Diritto

Infortuni sul lavoro: i casi di esenzione da responsabilità del datore di lavoro

Infortuni sul lavoro: i casi di esenzione da responsabilità del datore di lavoro
La Corte di Cassazione si sofferma su un importante tema della vigente disciplina prevenzionistica, in particolare riguardante la individuazione dei compiti che il giudice deve assolvere onde accertare la esistenza delle posizioni di garanzia e delle correlative responsabilità penali nell’attuale sistema “procedimentalizzato” basato sulla programmazione della prevenzione degli infortuni sul lavoro

Com’è noto, la responsabilità di un datore di lavoro nell’infortunio occorso al lavoratore può essere legittimamente esclusa nei casi in cui il comportamento del lavoratore medesimo risulta abnorme o, comunque, eccezionale ed, in quanto tale, idoneo ad interrompere il nesso di causa tra la condotta datoriale e l’evento, ovvero tendente a superare le barriere poste a presidio della sua sicurezza. Con la sentenza n. 32761 del 27 luglio 2015, la Corte di Cassazione offre un panorama esaustivo dei casi in cui il predetto comportamento abnorme può essere considerato tale. Il tema della condotta cosiddetta abnorme del lavoratore è da valutare in applicazione dell’art. 41, secondo comma, cod. pen., a norma del quale il nesso eziologico può essere interrotto da una causa sopravvenuta che si presenti come atipica, estranea alle normali e prevedibili linee di sviluppo della serie causale attribuibile all’agente e costituisca, quindi, un fattore eccezionale.

IL FATTO
La vicenda processuale segue alla sentenza con la quale i giudici avevano dichiarato l’imputata colpevole del reato di lesioni colpose gravissime aggravate dalla violazione di norme concernenti la prevenzione degli infortuni sul lavoro ai danni del lavoratore.
Il fatto era stato così ricostruito: il dipendente lavorava presso un impianto di separazione e recupero di materiali ferrosi composto da alcune attrezzature collocate in serie, fra cui un separatore, un vaglio rotante ed un nastro trasportatore; mentre cercava di rimuovere degli spezzoni di metallo in prossimità del rullo in movimento, la sua mano destra era stata agganciata e tutto il braccio era stato trascinato all’interno del macchinario; l’imputata era datrice di lavoro dell’infortunato, essendo consigliere delegato della s.r.l. con ampi poteri in materia di sicurezza, ed era alla stessa riferibile la decisione di installare le griglie di protezione per segregare il nastro trasportatore; il nastro trasportatore era stato acquistato nel febbraio 2009, alcuni mesi prima dell’infortunio, verificatosi nel mese di ottobre, come materiale ferroso da rottamare e assemblato agli altri componenti, fra i quali il separatore, nel mese di luglio; il lavoratore infortunato era stato assunto nel mese di settembre con un contratto a tempo determinato ed era addetto a varie mansioni, tra le quali quella di pulizia del nastro trasportatore; tale pulizia veniva eseguita alla fine del turno di lavoro, a macchina ferma e con soffi di aria compressa; la segregazione del rullo del nastro trasportatore era stata realizzata con griglie gialle legate fra loro con fascette di plastica e appoggiate al terreno; pur essendo stata una scelta imprudente del lavoratore quella di rimuovere le griglie di protezione tagliando le fascette che le univano e ponendole da un lato, al fine di introdurre la mano nei meandri del nastro per cogliere un pezzo di metallo, la protezione posizionata al fine di rendere inaccessibile il rullo non era secondo i giudici di costruzione robusta ed era facilmente eludibile in quanto le griglie potevano essere facilmente rimosse.

Contro la sentenza proponeva ricorso per cassazione, per quanto qui di interesse, il datore di lavoro dell’infortunato, in particolare sostenendo l’erroneità dell’interpretazione dell’art. 29 del D.Lgs. n. 81 del 2008; secondo il datore di lavoro, la norma impone la rielaborazione della valutazione dei rischi solo in relazione ad eventi e cambiamenti di una certa rilevanza; nel caso concreto, si sosteneva non vi fosse stata una significativa modifica del processo produttivo ai fini della salute e sicurezza dei lavoratori, né erano stati introdotti nuovi rischi non valutati. Il documento di valutazione dei rischi in vigore al momento dell’infortunio, si assume, dimostra che la s.r.l. avesse già compiuto un’adeguata valutazione del rischio in relazione ai nastri trasportatori, errando la Corte di Appello nel ritenere applicabile la norma che si assume violata.

LA DECISIONE DELLA CORTE DI CASSAZIONE
La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso presentato dall’imputata. Sul punto, osservano gli Ermellini come come corretta fosse stata la ricostruzione operata dalla sentenza che aveva confermato la prospettazione difensiva secondo la quale non è stato provato che al lavoratore fosse stato ordinato di pulire il nastro trasportatore né che egli fosse addetto a quel macchinario, riportando che il lavoratore aveva dichiarato di essere consapevole del divieto di avvicinarsi agli organi in movimento della macchina e della necessità di compiere le operazioni di pulizia a macchina ferma.

La Corte d’Appello ha, tuttavia, precisano i Supremi Giudici, escluso l’abnormità della condotta del lavoratore sia perché lo stesso si trovava nelle vicinanze del nastro trasportatore in quanto addetto alla pulizia del piazzale sia perché aveva provveduto altre volte anche alla pulizia del nastro, da ciò desumendo trattarsi di un comportamento non imprevedibile da collegare causalmente alla condotta omissiva del datore di lavoro; tale condotta risulta descritta in termini di omessa protezione degli organi in movimento della macchina in modo adeguato, quale conseguenza dell’omessa valutazione del relativo rischio.
Tanto in considerazione del peculiare fatto che l’impianto non era stato acquistato così come visibile al momento dell’infortunio, ma era stato assemblato all’interno dell’impresa impiegando un nastro trasportatore acquistato come rottame e dotandolo di protezioni costruite artigianalmente.

Il giudice di appello aveva replicato alla deduzione difensiva riproposta nel ricorso, che con tale replica tuttavia non si confronta, affermando che la valutazione dei rischi redatta per tutti gli altri impianti di quel tipo presenti in azienda non potesse essere estesa senza modifiche né integrazioni anche a quel particolare impianto, posto che si trattava di impianto assemblato in azienda, privo di preventiva valutazione del costruttore e del venditore.

Ne consegue il rigetto del ricorso.

Il tema della condotta cosiddetta abnorme del lavoratore è da valutare in applicazione dell’art. 41, secondo comma, cod. pen., a norma del quale il nesso eziologico può essere interrotto da una causa sopravvenuta che si presenti come atipica, estranea alle normali e prevedibili linee di sviluppo della serie causale attribuibile all’agente e costituisca, quindi, un fattore eccezionale.

Con la sentenza della Corte di Cassazione n. 49821 del 23 novembre 2012, sono state richiamate le pronunce della Corte nelle quali si è ritenuto che il comportamento del lavoratore avesse interrotto il nesso di causalità tra l’azione o l’omissione del datore di lavoro e l’evento e, in dettaglio, le seguenti:

  1. un dipendente di un albergo in una località termale, terminato il turno di lavoro, si era diretto verso l’auto parcheggiata nei pressi e, per guadagnare tempo, invece di percorrere la strada normale, si era introdotto abusivamente in un’area di pertinenza di un attiguo albergo ed aveva percorso un marciapiede posto a margine di una vasca con fango termale alla temperatura di circa 80 gradi. L’area era protetta da ringhiere metalliche ed il passaggio era sbarrato da due catenelle, mentre non esisteva alcuna protezione all’interno dell’area stessa, sui passaggi che fiancheggiavano le vasche. In prossimità dell’area si trovavano segnali di pericolo. L’uomo, che conosceva molto bene la zona, aveva scavalcato le catenelle e si era incamminato lungo i marciapiedi, ma aveva messo un piede in fallo cadendo nella vasca e perdendovi la vita. La pronunzia assolutoria, confermata dal giudice di legittimità, era motivata dal fatto che il lavoratore conosceva benissimo i luoghi e fosse ben consapevole dei pericoli derivanti dal fango ad alta temperatura, dai vapori che ne emanavano e dal buio;
  2. un operaio addetto ad una pala meccanica che si era improvvisamente bloccata era sceso dal mezzo senza spegnere il motore e, sdraiatosi sotto di essa tra i cingoli, aveva sbloccato a mano la frizione difettosa sicché il veicolo, muovendosi, lo aveva travolto. La Corte ha, in tale occasione, affermato il principio che la responsabilità dell’imprenditore deve essere esclusa allorché l’infortunio si sia verificato a causa di una condotta del lavoratore inopinabile ed esorbitante dal procedimento di lavoro cui è addetto, oppure a causa di inosservanza di precise disposizioni antinfortunistiche;
  3. un lavoratore, addetto ad una macchina dotata di fresatrice, con il compito di introdurvi manualmente degli elementi di legno, aveva inserito la mano all’interno dell’apparato, per rimuovere residui di lavorazione, subendone l’amputazione. L’imputazione riguardava il reato di cui all’art. 590 cod. pen. in relazione all’art. 68 del d.P.R. n. 547/55, per la mancata adozione di idonei dispositivi di sicurezza. La Corte di Appello aveva affermato la responsabilità del titolare della ditta e del preposto ai lavori. La Corte di Cassazione ha, invece, annullato con rinvio ai giudice di merito perché verificasse se l’incongruo intervento del lavoratore fosse stato richiesto da particolari esigenze tecniche, osservando che l’operazione compiuta era rigorosamente vietata; che la macchina era dotata di idoneo strumento aspiratore; che il lavoratore era perfettamente consapevole che la fresatrice fosse in movimento; che qualunque accorgimento tecnico volto ad obbligare l’operatore a tenere ambo le mani impegnate per far andare la macchina avrebbe dovuto fare i conti con il tipo di lavorazione, nel quale la manualità dell’operatore era totalmente assorbita nell’introduzione del legno nell’apparato.

La condotta colposa del lavoratore è stata, in altra pronuncia, ritenuta idonea ad escludere la responsabilità dell’imprenditore, dei dirigenti e dei preposti in quanto esorbitante dal procedimento di lavoro al quale egli era addetto oppure concretantesi nella inosservanza di precise norme antinfortunistiche. In alcune sentenze il principio è stato ribadito, e si è altresì sottolineato che la condotta esorbitante deve essere incompatibile con il sistema di lavorazione o, pur rientrandovi, deve consistere in qualcosa di radicalmente, ontologicamente, lontano dalle ipotizzabili e, quindi, prevedibili, imprudenti scelte del lavoratore nella esecuzione del lavoro, tali non essendo i comportamenti tipici del lavoratore abituato al lavoro di routine; in altre si è sostenuto che l’inopinabilità può essere desunta o dalla estraneità al processo produttivo o dall’estraneità alle mansioni attribuite, o dal carattere del tutto anomalo della condotta del lavoratore.

Se, dunque, da un lato, è stato posto l’accento sulle mansioni del lavoratore, quale criterio idoneo a discriminare il comportamento anomalo da quello che non lo è, nel concetto di esorbitanza si è ritenuto di includere anche l’inosservanza di precise norme antinfortunistiche, ovvero la condotta del lavoratore contraria a precise direttive organizzative ricevute, a condizione che l’infortunio non risulti determinato da assenza o inidoneità delle misure di sicurezza.

In sintesi, si può cogliere nella giurisprudenza di legittimità la tendenza a considerare interruttiva del nesso di condizionamento la condotta abnorme del lavoratore non solo quando essa si collochi in qualche modo al di fuori dell’area di rischio definita dalla lavorazione in corso ma anche quando, pur collocandosi nell’area di rischio, sia esorbitante dalle precise direttive ricevute ed, in sostanza, consapevolmente idonea a neutralizzare i presidi antinfortunistici posti in essere dal datore di lavoro; cionondimeno, quest’ultimo, dal canto suo, deve aver previsto il rischio ed adottato le misure prevenzionistiche esigibili in relazione alle particolarità del lavoro.

Dai principi così richiamati si può, dunque, sviluppare il seguente corollario: si deve ritenere abnorme o, comunque, eccezionale ed, in quanto tale, idoneo ad interrompere il nesso di causa tra la condotta datoriale e l’evento il comportamento del lavoratore esorbitante dalle precise direttive impartitegli, ovvero tendente a superare le barriere poste a presidio della sua sicurezza, a condizione che il datore di lavoro abbia adottato le misure prevenzionistiche esigibili in relazione alle particolarità del lavoro.

La giurisprudenza di legittimità è, infatti, ferma nel sostenere che non possa discutersi di responsabilità (o anche solo di corresponsabilità) del lavoratore per l’infortunio quando il sistema della sicurezza approntato dal datore di lavoro presenti delle evidenti criticità. Le disposizioni antinfortunistiche perseguono, infatti, il fine di tutelare il lavoratore anche dagli infortuni derivanti da sua colpa, onde l’area di rischio da gestire include il rispetto della normativa prevenzionale che si impone ai lavoratori, dovendo il datore di lavoro dominare ed evitare l’instaurarsi, da parte degli stessi destinatari delle direttive di sicurezza, di prassi di lavoro non corrette e per tale ragione foriere di pericoli.

Corte di Cassazione – Sentenza N. 32761/2015

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