Diritto

Infortunio sul lavoro: quando è responsabile il datore di lavoro

Infortunio sul lavoro: quando è responsabile il datore di lavoro
L’art. 2087 del codice civile non configura un’ipotesi di responsabilità oggettiva, atteso che la responsabilità del datore di lavoro va collegata alla violazione degli obblighi di comportamento imposti da norme di legge o suggeriti dalle conoscenze sperimentali o tecniche del momento

Per ritenere il datore di lavoro responsabile dell’infortunio sul lavoro è insufficiente dedurre la violazione di ogni ipotetica misura di prevenzione. La Sezione lavoro della Corte di Cassazione, con la sentenza n. 2687 dell’11 febbraio 2015, ha affermato un importante principio in tema di prevenzione degli infortuni sul lavoro, in particolare affermando che compete al lavoratore l’allegazione dell’omissione commessa dal datore di lavoro nel predisporre le misure di sicurezza (suggerite dalla particolarità del lavoro, dall’esperienza e dalla tecnica) necessarie ad evitare il danno, non essendo sufficiente la generica deduzione della violazione di ogni ipotetica misura di prevenzione, a pena di fare scadere una responsabilità per colpa in una responsabilità oggettiva.

IL FATTO
Il caso trae origine dal contenzioso instaurato tra un lavoratore e la società di cui era dipendente. La Corte di Appello, in riforma della pronuncia emessa dal Tribunale, accoglieva la domanda proposta da I.P. nei confronti della società, intesa a conseguire il risarcimento del danno biologico e morale derivatogli dall’infortunio sul lavoro occorsogli il 4 ottobre 1997 allorquando, nel tentativo di posizionare il cavo messaggero per il recupero di una boa che si era “incattivito” sotto un verricello, era rimasto con il gomito impigliato fra il tamburo ed il cavo, riportando una gravissima lesione alla mano destra.

A fondamento del decisum, osservava in sintesi la Corte d’Appello, che la responsabilità della società armatoriale, alla stregua del materiale probatorio acquisito, era da ritenersi ascrivibile alla omessa adozione di tutte le cautele idonee a prevenire l’evento dannoso, non avendo assicurato – mediante costante e periodica manutenzione e tramite opportuni ingrassaggi e lubrificazioni delle funi – il perfetto funzionamento di verricelli e pulegge, che non risultavano dotati di sistemi di sicurezza atti ad impedire il tendersi dei cavi o comunque a consentire il distacco dei cavi stessi in situazione di pericolo.

Contro la sentenza, proponeva ricorso per cassazione la società, in particolare sostenendo che il dipendente, in sede di ricorso originario, si era limitato ad argomentare genericamente, in ordine al difettoso funzionamento del cavo messaggero e del verricello. Aveva omesso, tuttavia, di prospettare una responsabilità di parte datoriale, per omessa costante, periodica manutenzione delle funi, circostanza, questa, introdotta solo con l’atto di gravame, nel cui contesto era stata rimarcata altresì, la mancata adozione di idonei sistemi di sicurezza atti ad impedire il tendersi dei cavi e l’omessa fornitura di idonei presidi protettivi per il lavoratore (quali i guanti). Nell’ottica descritta, le allegazioni contenute in atto di appello realizzavano un inammissibile ampliamento del thema decidendum, peraltro tempestivamente denunciato dalla società, tale da alterare l’oggetto sostanziale della controversia introducendo nel processo una causa petendi fondata su situazioni giuridiche non prospettate ritualmente.

LA DECISIONE DELLA CORTE DI CASSAZIONE
La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso della società. Sul punto, gli Ermellini rilevano come dalla descrizione del fatto contenuta nel ricorso di primo grado proposto dal lavoratore si evince esclusivamente che il cavo messaggero in acciaio necessario per il recupero della boa di altra piattaforma, al quale era intento il lavoratore, “causa difettoso funzionamento, si incattivava sotto il verricello”; “che il lavoratore, nel tentativo di riposizionare il cavo sul tamburo del verricello, era restato impigliato con il gomito tra il tamburo e il cavo stesso procurandosi così una grave lesione alla mano destra”; che la responsabilità civile del datore di lavoro, nella specie società armatrice, appare pacifica anche ai sensi degli artt. 41 Costituzione e 2087 e segg. c.c. nonché degli artt. 32 e segg. D.Lgs. n. 626/94 restando in capo al datore di lavoro il controllo, vigilanza e manutenzione delle attrezzature di lavoro.

Successivamente, all’esito della reiezione delle domande disposta dal giudice di prima istanza, il lavoratore argomentava a fondamento del gravame, che “In primo luogo, la società avrebbe dovuto mettere in guardia il personale con appositi avvisi volti a diffidare chiunque dall’avvicinarsi al verricello durante le operazioni di traino. Ulteriori misure dovevano consistere inoltre, in un controllo del verricello, evidentemente non funzionante in maniera corretta. Il verricello era difettoso, altrimenti il cavo non sarebbe uscito fuori asse”. Richiamava, quindi, a sostegno dell’assunto, l’art. 176 del D.P.R. n. 547/1955 e successive disposizioni, secondo cui gli apparecchi ed impianti di sollevamento e di trasporto per trazione provvisti di tamburi di avvolgimento e di pulegge di frizione, devono essere forniti di dispositivi che impediscano l’avvolgimento delle funi o catene e la fuoriuscita delle stesse dalla sede dei tamburi e delle pulegge durante il normale funzionamento, facendo altresì riferimento ai protocolli di sicurezza delineati dall’ISPEL i quali impongono di evitare che il personale sia costretto ad eseguire le manovre di traino vicino ai verricelli che in ogni caso andrebbero muniti di sistemi di protezione volte ad impedire l’accesso alle parti in movimento, e potenzialmente rischiose.

La prospettazione contenuta nell’atto di appello, risulta recepita dalla Corte d’Appello che ha rimarcato la riconducibilità dei nocumenti patiti dal lavoratore, alla condotta della parte datoriale consistita nella omessa adozione “di tutte le misure idonee a prevenire incidenti come quello occorso al ricorrente, assicurando mediante costante e periodica manutenzione (tramite opportuni ingrassaggi e lubrificazioni …), il perfetto funzionamento di verricelli e pulegge, dotati di idonei sistemi di sicurezza atti ad impedire il tendersi dei cavi in pregiudizio del manovratore addetto …”.

E’ apparsa, quindi, evidente alla Cassazione la violazione della disciplina prevista dell’art. 414 c.p.c. che impone al lavoratore l’onere di allegare e dimostrare l’esistenza del fatto materiale ed anche le regole di condotta che assume essere state violate, provando che l’asserito debitore ha posto in essere un comportamento contrario o alle clausole contrattuali che disciplinano il rapporto o a norme inderogabili di legge o alle regole generali di correttezza e buona fede o alle misure che, nell’esercizio dell’impresa, debbono essere adottate per tutelare l’integrità fisica e la personalità morale dei prestatori di lavoro.

Corte di Cassazione – Sentenza N. 2687/2015

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