Diritto

Insinuazione al passivo dopo la dichiarazione di fallimento: niente decadenza annuale

Insinuazione al passivo dopo la dichiarazione di fallimento: niente decadenza annuale
L’insinuazione al passivo dei crediti sorti in data successiva alla dichiarazione di fallimento non è soggetta al termine di decadenza annuale per le insinuazioni tardive

Ai crediti sopravvenuti (cioè sorti in data successiva a quella della dichiarazione di fallimento), non si applica il termine decadenziale di dodici (o sino a diciotto) mesi previsto per le insinuazioni ultratardive. Lo ha stabilito la Corte di Cassazione con la sentenza n. 16218 del 31 luglio 2015.

IL FATTO
Il caso trae origine da una sentenza con cui il giudice delegato del fallimento di una S.r.l. dichiarò inammissibile la domanda “ultratardiva” di ammissione al passivo proposta da alcuni creditori per un credito di € 205.000,00 a titolo di rimborso dell’acconto sul prezzo di acquisto di un immobile, da essi versato a seguito della stipula di un contratto preliminare di compravendita nel quale il curatore aveva dichiarato di non subentrare. Il termine annuale per le insinuazioni tardive, di cui all’art. 101, primo comma, della legge fallimentare, era infatti scaduto il 19 luglio 2010 (essendo stato il decreto di esecutività dello stato passivo depositato il 4 giugno 2009), mentre i creditori avevano depositato la domanda d’insinuazione soltanto il 3 agosto 2010.

Il Tribunale di Padova respingeva l’opposizione dei creditori, osservando che, siccome l’art. 101 della legge fallimentare non distingue tra crediti sorti prima e crediti sorti dopo dopo la dichiarazione del fallimento, anche l’insinuazione dei secondi è soggetta ai termini ivi stabiliti. Pertanto, ove il ritardo dell’insinuazione dipenda da causa non imputabile al creditore sopravvenuto, questi potrà insinuarsi anche oltre il termine annuale di cui all’art. 101, primo comma, cit., ma dovrà farlo entro un tempo ragionevole dal sorgere del suo credito e non certo entro un nuovo temine annuale, non previsto dalla legge né per i creditori preesistenti, né per i creditori sopravvenuti. Gli opponenti avevano, appunto, avuto a disposizione circa dieci mesi, dalla data in cui il credito era sorto sino alla scadenza del termine di cui all’art. 101, primo comma, della legge fallimentare, temine certamente congruo per insinuarsi al passivo.

Avverso tale sentenza proponevano ricorso per cassazione i creditori, premettendo innanzitutto che il credito restitutorio del promissario acquirente, derivante dallo scioglimento del curatore dal contratto preliminare, sorge soltanto al momento della comunicazione dello scioglimento stesso da parte del curatore.
Sostenevano, poi, che la legge fallimentare si riferisce soltanto ai crediti già esistenti alla data della dichiarazione del fallimento e non anche a quelli sorti successivamente, come nella specie; che la relativa norma (art. 101) non stabilisce quale sia il termine ultimo per la presentazione delle istanze d’insinuazione ultratardive, consentite ai creditori che senza colpa abbiano superato il termine massimo di dodici mesi (o sino a diciotto mesi per le procedure di particolare complessità, secondo quanto stabilito nella sentenza dichiarativa del fallimento) dal deposito in cancelleria del decreto di esecutività dello stato passivo; che quindi, per analogia, il termine massimo per la presentazione di domande ultratardive è pari a dodici (o sino a diciotto) mesi, decorrenti però dal sorgere del credito o dal venir meno della causa impeditiva dell’insinuazione. Concludevano che pertanto la loro domanda era ammissibile.

LA DECISIONE DELLA CORTE DI CASSAZIONE
La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso presentato dai creditori. In particolare, la Suprema Corte ritiene che ai crediti sopravvenuti non si applichi il termine decadenziale di dodici (o sino a diciotto) mesi, di cui al primo comma e all’ultimo comma dell’art. 101 della legge fallimentare.

Nuovi crediti concorsuali, invero, possono sorgere (nei casi previsti dalla legge) durante tutto l’arco della procedura fallimentare, anche in fasi assai avanzate della stessa (l’art. 70, comma secondo, della legge fallimentare, riguardante le conseguenze dei giudizi di revoca degli atti pregiudizievoli per i creditori, che normalmente durano diversi anni, ne è l’esempio più vistoso), sicché il termine di cui si tratta ben potrebbe essere già scaduto alla data del sorgere del credito. Né potrebbe sostenersi che, costituendo il carattere sopravvenuto del credito stesso ragione di non imputabilità del ritardo dell’insinuazione, quest’ultima sarebbe comunque ammissibile ai sensi dell’ultimo comma dell’art. 101 della legge fallimentare. Non necessariamente, infatti, il credito sorge in epoca successiva alla dichiarazione del fallimento per cause indipendenti da colpa del creditore.

Nel caso, poi, che il termine non sia scaduto, al creditore sopravvenuto residuerebbe, per provvedere all’insinuazione, un tempo comunque più breve – tendente al limite ad annullarsi – di quello a disposizione dei creditori preesistenti, con conseguenti dubbi di legittimità costituzionale sotto il profilo del principio di uguaglianza (art. 3 Cost.) e del diritto di azione in giudizio (art. 24 Cost.).

Non deve del resto sorprendere che il legislatore, nel dettare l’art. 101 della legge fallimentare, abbia tenuto presenti gli ordinari crediti concorsuali – quelli cioè anteriori alla dichiarazione di fallimento, che produce l’effetto tipico del consolidamento della massa passiva – piuttosto che i casi eccezionali di partecipazione al concorso di crediti successivi.

Le controindicazioni della soluzione qui accolta, sotto il profilo della rapidità delle operazioni di verifica del passivo, ad avviso dei Supremi Giudici non vanno drammatizzate, perché il creditore sopravvenuto che tardi ad insinuarsi pur dopo il sorgere del proprio credito va comunque incontro ad inconvenienti di non scarso rilievo. Egli, infatti, concorrerà soltanto ai riparti dell’attivo successivi all’insinuazione.
Potrà anche aver diritto a prelevare, in quei riparti, le quote che gli sarebbero spettate nelle precedenti ripartizioni, ove si valuti che il ritardo dovuto all’inesistenza del credito dipenda da causa non imputabile (il che peraltro non avviene in tutti i casi), ma sarà comunque esposto al rischio dell’impraticabilità di un tale prelievo mano a mano che, con il susseguirsi dei riparti dell’attivo, si assottigliano le risorse da cui prelevare; senza considerare che, se pure non sia imputabile il ritardo dell’insinuazione dovuto alla insussistenza del credito, il ritardo successivo alla venuta ad esistenza di questo deve comunque avere una specifica giustificazione per far sorgere il diritto.

Da qui, dunque, l’accoglimento del ricorso.

Corte di Cassazione – Sentenza N. 16218/2015

 

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