Diritto

Infortuni sul lavoro: niente caso fortuito se il fatto era prevedibile

Infortuni sul lavoro: niente caso fortuito se il fatto era prevedibile
L’accadimento fortuito, per produrre il suo effetto di escludere la punibilità dell’agente – sul comportamento del quale viene ad incidere – deve risultare totalmente svincolato sia dalla condotta del soggetto agente, sia dalla sua colpa

In tema di infortuni sul lavoro, ove l’incidente in cui rimanga vittima il lavoratore (od anche un terzo, come nel caso di specie) sia dovuto a fatto imputabile al datore di lavoro perché prevedibile, tale circostanza esclude che possa configurarsi il caso fortuito, consistente in quell’avvenimento imprevisto e imprevedibile che si inserisce d’improvviso nell’azione del soggetto e non può in alcun modo, nemmeno a titolo di colpa, farsi risalire all’attività psichica dell’agente. Lo ha ribadito la Corte di Cassazione con la sentenza n. 34695 del 10 agosto 2015.

IL FATTO
Il caso trae origine da una sentenza con cui la Corte d’Appello, confermando la decisione di primo grado, ha condannato un datore di lavoro in ordine al delitto di omicidio colposo aggravato dalla violazione delle norme antinfortunistiche.
In particolare l’imputato, alla guida di una macchina operatrice, svolgendo attività di trasporto di materiale edile nel cantiere di cui era titolare e
responsabile, per il rifacimento di alcuni fabbricati del centro storico, investiva un un passante, che a piedi transitava posteriormente al veicolo, il quale decedeva nell’immediatezza per le lesioni riportate.

L’investimento era causalmente riconducibile alle condizioni di inefficienza degli pneumatici del veicolo, i cui battistrada risultavano fortemente logorati, concorrendo anche nella produzione, dell’evento l’aver utilizzato il veicolo – peraltro a pieno carico operativo – con pneumatici nelle sopra descritte condizioni; su un piano di lavoro con accentuata pendenza, e con bassa coefficiente di attrito (presenza di ghiaia sui piano stradale).
Quindi, all’imputato, sotto il profilo di colpa specifica, nella qualità di titolare della ditta edile e di responsabile del cantiere, veniva contestato di non aver tenuto il veicolo in condizioni di efficienza, e di non aver rispettato il piano di sicurezza e coordinamento, nella parte relativa all’apprestamento della recinzione del cantiere, in quanto quella apposta, trovandosi a maggior distanza dal muro rispetto a quanto previsto dal piano, consentiva di fatto il passaggio pedonale ed, in specie, il transito del passante, persona estranea al cantiere, mancando, peraltro, ogni segnalazione di divieto di transito.

Il Tribunale, nell’affermare la responsabilità del datore di lavoro – poi confermata in sede di appello -, non accoglieva la tesi difensiva circa l’interruzione del nesso di causalità per lo scoppio del pneumatico posteriore e per lo spostamento da parte della vittima delle transenne collocate per impedire l’accesso nel cantiere ad estranei, in quanto l’incidente mortale era da ricondurre proprio all’inefficienza dei battistrada del veicolo guidato dall’imputato e dalla violazione del piano di sicurezza che imponeva l’obbligo di impedire ai residenti il passaggio durante l’orario di lavoro.

Contro la sentenza proponeva ricorso per cassazione, per quanto quì di interesse, il datore di lavoro sostenendo la correttezza della tesi difensiva secondo cui la condotta della vittima prima, consistita appunto nello spostare le transenne per entrare nel cantiere, e lo scoppio del pneumatico condotto dal medesimo imputato, poi, abbiano interrotto, quali cause sopravvenute autonome, il nesso causale, e dunque proprio perché imprevedibili ed inevitabili avrebbero determinato che l’evento morte non poteva essere ricondotto ad una condotta colposa dell’imputato.

LA DECISIONE DELLA CORTE DI CASSAZIONE
La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso presentato dall’imputato. Sul punto, evidenzia la Suprema Corte come il passante deceduto, esattamente come altre persone residenti nella zona, attraversavano il cantiere per giungere alla parte opposta in maniera più celere, rimuovendo con facilità le transenne ivi apposte, circostanza questa ben conosciuta all’imputato che, pertanto, avrebbe dovuto apporre una recinzione più consistente e, comunque, applicare anche delle segnalazioni di divieto di transito.
Non può, quindi, considerarsi, lo spostamento delle transenne che recintavano il cantiere da parte del passante deceduto un comportamento imprevedibile.

Per quanto riguarda poi la dedotta interruzione del nesso di causalità per lo scoppio dello pneumatico, gli Ermellini evidenziano come la rilevanza giuridica del caso fortuito sia inesorabilmente legata ad un’azione umana, come riconosce la dottrina assolutamente prevalente, e come è rilevato dalla stessa formulazione dell’art. 45 cod. pen. che, adoperando l’espressione «commettere», suppone la presenza di un comportamento umano, attivo o negativo. Dall’incrocio di questo con l’avvenimento casuale deriva la produzione dell’evento, nel senso che questo, secondo il principio della equivalenza delle cause, è eziologicamente riconducibile alla condotta dell’uomo, il quale tuttavia non ne risponde per l’intervento del fattore causale imprevedibile. Dunque, il caso fortuito presuppone l’integrità del rapporto di causalità materiale tra la condotta e l’evento, collocandosi come causa (soggettiva) di esclusione della punibilità.

Dunque, l’accadimento fortuito, per produrre il suo effetto di escludere la punibilità dell’agente – sul comportamento del quale viene ad incidere – deve risultare totalmente svincolato sia dalla condotta del soggetto agente, sia dalla sua colpa. Ne consegue che in tutti i casi in cui l’agente abbia dato materialmente causa al fenomeno – solo, dunque, apparentemente fortuito – ovvero nei casi in cui, comunque, è possibile rinvenire un qualche legame di tipo psicologico tra il fortuito e il soggetto agente, (nel senso che l’accadimento, pure eccezionale, poteva in concreto essere previsto ed evitato se l’agente non fosse stato imprudentemente negligente o imperito) non è possibile parlare propriamente di fortuito in senso giuridico. (Cass. IV 9 dicembre 1988, Savelli, RV 180850).

Orbene, nel caso in esame è un dato di fatto oggettivo che lo pneumatico in questione era usurato e che era del tutto prevedibile, anche in ragione del carico trasportato dalla macchina, che lo stesso potesse scoppiare, come in effetti è accaduto; il che esclude che possa configurarsi il caso fortuito, consistente, come già evidenziato, in quell’avvenimento imprevisto e imprevedibile che si inserisce d’improvviso nell’azione del soggetto e non può in alcun modo, nemmeno a titolo di colpa, farsi risalire all’attività psichica dell’agente.

Ne consegue il rigetto del ricorso.

Corte di Cassazione – Sentenza N. 34695/2015

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