Diritto

Indennità sostitutiva del licenziamento: nel calcolo anche trasferta e mensa solo se previste dal CCNL

Indennità sostitutiva del licenziamento: nel calcolo anche trasferta e mensa solo se previste dal CCNL
Al fine di definire la retribuzione globale di fatto spettante al lavoratore per l’accertata illegittimità del provvedimento espulsivo irrogatogli dalla parte datoriale e, in particolare, per potervi includere l’indennità di mensa e quella di trasferta, occorre verificare l’inquadramento delle voci oggetto di rivendicazione, alla stregua del CCNL di settore, che deve essere depositato in copia dal lavoratore, a pena di improcedibilità

Al fine di definire la retribuzione globale di fatto spettante al lavoratore per l’accertata illegittimità del provvedimento espulsivo irrogatogli dalla parte datoriale e, in particolare, per potervi includere l’indennità di mensa e quella di trasferta, occorre verificare l’inquadramento delle voci oggetto di rivendicazione, alla stregua del CCNL di settore, che deve essere depositato in copia dal lavoratore, a pena di improcedibilità. Lo ha ribadito la Corte di Cassazione con la sentenza n. 15578 del 24 luglio 2015.

IL FATTO
Il caso trae origine da una sentenza con cui il Tribunale di Milano accoglieva in parte le domande proposte da un lavoratore nei confronti della società ex datrice di lavoro intese a conseguire il pagamento della somma di euro 40.937,76 a titolo di retribuzione globale di fatto a lui spettante, in virtù della declaratoria di illegittimità del licenziamento intimatogli emessa dal Tribunale di Grosseto, e dell’esercizio del diritto di opzione esercitato ex art. 18 della legge n. 300/70, comma quinto.

Rilevata l’omessa produzione degli accordi aziendali richiamati a sostegno dell’istanza di pagamento delle ulteriori indennità territoriale e di mensa rivendicate, il giudice adito, all’esito degli espletati accertamenti di natura contabile, liquidava in favore del lavoratore esclusivamente la somma di euro 1.049,81 a titolo di scatti di anzianità.

Detta pronuncia veniva confermata dalla Corte d’Appello di Milano sul rilievo della non spettanza delle indennità oggetto del diritto azionato dal lavoratore in quanto strettamente connesse alla effettività della prestazione lavorativa e sul rilievo, altresì, del corretto computo degli importi detratti a titolo di aliunde perceptum dal giudice di prima istanza, in quanto conformi alle indicazioni contenute nei conteggi stilati in sede sindacale ed allegati dal ricorrente all’atto introduttivo del giudizio di primo grado.

Avverso tale sentenza ha proposto ricorso per cassazione il lavoratore in particolare lamentandosi, per quanto qui di interesse, che la Corte d’Appello avesse escluso l’indennità territoriale e di mensa dalla retribuzione globale di fatto spettante ai sensi dell’art. 18 dello Statuto dei lavoratori, in violazione dei principi enunciati dalla giurisprudenza di legittimità alla cui stregua la nozione di retribuzione definita dalla citata disposizione normativa, coincide con tutte le voci stipendiali ordinariamente corrisposte al lavoratore licenziato – ivi comprese quelle saltuarie ed eventuali – fra le quali andavano ricomprese anche le indennità territoriale e di mensa come chiaramente risultava evincibile dalle buste paga prodotte.

LA DECISIONE DELLA CORTE DI CASSAZIONE
La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso presentato dal lavoratore. In particolare, secondo il costante orientamento espresso dalla Suprema Corte, in caso di licenziamento dichiarato illegittimo, l’attribuzione al lavoratore delle retribuzioni non percepite dalla data di intimazione del licenziamento a quella di effettiva reintegrazione nel posto di lavoro non comprende, fra l’altro, l’indennità di mensa, non avente natura retributiva in quanto servizio sociale dell’impresa predisposto nei confronti della generalità dei lavoratori, salvo diversa qualificazione contrattuale collettiva (vedi Cass. 8 luglio 2008, n. 18707). Quanto alla indennità di trasferta prevista in favore del lavoratore che si trasferisce in un luogo di lavoro diverso da quello abituale, è stato affermato (vedi Cass. 17 febbraio 2010, n. 3684), che possono ravvisarsi due componenti, quella risarcitoria e quella residuale retributiva, la cui rispettiva determinazione quantitativa discende dalla interpretazione delle specifiche pattuizioni contrattuali.

Per la definizione della retribuzione globale di fatto spettante al lavoratore per l’accertata illegittimità del provvedimento espulsivo irrogatogli dalla parte datoriale – è, quindi, preliminare, sotto il profilo logico-giuridico, la verifica, dell’inquadramento delle voci oggetto di rivendicazione, alla stregua del CCNL di settore.

Nella specie, tuttavia, mancava ogni riferimento, in ricorso, alla rituale riproduzione e al deposito delle disposizioni contrattuali collettive che disciplinano gli invocati istituti.

Da qui, dunque, la declaratoria di inammissibilità del ricorso.

Nella disciplina applicabile all’epoca della sentenza oggetto di impugnazione, fermo il diritto all’indennità di licenziamento (nel minimo di 5 mensilità), il lavoratore che non intende riprendere il proprio posto, può chiedere al datore, in luogo della reintegrazione nel posto, un’indennità pari a 15 mensilità di retribuzione globale di fatto; in presenza di una simile richiesta, il datore non ha altre opzioni ed è obbligato a pagare. La richiesta del lavoratore di ottenere, in luogo della reintegrazione, l’indennità sostitutiva costituisce esercizio di un diritto derivante dall’illegittimità del licenziamento, quindi il risarcimento del danno, il cui diritto è fatto salvo anche nel caso di opzione per la succitata indennità, va commisurato alle retribuzioni che sarebbero maturate fino al giorno del pagamento dell’indennità sostitutiva e non fino alla data in cui il lavoratore ha operato la scelta. Ne consegue che il ritardo nel pagamento da parte del datore comporta il risarcimento del danno in misura pari alle retribuzioni ulteriormente perdute fino a che il lavoratore non sia stato effettivamente soddisfatto. La sentenza non definitiva che dichiari l’illegittimità del licenziamento e contenga il solo ordine di reintegrazione nel posto, senza quantificazione dei danni, è idonea a far decorrere per il lavoratore il termine per l’esercizio dell’opzione in favore dell’indennità sostitutiva della reintegra. Il lavoratore può adire il giudice chiedendo direttamente l’indennità sostitutiva in luogo della reintegrazione nel posto: questa gli spetta in ragione dell’avvenuta illegittima cessazione del rapporto, anche qualora il datore abbia in seguito unilateralmente revocato il recesso ma il dipendente non abbia in alcun modo accettato di riprendere servizio.
Corte di Cassazione – Sentenza N. 15578/2015

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