Diritto

Indennità di maternità: datore di lavoro e INPS, litisconsorzio necessario

Indennità di maternità: datore di lavoro e INPS, litisconsorzio necessario
Deve escludersi la necessità di distinguere tra indennità di malattia e indennità di maternità, poiché il meccanismo di sola anticipazione da parte del datore di lavoro é il medesimo. Pertanto in entrambi i casi la domanda del lavoratore dipendente volta al riconoscimento della relativa indennità deve proporsi non solo nei confronti del datore di lavoro ma anche nei riguardi dell’INPS, sussistendo nella specie una ipotesi di litisconsorzio necessario

Deve escludersi la necessità di distinguere tra indennità di malattia e indennità di maternità, poiché il meccanismo di sola anticipazione da parte del datore di lavoro è il medesimo. Pertanto in entrambi i casi la domanda del lavoratore dipendente volta al riconoscimento della relativa indennità deve proporsi non solo nei confronti del datore di lavoro ma anche nei riguardi dell’INPS, sussistendo nella specie una ipotesi di litisconsorzio necessario. Lo ha stabilito la Corte di Cassazione con la sentenza n. 1172 del 22 gennaio 2015.

IL FATTO
Il caso trae origine dal contenzioso instaurato tra una lavoratrice e la propria datrice di lavoro. In particolare, la lavoratrice chiedeva al Giudice del lavoro la condanna della datrice di lavoro alla corresponsione del trattamento di maternità; la società contestava la fondatezza del ricorso.

Il Tribunale accoglieva la domanda della lavoratrice e condannava la datrice di lavoro al pagamento delle retribuzioni sino al 18 ottobre 2005 data nella quale, al termine dell’astensione per puerperio, la lavoratrice si era dimessa.

La Corte di Appello rigettava il gravame della società; in particolare, la Corte territoriale, circa l’eccezione di nullità per mancata integrazione del contraddittorio nei confronti dell’INPS, osservava che nel caso in esame non si vedeva in un caso di litisconsorzio necessario perché le cause erano scindibili.

Circa il merito la Corte di Appello, ricordata la ratio dei molteplici provvedimenti legislativi a tutela della lavoratrice madre, riteneva non rilevante la richiesta prova in ordine alla avvenuta (contestata) comunicazione alla datrice di lavoro della lavoratrice dello stato di gravidanza essendo pertinente solo il fatto storico della gravidanza stessa, in coerenza con le direttive sovranazionali e la giurisprudenza della Corte di Giustizia.

Il licenziamento, vietato in costanza del periodo di astensione, era nullo e le dimissioni presunte del 1° giugno 2004 (che la lavoratrice assumeva di aver firmato in bianco all’atto di assunzione) non erano state comunque convalidate secondo la procedura prevista; anche su tale circostanza la prova appariva pertanto irrilevante.

La società aveva peraltro rifiutato le lettere raccomandate della lavoratrice con cui portava a conoscenza del datore di lavoro il suo stato di gravidanza e chiedeva la relativa indennità.

I conteggi delle spettanze non erano mai stati contestati.

Contro tale sentenza, proponeva ricorso la datrice di lavoro, in particolare sostenendo – per quanto qui di interesse – che non era stata disposta l’integrazione del contraddittorio nei confronti dell’INPS che era il soggetto effettivamente tenuto alla prestazione come richiesto dalla parte ricorrente.

Si trattava di un caso di litisconsorzio necessario.

LA DECISIONE DELLA CORTE DI CASSAZIONE
La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso. Giova precisare che, per una giurisprudenza ormai remota, si riteneva che, nella controversia instaurata dal lavoratore contro l’INPS per ottenere la corresponsione dell’indennità di malattia relativa a periodo posteriore ai primi tre giorni d’infermità, non fosse necessaria l’integrazione del contraddittorio nei confronti del datore di lavoro, atteso che si riteneva che tale soggetto – a carico del quale è l’onere di detto trattamento per i primi tre giorni di malattia – rivestisse, in relazione all’indennità per il periodo successivo, la mera qualità di adiectus solutionis causa, essendo tenuto solo ad anticipare al lavoratore, per conto dell’INPS, l’importo dell’indennità, da porre quindi a conguaglio con i contributi dovuti allo stesso Istituto.

Detto orientamento giurisprudenziale è stato, però, abbandonato nel corso degli anni, venendo ad essere sostituito da un altro, più recente e ormai consolidato, che invece ritiene che la domanda del lavoratore dipendente volta al riconoscimento dell’indennità di malattia (riconducibile alla fattispecie disciplinata dall’art. 2110 cod. civ.) deve proporsi non solo nei confronti del datore di lavoro, ma anche nei riguardi dell’INPS, sussistendo nella specie una ipotesi di litisconsorzio necessario (art. 102 cod. proc. civ.).

Infatti, precisano gli Ermellini, l’INPS è l’unico soggetto obbligato ad erogare le indennità di malattia e maternità previste dalla legge, mentre il datore di lavoro è tenuto ad anticiparle, salvo conguaglio con i contributi e le altre somme dovute all’Istituto, con la precisazione che l’obbligo di anticipazione del datore di lavoro in tanto esiste in quanto la prestazione sia effettivamente dovuta dall’Istituto previdenziale.

In applicazione di tale principio, pertanto, si è sostenuto in passato che anche la domanda del lavoratore dipendente, volta alla affermazione del suo diritto a permessi extraferiali retribuiti per la fruizione di cure idrotermali sul presupposto della riconducibilità della fattispecie sotto la disciplina dell’art. 2110 cod. civ. in tema di tutela della malattia, deve essere proposta nei confronti del datore di lavoro e dell’INPS, ricorrendo nei loro confronti un’ipotesi di litisconsorzio necessario.

Da qui, dunque, l’accoglimento del ricorso.

Corte di Cassazione – Sentenza N. 1172/2015

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