Diritto

Ingresso negato ai cittadini Ue, prove «occultabili» ma obbligo di informazione sui motivi del divieto

Lo Stato membro che nega l'ingresso a un cittadino Ue deve informarlo sulle ragioni del divieto ma può nascondere le prove di tale decisione
Lo Stato membro che nega l’ingresso a un cittadino Ue deve informarlo sulle ragioni del divieto ma può nascondere le prove di tale decisione se la loro divulgazione può compromettere la sicurezza nazionale

Lo Stato membro che nega l’ingresso a un cittadino Ue deve informarlo sulle ragioni del divieto. Può però nascondere le prove che lo hanno indotto a “rifiutarlo”, se la loro divulgazione può compromettere la sicurezza nazionale.

La Corte di giustizia, con la Causa C-300/11, risponde alla domanda pregiudiziale posta dalla Corte d’Appello inglese, chiamata a dirimere il contenzioso di un ricorrente con doppia cittadinanza, francese e algerina, sposato con una cittadina britannica dalla quale aveva avuto otto figli. All’uomo, che aveva soggiornato nel Regno Unito per circa 15 anni, era stato impedito, dopo un periodo di allontanamento, di rientrare nel Paese, perché la sua presenza era considerata lesiva dell’interesse pubblico.
Al cittadino franco tunisino era stata data una comunicazione molto stringata delle ragioni a sostegno dell’atto amministrativo con il quale si annullava il suo diritto di soggiorno, mentre il resto era stato “secretato”.
Con l’obiettivo di conoscere anche il “non detto” l’uomo aveva iniziato una serie di ricorsi, fino ad arrivare alla Corte d’appello, la quale, a sua volta, ha chiesto una “consulenza” ai giudici di Lussemburgo per capire quali sono i limiti imposti alla trasparenza dello Stato in caso di divieto di ingresso per motivi di sicurezza.

La Corte di giustizia ricorda che la direttiva 2004/38, sul diritto dei cittadini dell’Unione europea e dei loro familiari a circolare e soggiornare liberamente all’interno dei territori degli Stati membri, prevede l’obbligo di notificare la decisione del divieto di ingresso al diretto interessato, mettendo nero su bianco le ragioni, comprese quelle di ordine pubblico, che hanno indotto lo Stato a considerarlo un pericolo.
La regola può essere infranta se l’obbligo di comunicazione si scontra con la necessità di tutelare la sicurezza interna. In tal caso la fondatezza della misura non può essere supposta, ma va provata.
Spetta poi al giudice fare le sue valutazioni sulla bontà degli elementi forniti. Se conclude che la sicurezza del Paese non è a rischio, offre alle autorità la possibilità di passare all’interessato le notizie mancanti. Se lo Stato non cede, il giudice si esprime sulla legittimità del divieto basandosi solo sugli elementi resi noti al cittadino “sgradito”.
Le tutele non mancano neppure se risulta che effettivamente la sicurezza dello Stato può essere pregiudicata da una comunicazione piena. In tal caso scatta il dovere di mettere in atto un procedimento per verificare la fondatezza della decisione, che bilanci la necessità di tutelare il Paese con il diritto a una tutela giurisdizionale effettiva, limitando allo stretto indispensabile le ingerenze su quest’ultima. Scatta, dunque, il doppio obbligo di assicurare il contraddittorio e di trasmettere all’interessato almeno la sostanza della motivazione.
Lo Stato può però tacere gli elementi di prova la cui divulgazione può mettere in pericolo la vita, la salute o la libertà delle persone. La Corte precisa che è ancora compito del giudice stabilire se la comunicazione è andata a buon fine. Controllando che sia stata assicurata la segretezza degli elementi di prova e che il diretto interessato sia stato messo nella condizione di capire e di difendersi.

Corte di Giustizia – Causa C-300/11

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