Diritto

Insistere presso il Sindaco con richieste di assunzione non e’ interruzione di pubblico servizio

Richiedere insistentemente lavoro ed assistenza al Sindaco, seppure con espressioni colorite e con toni alterati, non integra il reato di interruzione di pubblico servizio
Richiedere insistentemente lavoro ed assistenza al Sindaco, seppure con espressioni colorite e con toni alterati, non integra il reato di interruzione di pubblico servizio

Il reato di interruzione di pubblico servizio (art. 340 c.p.) richiede che il turbamento della regolarità dell’ufficio si riferisca ad un’alterazione del suo funzionamento, ancorchè temporanea, intesa nel suo complesso, tanto da alterarne la concreta operatività globale.

La Corte Suprema torna nuovamente a pronunciarsi, con la sentenza in esame, sulla configurabilità del reato di interruzione di pubblico servizio in relazione ad una singolare fattispecie in cui la violazione era stata contestata al cittadino di un Comune che, con reiteratamente, si era rivolto al Sindaco con richiesta di ottenere un lavoro.

La Corte, pur nel sintetico apparato motivazionale della decisione qui commentata, nell’affermare il principio di cui in massima, ribadisce un orientamento giurisprudenziale che esclude la configurabilità del reato in questione nei casi – come quello sub judice – in cui il turbamento della regolarità del servizio o dell’ufficio non sia stato “globale”, occorrendo infatti per la compiuta integrazione della fattispecie penale in esame, che il turbamento della regolarità dell’Ufficio si riferisca ad un’alterazione del suo funzionamento, ancorché temporanea, intesa nel suo complesso, tanto da alterarne la concreta operatività globale.

Il fatto. La vicenda processuale che ha fornito l’occasione alla Corte per occuparsi della questione, come sinteticamente anticipato, trae origine dall’impugnazione contro la sentenza di condanna con cui era stata affermata in sede di appello la responsabilità dell’imputato per il reato di cui all’art. 340 c.p., cui era stato addebitato di aver, in più occasioni, cagionato interruzioni e turbamenti della regolarità degli uffici comunali.

Il ricorso. Avverso la sentenza di condanna proponeva ricorso per cassazione, per quanto qui d’interesse, il difensore dell’imputato, in particolare censurandola per l’errata applicazione dell’art. 340 c.p.

In proposito, il difensore ricorrente sosteneva che nulla era emerso dagli atti che conducesse ad affermare che le condotte ascritte all’imputato avessero impedito il regolare funzionamento degli uffici comunali, essendosi limitate a richieste di lavoro ed assistenza, ancorchè con espressioni colorate o con toni alterati, ma senza che questo avesse determinato alcuna interruzione di un pubblico servizio, come del resto esattamente riconosciuto dal primo giudice.

La decisione della Cassazione. La tesi è stata accolta dagli Ermellini che, sul punto, hanno condiviso le doglianze difensive annullando senza rinvio la decisione per insussistenza del fatto con sentenza 04/07/2013, n. 28716.

Per meglio comprendere l’approdo dei giudici di legittimità, è opportuno un breve inquadramento giuridico della questione. La tesi difensiva, come detto, era fondata sulla pretesa non configurabilità del reato in esame, non essendo stata fornita la prova del turbamento globale e complessivo dell’operatività dell’ufficio comunale.

Il reato di interruzione di pubblico servizio, com’è noto, è contemplato dall’art. 340 c.p., norma che – sotto la rubrica “Interruzione di un ufficio o servizio pubblico o di un servizio di pubblica necessità” – sanziona chiunque, fuori dei casi preveduti da particolari disposizioni di legge, cagiona un’interruzione o turba la regolarità di un ufficio o servizio pubblico o di un servizio di pubblica necessità, assoggettandolo alla pena della reclusione fino a un anno; solo per i capi, promotori od organizzatori, la pena prevista è più elevata (reclusione da uno a cinque anni).

Secondo un certo orientamento giurisprudenziale, ai fini della integrazione dell’elemento oggettivo del reato previsto dall’art. 340 cod. pen., non ha rilievo che l’interruzione sia stata temporanea o che si sia trattato di un mero turbamento nel regolare svolgimento dell’ufficio o del servizio, atteso che la predetta fattispecie incriminatrice tutela non solo l’effettivo funzionamento di un ufficio, ovvero di un servizio pubblico o di pubblica necessità, ma anche il suo ordinato e regolare svolgimento (Cass. pen., Sez. VI, n. 35071 del 14/03/2007, dep. 19/09/2007, E., in CED Cass., 238025, relativa a fattispecie in cui si era avuta l’interruzione, per oltre due ore, del servizio di pubblico trasporto stradale, a seguito di una manifestazione di protesta organizzata nel centro urbano di una città; ancora, v. Cass. pen., Sez. VI, n. 334 del 02/12/2008, dep. 08/01/2009, in CED Cass., n. 242370, in cui è stata ritenuta la responsabilità in ordine al suddetto reato per il volontario posizionamento di una vettura al centro di un passaggio a livello, comportamento che determinava il temporaneo arresto di un treno in arrivo; Cass. pen., Sez. VI, n. 36253 del 22/09/2011, dep. 06/10/2011, P.G. in proc. C., in CED Cass., n. 250810, fattispecie relativa al ritardo di due ore nell’apertura dell’ambulatorio ortopedico di un ospedale, in cui la S.C. ha annullato l’impugnata pronuncia assolutoria, escludendo che il comportamento del medico potesse essere giustificato da prassi relative ad ulteriori e generici impegni di reparto, avuto riguardo alle caratteristiche di urgenza del servizio di pronto soccorso ortopedico; Cass. pen., Sez. V, n. 27919 del 06/05/2009, dep. 07/07/2009, D.A., in CED Cass., n. 244337, fattispecie in cui l’autista di un autobus del servizio pubblico di trasporto aveva, per un breve ma significativo lasso temporale, interrotto l’attività di conduzione del mezzo per rispondere alle provocazioni di un automobilista; Cass. pen., Sez. VI, n. 22422 del 02/05/2005, dep. 14/06/2005, B., in CED Cass., n. 231862, in cui era stata considerata interruzione di pubblico servizio la condotta di un collaboratore amministrativo del Ministero degli interni che, nel luogo di lavoro, aveva agganciato alla scrivania, con una catena chiusa con lucchetto, un cartello stradale con segnale di pericolo; Cass. pen., Sez. VI, n. 47299 del 21/10/2003, dep. 10/12/2003, D., in CED Cass., n. 226929, in cui era stato ravvisato il reato nella condotta di chi aveva parcheggiato la propria automobile in modo da ostacolare lo svolgimento di una gara ciclistica e che si era rifiutato di rimuoverla nonostante i ripetuti inviti dei pubblici ufficiali in servizio; Cass. pen., Sez. VI, n. 24068 del 24/04/2001, dep. 13/06/2001, S., in CED Cass., n. 219359, fattispecie in tema di turbamento dei controlli sulla sicurezza e sull’igiene del lavoro, cagionato dal direttore di uno stabilimento industriale che aveva dato disposizione al personale di portineria dell’impianto di non far accedere ai locali della fabbrica gli ispettori della USL, finché non fosse giunto sul posto il responsabile della sicurezza, in quel momento assente).

A tale orientamento, tuttavia, se ne contrappone un altro altrettanto nutrito (di cui la sentenza qui commentata costituisce espressione), il quale ritiene che ai fini dell’integrazione del reato di cui all’art. 340 cod. pen. è necessario che l’evento del reato costituito dal turbamento della regolarità dell’ufficio o del servizio riguardi il funzionamento del servizio nel suo complesso e non già soltanto di un settore limitato di esso (Cass. pen., Sez. VI, n. 6257 del 07/01/2003, dep. 07/02/2003, B., in CED Cass., n. 223740, relativa ad un caso singolare di invasione di locali dell’Intendenza di Finanza dove si svolgevano le operazioni di estrazione del gioco del lotto, in cui la Corte ha precisato che occorre accertare, ai fini della configurabilità del reato, se sussista – in forza della condotta incriminata – un’incidenza apprezzabile sulla regolarità complessiva delle operazioni di estrazione e non già solo su quelle dell’ufficio interessato dalla protesta, sicché si sia verificato un ritardo rilevante di tali operazioni capace di incidere sulla regolarità del gioco e sulla tempestività della sua conclusione; Cass. pen., Sez. II, n. 5851 del 19/01/1998, dep. 18/05/1998, C., in CED Cass., n. 210731, relativa al caso in cui un pubblico dipendente si era allontanato dal luogo di lavoro più volte, per alcune ore e senza autorizzazione alcuna; Cass. pen., Sez. VI, n. 35399 del 08/06/2006, dep. 23/10/2006, N., in CED Cass., n. 235196, che ha escluso il reato nella condotta di un soggetto che aveva inseguito una corriera di linea e fermato il conducente, il quale aveva precedentemente urtato la propria autovettura).

Orbene, operando una coerente applicazione del principio sostenuto da tale ultimo orientamento, la sentenza qui commentata esclude la configurabilità del reato, precisando che è necessario che il turbamento della regolarità dell’ufficio si riferisca ad un’alterazione del funzionamento, ancorché temporanea, intesa nel suo complesso e non all’alterazione di una singola funzione o prestazione rapportata ad un determinato momento, che, in quanto tale, non ha alcuna incidenza negativa di apprezzabile valenza, sulla concreta operatività globale dell’ufficio o del servizio e per gli effetti minimali che produce rientra nella fisiologica prevedibilità, tanto da essere agevolmente controllabile con i normali meccanismi di difesa preordinati ad assicurare il costante funzionamento del servizio: e non può dirsi certo che richiedere insistentemente lavoro ed assistenza al Sindaco, seppure con espressioni colorite e con toni alterati, costituisca “turbamento del servizio” tale da integrare il reato in esame.

Corte di Cassazione – Sentenza N. 28716/2013

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