Diritto

Infortuni sul lavoro, datore responsabile se l’imprudenza è abituale

Infortuni sul lavoro, datore responsabile se l'imprudenza è abituale
Negli infortuni sul lavoro non scatta il concorso di colpa del dipendente per essersi esposto ad un rischio inutile se tale comportamento integrava una prassi nota all’impresa

Negli infortuni sul lavoro non scatta il concorso di colpa del dipendente per essersi esposto ad un rischio inutile se tale comportamento integrava una prassi nota all’impresa. È uno dei principi affermati dalla Corte di cassazione, con la sentenza n. 12562 del 4 giugno 2014, con cui ha respinto il ricorso di un’azienda che chiedeva di limitare il risarcimento del danno ai familiari di un operaio morto a seguito della caduta nella «vasca del pietrame».

IL FATTO
Il caso trae origine da un ricorso presentato dagli eredi del lavoratore deceduto, rimasto vittima di un infortunio mortale allorquando, nel tentativo di sbloccaggio di un macchinario cui era addetto, era caduto nella vasca ove si riversava il materiale (pietrame) da trattare, rimanendo incastrato nella parte ad imbuto della tramoggia. Rilevavano, in particolare, la responsabilità della società in ordine alla determinazione dell’evento dannoso, a cagione della mancata adozione di adeguati presidi atti ad impedire il verificarsi di eventi pregiudizievoli, e chiedevano la condanna al ristoro del danno biologico jure hereditatis subito dal congiunto nonché del danno patrimoniale per la mancata remunerazione del lavoro straordinario svolto mensilmente e del danno morale da morte.

Con separato ricorso l’Inail promosse azione di regresso nei confronti della società con riferimento alle spese sostenute dall’ente per l’assegno funerario e per la rendita ai familiari del lavoratore.

Il giudice adito, esclusa la configurabilità di un danno biologico jure hereditatis ed il danno patrimoniale rivendicato dagli eredi, tenuto conto delle tabelle di valutazione stilate dal Tribunale di Milano, condannava la società al risarcimento del danno morale; accoglieva altresì la domanda di regresso spiegata dall’Inail, liquidando rivalutazione monetaria ed interessi legali dal dovuto al soddisfo.

Detta pronuncia, veniva parzialmente riformata dalla Corte d’Appello che, in accoglimento della censura spiegata dalla società, condannava la medesima al pagamento degli importi già liquidati dal primo giudice, oltre interessi legali sulle somme devalutate dalla data dell’infortunio e rivalutate annualmente sino alla pronuncia della sentenza e gli interessi al tasso legale sul capitale rivalutato da tale momento sino al soddisfo.

Nel pervenire a tali conclusioni in sintesi, la Corte argomentava in ordine alla infondatezza della tesi datoriale secondo cui l’evento dannoso era riconducibile ad un comportamento assolutamente anomalo della vittima. Osservava per contro che i cospicui elementi acquisiti al giudizio deponevano in guisa inequivoca nel senso della violazione da parte della società, di norme antinfortunistiche cui faceva espresso richiamo, e, per altro verso, che non erano emersi elementi tali da definire in capo al dipendente, una responsabilità per aver realizzato un comportamento del tutto esorbitante rispetto alle mansioni a lui ascritte, assolutamente imprevedibile ed inevitabile per il datore di lavoro.

Avverso tale decisione la società interponeva ricorso per Cassazione. Osservava in particolare che la ricostruzione della dinamica dell’evento dannoso operata dalla Corte territoriale, se poteva ritenersi sufficiente ad escludere il comportamento abnorme ed imprevedibile della vittima in guisa tale da interrompere il nesso causale, non era ugualmente idonea ad escludere un concorso di colpa del lavoratore, il quale aveva eseguito una manovra imprudente e rischiosa per non aver fermato l’impianto mentre eseguiva le operazioni di sbloccaggio.

LA DECISIONE DELLA CORTE DI CASSAZIONE
La Suprema Corte premette che una corretta interpretazione dell’art.2087 del codice civile induce a ritenere che essa sia riconducibile alla particolare natura del contratto di lavoro, il quale non si configura quale contratto di semplice scambio fra prestazione e retribuzione, implicando anche l’insorgenza di obblighi di natura non patrimoniale, quale quello di tutela dell’integrità fisica e morale del lavoratore.
La disposizione in oggetto ha natura polivalente, operando da un lato come fonte di obblighi contrattuali nell’ambito del rapporto negoziale che lega l’imprenditore al dipendente, e dall’altro, come fonte di un dovere di sicurezza che assume indubbiamente profili di natura pubblicistica in ragione delle finalità che si intendono perseguire e della natura degli interessi tutelati.

Questa prospettazione è largamente condivisa dalla giurisprudenza della Corte di Cassazione, la quale ha fra l’altro evidenziato che della norma in esame deve darsi una interpretazione conforme ai fondamentali principi costituzionalmente garantiti, quali quelli dell’art. 32 che tutela la salute come fondamentale diritto del cittadino, e dell’art. 41 che pone precisi limiti all’esplicazione dell’iniziativa privata, con lo stabilire, fra l’altro, che la stessa non può svolgersi “in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana” (vedi al riguardo, Cass. 3 luglio 1997 n. 5961, Cass. 17 luglio 1995 n. 7768, Cass. 29 marzo 1995 n. 3738), la sicurezza del lavoratore costituendo un bene di rilevanza costituzionale che impone a chi si avvalga di una prestazione lavorativa eseguita in stato di subordinazione, di anteporre al proprio interesse imprenditoriale, la sicurezza di chi tale prestazione esegua (vedi sul punto Cass. cit. 30 agosto 2004 n. 17314).

Secondo gli Ermellini, la complessa motivazione sottesa alla decisione della Corte territoriale vale ad escludere ogni ipotizzato concorso di colpa della vittima dell’infortunio, perché la mancata predisposizione dei presidi antinfortunistici richiesti dalla legge, l’inosservanza anche di più semplici prescrizioni dettate dalla comune esperienza e volte ad evitare il verificarsi di eventi pregiudizievoli, la consapevolezza delle modalità con le quali si svolgevano usualmente le operazioni di sbloccaggio del macchinario, sempre in movimento, erano di tale pregnanza causale da escludere ogni ipotesi anche di un mero concorso di colpa del lavoratore il quale si era attenuto sostanzialmente, alle ordinarie modalità di espletamento delle operazioni predette ed avallate dalla parte datoriale, che era così venuta meno ai pregnanti obblighi di prevenzione gravanti a suo carico.

Corte di Cassazione – Sentenza N. 12562/2014

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