’Inps, di non svolgere attività lavorativa, vale solo a semplificare l’iter procedimentale ed i rapporti tra il cittadino e la Pubblica Amministrazione ma non può sortire alcun effetto in ordine alla distribuzione dell’onere probatorio in sede giudiziale.

LA DECISIONE DELLA CORTE DI CASSAZIONE
La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso presentato dall’Inps. In particolare, il requisito della incollocazione al lavoro – e, attualmente, il requisito del mancato svolgimento di attività lavorativa, previsto dall’art. 35, comma 1, della legge 24 dicembre 2007, n. 247, che ha sostituito il testo dell’art. 13 della legge 30 marzo 1971, n. 118, – rappresenta, al pari del requisito della ridotta capacità lavorativa e del requisito reddituale, un elemento costitutivo del diritto all’assegno di invalidità civile, la cui prova è a carico del soggetto richiedente il beneficio assistenziale e non può essere fornita mediante dichiarazione sostitutiva di atto di notorietà, essendo questa rilevante nei soli rapporti amministrativi ed invece priva di efficacia probatoria in sede giurisdizionale. Tale principio, come ripetutamente affermato dalla giurisprudenza della Suprema Corte, resta valido anche in riferimento alla dichiarazione sostitutiva, di tipo autocertificatorio, prevista dall’art. 1, comma 35, della citata legge n. 247/2007, che il richiedente l’assegno di invalidità civile deve rendere annualmente all’Inps, ai sensi dell’art. 46 del D.P.R. 28 dicembre 2000, n. 445, non evidenziando il ridetto art. 1, comma 35, una deroga circa la rilevanza di dichiarazioni di questo genere solo nell’ambito amministrativo e, restando, quindi, impregiudicati i principi sulla prova operanti nei giudizi civili.

In definitiva, secondo il richiamato principio è, in ogni caso, necessaria, da parte dell’invalido la dimostrazione dello stato di incollocamento al lavoro (o del mancato svolgimento di attività lavorativa, secondo il nuovo testo dell’art. 13 sopra citato), dimostrazione che non può essere fornita in giudizio mediante mera dichiarazione dell’interessato, anche se rilasciata con le formalità previste dalla legge per le autocertificazioni.

Non conforme a diritto risultava, pertanto, la sentenza impugnata per aver ritenuto l’appellante esonerato dalla prova del ripetuto requisito e il giudice dispensato dal relativo accertamento.

Corte di Cassazione – Ordinanza N. 13630/2015

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *