Diritto

Indennità di mobilità e beneficiari: riferimento alle norme sulla integrazione salariale

Indennità di mobilità e beneficiari: riferimento alle norme sulla integrazione salariale
L’individuazione dei soggetti destinatari dell’indennità di mobilità deve essere operata alla stregua della legislazione sulla integrazione salariale, che si pone in rapporto di specialità rispetto alla successiva normativa relativa all’inquadramento delle imprese ai fini previdenziali

Ai fini della concessione dell’indennità di mobilità, l’individuazione dei soggetti destinatari di tale beneficio deve essere operata alla stregua della legislazione sulla integrazione salariale, che si pone in rapporto di specialità rispetto alla successiva normativa relativa all’inquadramento delle imprese ai fini previdenziali, restando quindi determinante, per accertare il carattere industriale dell’attività, la definizione dell’art. 2195, n. 1, del codice civile in base alla quale è industriale l’attività produttiva non solo di beni ma anche di servizi, purché l’attività produttiva sia finalizzata alla costituzione di una nuova utilità. Lo ha stabilito la Corte di Cassazione con la sentenza n. 6012 del 25 marzo 2015.

IL FATTO
Il caso trae origine da una sentenza con cui la Corte di Appello di Catania, pronunciando sull’impugnazione proposta da cinque lavoratori nei confronti dell’Inps, avverso la sentenza emessa dal Tribunale, in riforma della decisione impugnata, ha accolto la domanda dei lavoratori proposta nei confronti dell’Inps e dell’A.S. Srl, interveniente volontario.

I suddetti lavoratori avevano adito il Tribunale premettendo di essere transitati alle dipendenze dell’A.S. S.p.A. all’A.S. Srl, e chiedevano che fosse erogata in loro favore l’indennità di mobilità per l’avvenuto licenziamento per riduzione del personale, previo riscontro merceologico dell’afferenza dell’azienda. L’A.S. Srl, nella dichiarazione presentata all’Inps per la concessione dell’indennità e nel verbale redatto dall’Ufficio del lavoro, traspariva come azienda appartenente al settore industriale.

La domanda relativa alla indennità di mobilità non era stata accolta dall’Inps ritenendo che detta azienda, invece, non fosse inquadrata nel settore industria.

Il Tribunale rigettava la domanda.

Contro la sentenza della Corte di Appello ha proposto ricorso per cassazione l’Inps, in particolare sostenendo che la Corte territoriale, pur affermando che l’azienda in questione “svolgeva una produzione di servizi diretti alla rappresentazione fotografica aerea di ampie zone del territorio con l’ausilio di strumenti tecnologicamente avanzati, come si evince inequivocabilmente dal certificate di iscrizione locale CCIA”, in conformità con la classificazione di cui alla normativa relativa all’inquadramento delle imprese ai fini previdenziali, aveva poi ritenuto che l’inquadramento dell’azienda ai fini per cui era causa dovesse essere operato ai sensi dell’art. 2195, n. 1, del codice civile e, dunque, nel settore industria.

LA DECISIONE DELLA CORTE DI CASSAZIONE
La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso presentato dall’Inps. Sul punto, precisano gli Ermellini che ai fini della concessione dell’indennità di mobilità, l’individuazione dei soggetti destinatari di tale beneficio deve essere operata alla stregua della legislazione sulla integrazione salariale, che si pone in rapporto di specialità rispetto alla successiva normativa relativa all’inquadramento delle imprese ai fini previdenziali, restando quindi determinante, per accertare il carattere industriale dell’attività, la definizione dell’art. 2195, n. 1, del codice civile in base alla quale è industriale l’attività produttiva non solo di beni ma anche di servizi, purché l’attività produttiva sia finalizzata alla costituzione di una nuova utilità (Cass., n. 4535 del 2004; n. 1675 del 2007).

Né, può trovare applicazione, nella specie, la giurisprudenza richiamata dall’Inps (Cass. n. 10391 del 2009), in tema di pagamento di contributi previdenziali, sgravi contributivi, in ragione dell’istituto che viene in rilievo nel caso in esame e della specialità della relativa disciplina, atteso che l’art. 49, comma 3, della legge n. 88 del 1989, dispone che «restano comunque validi gli inquadramenti già in atto nei settori dell’industria, del commercio e dell’agricoltura o derivanti da leggi speciali o conseguenti a decreti emanati ai sensi dell’articolo 34 del D.P.R. 30 maggio 1955, n. 797».

Ciò considerato, altresì, che come, peraltro, affermato dalla Corte Costituzionale con l’ordinanza n. 252 del 2000, con l’art. 2, comma 215, della legge n. 662 del 1996, il legislatore ha provveduto a fissare la data del 1° gennaio 1997, a partire dalla quale la classificazione di tutti i datori di lavoro, ai fini previdenziali deve essere effettuata soltanto in base ai nuovi criteri fissati dall’art. 49, comma 1, della legge n. 88 del 1989.

Detta norma, che al primo periodo stabilisce «con decorrenza dal 1° gennaio 1997 cessa di avere efficacia la disciplina prevista dall’articolo 49, comma 3, secondo periodo, della legge 9 marzo 1989, n. 88. A far tempo da tale data la classificazione dei datori di lavoro deve essere effettuata esclusivamente sulla base dei criteri di inquadramento stabiliti dal predetto articolo 49», nel secondo periodo, ha, altresì, disposto «restano comunque validi gli inquadramenti derivanti da leggi speciali o conseguenti a decreti di aggregazione emanati ai sensi dell’articolo 34 del decreto del Presidente della Repubblica 30 maggio 1955, n. 797».

Nella specie, non si verte in ipotesi di contributi previdenziali ma di indennità di mobilità per i lavoratori disoccupati in conseguenza di licenziamento per riduzione di personale, per cui persiste l’applicabilità dell’art. 2195 del codice civile, atteso che la natura di prestazione previdenziale, non ne esclude la specialità.

Ne consegue il rigetto del ricorso.

Ai fini della concessione dell’indennità di mobilità, l’individuazione dei soggetti destinatari di tale beneficio deve essere operata alla stregua della legislazione sulla integrazione salariale, che si pone in rapporto di specialità rispetto alla successiva normativa relativa all’inquadramento delle imprese ai fini previdenziali, restando quindi determinante, per accertare il carattere industriale dell’attività, la definizione dell’art. 2195, n. 1, del codice civile in base alla quale è industriale l’attività produttiva non solo di beni ma anche di servizi, purché l’attività produttiva sia finalizzata alla costituzione di una nuova utilità.
Corte di Cassazione – Sentenza N. 6012/2015

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