Diritto

Infortunio sul lavoro: quando la condotta del lavoratore è considerata “abnorme”

Infortunio sul lavoro: quando la condotta del lavoratore è considerata “abnorme”
La Corte di Cassazione torna a pronunciarsi su un tema “caldo” nel dibattito prevenzionistico, in particolare fissando le condizioni in presenza delle quali il comportamento imprudente del lavoratore può considerarsi causa da sola sufficiente a causare l’infortunio

Si deve ritenere abnorme o, comunque, eccezionale ed, in quanto tale, idoneo ad interrompere il nesso di causa tra la condotta datoriale e l’evento il comportamento del lavoratore esorbitante dalle precise direttive impartitegli, così qualificabile qualora, per la serie di operazioni messe in atto al fine di superare le barriere poste a presidio della sua sicurezza, riveli la piena consapevolezza di violare le prescrizioni datoriali ponendo inoltre in essere una condotta ex se fonte di pericolo. Lo ha stabilito la Corte di Cassazione con la sentenza n. 4890 del 2 febbraio 2015.

IL FATTO
Il caso trae origine dalla sentenza di condanna pronunciata nei confronti di un datore di lavoro, cui era stato contestato di avere colposamente – in particolare per violazione del D.P.R. 27 aprile 1955, n. 547, art. 68 omettendo di proteggere o comunque dotare di idoneo dispositivo di sicurezza gli organi lavoratori delle macchine e le relative zone di operazione -, cagionato ad O.D., dipendente con la qualifica di operaia addetta al reparto frigo, lesioni personali guaribili in 92 giorni.
L’infortunio è stato così ricostruito nelle sentenze di merito. La lavoratrice svolgeva mansioni di addetta alla foratrice ed allo strettoio; la foratrice si era inceppata a causa di una basetta (che fa parte del macchinario della foratrice) incastrata nei meccanismi di trazione; nonostante fosse a conoscenza della procedura idonea a sbloccare la foratrice in sicurezza, la lavoratrice aveva preso un cacciavite ed aveva infilato la mano, protetta dal guanto, in un piccolo varco presente nel recinto di protezione in plexiglas posto a copertura degli ingranaggi del macchinario; una volta sbloccato il meccanismo, la foratrice si era riattivata agganciando il guanto di protezione e trascinando la mano della lavoratrice tra gli ingranaggi, con conseguente frattura esposta del terzo dito della mano destra.

Contro la sentenza proponeva ricorso per cassazione il datore di lavoro, in particolare sostenendo che l’infortunio era stato causato da una deliberata decisione della lavoratrice, munitasi di un cacciavite ed arrampicatasi sui caricatori della macchina per accedere per il tramite di un varco di dieci centimetri alla zona meccanica della macchina. Tanto premesso, per quanto qui di interesse, contestava la sentenza di condanna per avere ritenuto che la condotta della lavoratrice rientrasse nel segmento lavorativo attribuitole nonostante si trattasse di condotta difforme dalle direttive di organizzazione ricevute ed esorbitante dalle mansioni attribuitele e per aver omesso di applicare il principio secondo il quale il vigente sistema penale non assicura la sua protezione a chi, nella piena consapevolezza del pericolo, si espone per propria decisione ad esso.

LA DECISIONE DELLA CORTE DI CASSAZIONE
La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso presentato dal datore di lavoro. Sul punto, gli Ermellini osservano come può cogliersi nella giurisprudenza di legittimità la tendenza a considerare interruttiva del nesso di condizionamento la condotta abnorme del lavoratore non solo quando essa si collochi in qualche modo al di fuori dell’area di rischio definita dalla lavorazione in corso ma anche quando, pur collocandosi nell’area di rischio, sia esorbitante dalle precise direttive ricevute ed, in sostanza, consapevolmente idonea a neutralizzare i presidi antinfortunistici posti in essere dal datore di lavoro; quest’ultimo, dal canto suo, deve aver previsto il rischio ed adottato le misure prevenzionistiche esigibili in relazione alle particolarità del lavoro.
Non risulta, in ogni caso, corretto desumere l’inidoneità delle misure prevenzionistiche dal concreto aggiramento di esse ad opera del lavoratore, risultando tale operazione logica confliggente con il principio di affidamento, che esige l’individuazione di un limite, superato il quale gli obblighi antinfortunistici del datore di lavoro non trovano più fondamento nel generale dovere di minimizzazione del rischio.

In definitiva, applicando tali principi al caso concreto, la pronuncia impugnata risulta viziata da violazione dell’art. 41, secondo comma, cod. pen., laddove si è ritenuto che il comportamento della lavoratrice non fosse qualificabile come causa sopravvenuta sufficiente a determinare l’evento, nonostante fosse stato accertato che il datore di lavoro avesse adottato le misure prevenzionistiche funzionali a segregare gli organi lavoratori della macchina ed avesse adeguatamente informato e formato la lavoratrice in merito ai comportamenti da adottare qualora si fosse verificato l’inceppamento del macchinario al quale era addetta e nonostante fosse stato accertato che la lavoratrice avesse violato le direttive ricevute mettendo in atto una serie di operazioni (prendere un cacciavite, raggiungere allungandosi il varco di dieci centimetri presente nel recinto segregatore ed infilarvi il braccio) rivelatrici della piena consapevolezza di violare tali direttive.

Si deve ritenere abnorme o, comunque, eccezionale ed, in quanto tale, idoneo ad interrompere il nesso di causa tra la condotta datoriale e l’evento il comportamento del lavoratore esorbitante dalle precise direttive impartitegli, così qualificabile qualora, per la serie di operazioni messe in atto al fine di superare le barriere poste a presidio della sua sicurezza, riveli la piena consapevolezza di violare le prescrizioni datoriali ponendo inoltre in essere una condotta ex se fonte di pericolo.
Corte di Cassazione – Sentenza N. 4890/2015

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *