Diritto

Infortunio causato da infarto per troppo lavoro: va considerata anche l’intensità della fatica

Infortunio causato da infarto per troppo lavoro: va considerata anche l'intensità della fatica
Il grado di riduzione permanente dell’attitudine al lavoro causata da infortunio, quando risulti aggravata da inabilità preesistenti derivanti da fatti estranei al lavoro, deve essere rapportata non alla normale attitudine al lavoro ma a quella ridotta per effetto delle preesistenti inabilità, e deve essere calcolata secondo la cosiddetta formula Gabrielli – espressa da una frazione avente come denominatore la ridotta attitudine preesistente e come numeratore la differenza tra quest’ultima (minuendo) ed il grado di attitudine al lavoro residuato dopo l’infortunio (sottraendo) – senza che abbia rilievo la circostanza che l’inabilità preesistente e quella da infortunio incidano sullo stesso apparato anatomo-funzionale

La Corte di Cassazione, sezione lavoro, con la sentenza n. 684 depositata il 15 gennaio 2014 intervenendo in tema di stress lavorativo ha statuito che è doveroso il riconoscimento di una correlazione tra infarto e superlavoro, nel caso in cui la crisi cardiaca colpisca un uomo appena quarantenne che smaltisca un’ingente mole di lavoro nei giorni precedenti l’intensità della fatica, la quale può ben essere considerata elemento scatenante. Per cui la riduzione permanente dell’attitudine al lavoro va determinata considerando la preesistente patologia non avente origine professionale.

Nel caso di specie gli Ermellini hanno chiarito che, ai fini dell’indennità INAIL, trova applicazione la c.d. formula Gabrielli (art. 79 del DPR n. 1124/65), secondo cui, ai fini del calcolo del grado di riduzione permanente dell’attitudine al lavoro causata da infortunio, si deve tener conto di eventuali fattori patologici preesistenti; qualora, invece, il giudice intenda uniformarsi alle risultanze di una seconda consulenza tecnica d’ufficio (Ctu) deve fornirne le motivazioni.
Si tratta dunque di una vera e propria formula matematica “espressa da una frazione avente come denominatore la ridotta attitudine preesistente e come numeratore la differenza tra quest’ultima (minuendo) ed il grado di attitudine al lavoro residuato dopo l’infortunio (sottraendo)” che consente di calcolare la diminuzione effettiva dell’abilità lavorativa tenuto conto delle condizioni psicofisiche pregresse del soggetto colpito.

La vicenda ha visto protagonista un dipendente colpito da infarto al miocardio a causa dello stress lavorativo che aveva determinato un aggravamento della sua patologia, divenendo così causa violenta del conseguente infarto come postumo di infortunio sul lavoro. Per cui il dipendente citava in giudizio l’INAIL affinchè fosse condannato a corrispondergli l’indennità per invalidità temporanea, nella misura di legge. Il Tribunale accoglieva la domanda del ricorrente. L’INAIL avverso la decisione del giudice di prime cure proponeva ricorso dinanzi alla Corte di Appello la quale, in riforma parziale della sentenza impugnata, dichiarava:

  1. che l’assenza dal lavoro di S.B. protrattasi fino al 31 ottobre 1997 è ascrivibile all’infortunio occorso al B.;
  2. condanna l’INAIL a corrispondere all’infortunato l’indennità per invalidità temporanea, nella misura di legge, detratto quanto eventualmente già pagato a tale titolo, con interessi legali e, se superiore, rivalutazione monetaria a decorrere dal 121° giorno successivo alla domanda amministrativa.

Per la cassazione della sentenza del giudice di seconde cure il lavoratore propone ricorso, basato su due motivi di censura, alla Corte Suprema.

Gli Ermellini accolgono il ricorso proposto e rinviano alla Corte di Appello in diversa composizione. I giudici di legittimità hanno ritenuto che la Corte di Appello avesse mal applicato i principi della giurisdizione di legittimità. In particolare, la Suprema Corte ha ritenuto che “in caso di infortunio sul lavoro, se si accerta la sussistenza di fattori patologici preesistenti non aventi origine professionale, il giudice deve – anche di ufficio – fare applicazione dell’art. 79 del d.P.R. n. 1124 del 1965, secondo cui il grado di riduzione permanente dell’attitudine al lavoro causata da infortunio, quando risulti aggravata da inabilità preesistenti derivanti da fatti estranei al lavoro, deve essere rapportata non alla normale attitudine al lavoro ma a quella ridotta per effetto delle preesistenti inabilità, e deve essere calcolata secondo la cosiddetta formula G. – espressa da una frazione avente come denominatore la ridotta attitudine preesistente e come numeratore la differenza tra quest’ultima (minuendo) ed il grado di attitudine al lavoro residuato dopo l’infortunio (sottraendo) – senza che abbia rilievo la circostanza che l’inabilità preesistente e quella da infortunio incidano sullo stesso apparato anatomo-funzionale”.

Corte di Cassazione – Sentenza N. 684/2014

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *