Diritto

Indennità di mobilità: il diritto sorge solo a domanda dell’interessato

Indennità di mobilità: il diritto sorge solo a domanda dell'interessato
Il diritto a percepire l’indennità di mobilità non sorge nel lavoratore in via automatica, presupponendo la presentazione di una domanda all’INPS

L’indennità di mobilità di cui all’art. 7 della legge n. 223/91 costituisce un trattamento di disoccupazione che ha la sua fonte nella legge, ma non sorge nel lavoratore in via automatica, presupponendo, come tutti i trattamenti previdenziali, la presentazione di una domanda all’INPS, che non potrebbe altrimenti attivarsi non conoscendo le relative condizioni. Lo ha ribadito la Corte di Cassazione con la sentenza n. 5433 del 18 marzo 2015.

IL FATTO
Il caso trae origine da una sentenza con cui la Corte d’Appello ha confermato la decisione di primo grado che, per quanto rileva in questa sede, aveva respinto la domanda proposta da un lavoratore nei confronti dell’INPS, volta ad ottenere l’indennità di mobilità ex legge n. 331 del 1991, a seguito di fallimento della S.r.l. di cui era dipendente, e della conseguente cessazione del rapporto di lavoro.

La Corte anzidetta ha osservato che la domanda amministrativa per il conseguimento di detta prestazione non era stata prodotta in primo grado, nonostante una serie di rinvii concessi al lavoratore; che successivamente la causa era stata cancellata dal ruolo per mancata comparizione delle parti e poi riassunta, senza che fosse stata prodotta detta domanda; che la documentazione al riguardo prodotta in appello dal dipendente era inammissibile, in quanto oltre ad essere tardiva era inconciliabile con il principio del giusto processo, essendo durato il giudizio di primo grado sette anni ed essendo il ritardo nel deposito della documentazione imputabile a colpevole inerzia della parte interessata; che peraltro la domanda amministrativa, come dedotto dal dipendente, era stata proposta al Ministero del Lavoro e non già all’INPS, ente competente all’accertamento della sussistenza dei requisiti richiesti dalla legge e all’erogazione della prestazione.

Contro la sentenza d’appello ha proposto ricorso per cassazione il lavoratore, in particolare deducendo che con il ricorso introduttivo era stata indicata e descritta la documentazione di cui egli intendeva avvalersi. La Corte d’Appello, quindi, avrebbe dovuto consentire, in appello, la produzione della documentazione comprovante l’avvenuta presentazione della domanda amministrativa, trattandosi di documenti indispensabili ai fini della decisione della causa, nonché alla stregua dei principi elaborati dalla giurisprudenza di legittimità, secondo cui, allorquando le risultanze di causa offrano significativi dati di indagine, ove il giudice reputi insufficienti le prove già acquisite, non può limitarsi a fare meccanica applicazione della regola formale di giudizio fondata sull’onere della prova, ma ha invece il potere-dovere, ai fini della ricerca della “verità materiale” di provvedere d’ufficio agli atti istruttori sollecitati da tale materiale ed idonei a superare l’incertezza dei fatti costitutivi dei diritti in contestazione, indipendentemente dal verificarsi di preclusioni o decadenze.

LA DECISIONE DELLA CORTE DI CASSAZIONE
La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso presentato dal lavoratore. In particolare, secondo i principi elaborati in materia dalla Suprema Corte, l’indennità di mobilità di cui all’art. 7 della legge 23 luglio 1991, n. 223 costituisce un trattamento di disoccupazione che ha la sua fonte nella legge, ma non sorge nel lavoratore in via automatica, presupponendo, come tutti i trattamenti previdenziali, la presentazione di una domanda all’INPS, che non potrebbe altrimenti attivarsi non conoscendo le relative condizioni (Cass. n. 18528/11; Cass. n. 12050/03; Cass. n. 7174/03; Cass. Sez. Un. n. 17389/02).

Nel caso di specie, gli Ermellini hanno osservato che la Corte di Appello, oltre a ritenere tardiva, e quindi inammissibile, la documentazione che il lavoratore intendeva produrre in appello, aveva altresì rilevato che non era dato comprendere «quale specifica competenza» avesse al riguardo il Ministero del Lavoro, cui la domanda amministrativa, come dedotto dallo stesso lavoratore, era stata presentata, ed aveva aggiunto che “non essendo stata data rituale e tempestiva prova della presentazione di debita ed apposita istanza amministrativa all’INPS, nonostante i numerosi rinvii pure concessi in primo grado”, del tutto corretta appariva la pronuncia di rigetto adottata dal primo giudice. Ritenendo che la domanda in questione avrebbe dovuto essere presentata all’INPS, la Corte di Appello, dunque, si era adeguata ai principi elaborati in materia dalla Cassazione.

Ne consegue il rigetto del ricorso.

L’indennità di mobilità di cui all’art. 7 della legge 23 luglio 1991, n. 223 costituisce un trattamento di disoccupazione che ha la sua fonte nella legge, ma non sorge nel lavoratore in via automatica, presupponendo, come tutti i trattamenti previdenziali, la presentazione di una domanda all’INPS, che non potrebbe altrimenti attivarsi non conoscendo le relative condizioni.
La procedura di mobilità si avvia quando in seguito a una crisi, una ristrutturazione o una riorganizzazione, le imprese che hanno fruito della CIGS per un certo periodo non riescono a reinserire tutto il personale: i lavoratori eccedenti vengono allora licenziati e inseriti nelle liste di mobilità. Le aziende sono incentivate, attraverso agevolazioni contributive, ad assumere questi lavoratori, che hanno diritto a un’indennità, purché:

  • abbiano la qualifica di operai, impiegati e quadri;
  • siano titolari di un rapporto a tempo indeterminato e comunque non a termine;
  • abbiano maturato un’anzianità aziendale di almeno 12 mesi nell’ultimo rapporto di lavoro con l’azienda che lo ha messo in mobilità e abbiano svolto almeno 6 mesi di lavoro effettivo (compresi giorni di ferie, malattia, assenza per infortuni e maternità);
  • abbiano lavorato in un’impresa industriale che abbia impiegato mediamente più di 15 dipendenti nell’ultimo semestre.

L’indennità di mobilità è erogata dall’INPS in seguito a domanda dell’interessato inviata esclusivamente per via telematica entro 68 giorni dalla data del licenziamento (a pena di decadenza). La prestazione decorre a partire dall’8° giorno successivo alla data del licenziamento, se la domanda è presentata entro tale data; oppure dal 5° giorno successivo alla data di presentazione della domanda, se presentata dopo l’8° giorno dal licenziamento. La durata dell’indennità di mobilità è legata all’età del lavoratore e all’ubicazione dell’azienda (non può, comunque, essere corrisposta per un periodo superiore all’anzianità aziendale maturata dal lavoratore) e varia dai 12 mesi per i lavoratori di età inferiore ai 40 anni delle aziende del Nord e del Centro ai 48 mesi dei lavoratori di età superiore ai 50 anni delle aziende del Mezzogiorno.
L’importo dell’indennità di mobilità varia nel corso del periodo di percezione ed è pari al:

  • 100% del trattamento di CIG straordinaria percepito o che sarebbe spettato nel periodo immediatamente precedente al licenziamento, per i primi 12 mesi;
  • 80% dell’importo per i periodi successivi. In seguito alla legge n. 92/2012, i lavoratori licenziati dal 31 dicembre 2016 in poi non potranno più essere collocati in mobilità ordinaria e beneficeranno esclusivamente dell’indennità di disoccupazione ASpI o Mini ASpI.

Dal 1° gennaio 2013 l’indennità spetta ai lavoratori di:

  • imprese commerciali che hanno impiegato mediamente più di 200 dipendenti nell’ultimo semestre;
  • cooperative che rientrano nell’ambito della disciplina della mobilità, che hanno impiegato mediamente più di 15 dipendenti nell’ultimo semestre;
  • imprese artigiane dell’indotto, nel solo caso in cui anche l’azienda committente ha fatto ricorso alla mobilità;
  • aziende in regime transitorio (aziende commerciali che hanno impiegato mediamente tra 50 e 200 dipendenti nell’ultimo semestre; imprese esercenti attività commerciali, con più di 200 dipendenti nell’ultimo semestre; agenzie di viaggio e turismo, compresi operatori turistici, con più di 50 dipendenti; imprese di vigilanza con più di 15 dipendenti; imprese del trasporto aereo, a prescindere dal numero di dipendenti; imprese del sistema aereoportuale, a prescindere dal numero di dipendenti). Nel periodo di passaggio dal vecchio al nuovo sistema di prestazioni a sostegno del reddito, viene introdotto un regime transitorio che prevede la graduale riduzione della durata dell’indennità di mobilità.

Attualmente, la domanda di indennità di mobilità ordinaria può essere inoltrata, a pena di decadenza, entro il 68° giorno dal licenziamento attraverso:

  • WEB – servizi telematici accessibili direttamente dal cittadino tramite PIN dispositivo attraverso il portale dell’INPS;
  • Contact center integrato (numero telefonico gratuito 803164 da rete fissa o al numero 06164164 da rete mobile a pagamento secondo la tariffa del proprio gestore telefonico);
  • Patronati/Intermediari dell’Istituto – attraverso i servizi telematici offerti dagli stessi.
Corte di Cassazione – Sentenza N. 5433/2015

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