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Indagini finanziarie: stop all’accertamento sui contribuenti non titolari di partita Iva

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Stop all'accertamento sulle indagini finanziarie a carico di un contribuente non titolare di partita Iva se l'ufficio non prova lo svolgimento di un'ulteriore attività né indica la fonte dei presunti redditi diversi
Stop all’accertamento sulle indagini finanziarie a carico di un contribuente non titolare di partita Iva se l’ufficio non prova lo svolgimento di un’ulteriore attività né indica la fonte dei presunti redditi diversi

Stop all’accertamento sulle indagini finanziarie a carico di un contribuente non titolare di partita Iva se l’ufficio non prova lo svolgimento di un’ulteriore attività né indica la fonte dei presunti redditi diversi. Tanto più se il diretto interessato indica il beneficiario dei movimenti bancari rilevati sul conto corrente. Sono le conclusioni della sentenza 26/50/2013 della Ctr Lombardia.
Il contenzioso scaturisce da un accertamento notificato ad una lavoratrice dipendente basato su un’indagine bancaria che aveva posto in luce delle movimentazioni finanziarie presuntivamente ritenute materia imponibile tassabile. La contribuente ha presentato ricorso eccependo la violazione dell’articolo 32 del Dpr 600/1973 in quanto il fisco aveva azionato l’indagine bancaria senza provare lo svolgimento di una attività autonomamente tassabile e senza chiarire quale sarebbe stata la categoria di reddito cui ascrivere l’imponibile recuperato a tassazione. La Ctp ha accolto le doglianze del contribuente. A fronte dell’appello dell’ufficio, la Ctr ha confermato la pronuncia di primo grado. I giudici stabiliscono che la sentenza della provinciale non merita censure in quanto «ha opportunamente rilevato l’esercizio dell’attività di lavoro dipendente in antitesi con l’attività di lavoro autonomo» ipotizzata ma mai provata dal fisco. Aggiungono poi che «l’ufficio non fornisce alcun chiarimento né riscontro in ordine a presunti redditi diversi». Infine i giudici, a supporto della propria decisione, considerano anche l’argomentazione difensiva «secondo cui i dati rilevati dal conto corrente non possono essere posti a base dell’accertamento se il contribuente ne indica il beneficiario in conformità del disposto dell’articolo 32».
La decisione verte sulla disciplina delle indagini finanziarie, strumento accertativo oggi largamente utilizzato dal fisco, e interviene sui suoi presupposti e i suoi limiti. Le indagini finanziarie, che vanno preventivamente autorizzate, riguardano la possibilità di porre a base degli accertamenti i dati e gli elementi acquisiti dall’analisi delle movimentazioni bancarie, salvo prova contraria da fornire a cura del contribuente. In altre parole i versamenti e i prelevamenti si considerano ricavi o compensi tassabili ai fini delle imposte sul reddito qualora non sia indicato il beneficiario o non si abbia riscontro nelle scritture contabili tenute dal contribuente. Si tratta quindi di una presunzione legale relativa con una inversione dell’onere della prova in capo al contribuente. Le indagini finanziarie sono state notevolmente potenziate negli ultimi anni, in particolare con la nascita dell’anagrafe dei rapporti disposta dall’articolo 37, comma 5, del Dl 223/2006 e che – per effetto del Dl 201/2011 – dovrà essere «alimentata» automaticamente da tutte le movimentazioni finanziarie dei contribuenti e con l’interazione tra tale strumento e le norme in materia di spesometro e redditometro.
I giudici regionali tracciano i confini di tale metodo di indagine, volto a ricostruire la effettiva capacità contributiva del contribuente, chiarendo che può essere azionato non già indiscriminatamente ma nel contesto di un controllo su un contribuente che svolga un’attività di impresa, artistica o professionale ovvero che realizzi un provento rientrante in una delle categorie di reddito tassabili previste dall’articolo 66 del Tuir. La presunzione legale prevista dall’articolo 32 può quindi operare solamente nel contesto di un controllo in cui è onere dell’amministrazione finanziaria dimostrare la riconducibilità dell’attività verificata a una fattispecie imponibile (in senso parzialmente contrario sembra tuttavia deporre Cassazione 3263/2012). Nel caso deciso dalla Ctr mancava questo presupposto applicativo in quanto l’ufficio non ha dimostrato che la contribuente esercitasse una ulteriore attività rispetto a quella di lavoratrice dipendente e i giudici hanno quindi negato la possibilità di utilizzare le indagini finanziarie.

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