Diritto

Indagini finanziarie: prelevamenti irrilevanti fino a mille euro al mese

Indagini finanziarie: prelevamenti irrilevanti fino a mille euro al mese
I soci possono prelevare dai proprio conti correnti importi fino a 1.000 euro al mese per le loro esigenze personali, senza dover dare dimostrazione all’Agenzia delle Entrate della destinazione delle somme

Con la sentenza n. 1147 del 22 ottobre 2014 della CTP di Brindisi, si riapre l’amletico dilemma sulla possibilità, per il Fisco, di recuperare a tassazione, a seguito di indagini finanziarie, i prelevamenti bancari di esiguo importo. Si pensi, a tal proposito, a un socio di una snc, che per le sue esigenze personali prelevi dal proprio conto corrente un determinato importo in contanti: nel caso di indagini finanziarie, l’Agenzia delle Entrate potrebbe ritenere il prelevamento in oggetto non giustificato, quindi recuperarlo a tassazione?

Ebbene, con la sentenza sopra richiamata, i giudici hanno ritenuto che i soci possono prelevare dai proprio conti correnti importi fino a 1.000 euro al mese (quindi 12.000 euro l’anno) per le loro esigenze personali, senza dover dare dimostrazione all’Agenzia delle Entrate della destinazione delle somme.
Il motivo della fissazione di tale soglia è presto detto: un prelievo fino a 1.000 euro dal conto corrente può facilmente essere correlato alle concrete esigenze di vita del socio e della sua famiglia e in effetti le somme possono essere spese per piccole transazioni di cui non si potrebbe conservare memoria.

La sentenza in oggetto conferma quanto già precisato con la sentenza della CTP di Alessandria del 9 maggio 2012 n. 61, con la quale fu espressamente chiarito che non possono essere legittimamente individuate come operazioni sociali “anche quelle operazioni, in particolare quei prelevamenti, che possano essere chiaramente riconducibili alla comune esigenza di far fronte alle quotidiane necessità di una famiglia; e dunque i prelevamenti di entità pari a 1.500 euro possono presuntivamente rientrare in tale ambito, tenuto conto degli attuali costi della vita”.

Indagini finanziarie: le difese del contribuente
Come noto, l’art. 32, comma 1, n 2) del D.P.R. n. 600/73 introduce nel nostro ordinamento una presunzione molto “insidiosa” per i contribuenti: i dati risultanti dalle movimentazioni bancarie sono infatti “posti a base delle rettifiche e degli accertamenti (…) se il contribuente non dimostra che ne ha tenuto conto per la determinazione del reddito soggetto ad imposta o che non hanno rilevanza allo stesso fine; alle stesse condizioni sono altresì posti come ricavi o compensi a base delle stesse rettifiche ed accertamenti, se il contribuente non ne indica il soggetto beneficiario e sempre che non risultino dalle scritture contabili, i prelevamenti o gli importi riscossi nell’ambito dei predetti rapporti od operazioni”.

È evidente che la presunzione appena richiamata, sebbene relativa, quindi sempre passibile di prova contraria da parte del contribuente, sia impossibile da superare nel caso in cui la norma sia interpretata alla lettera.
In questo caso, infatti, sarebbe necessario che il contribuente, per difendersi, dia dimostrazione dell’irrilevanza, ai fini reddituali, del singolo prelevamento o versamento, anche se di importo irrisorio.

La stessa Agenzia delle Entrate ha da tempo chiarito (circolare n. 32/E del 2006) che i dati acquisiti non possono essere interpretati con eccessivo formalismo, in quanto è altresì necessario considerare che alcune spese, occasionali e di importo esiguo, possono non avere rilevanza fiscale, in quanto legate alla vita privata dell’imprenditore.

Anche la circolare dell’Agenzia delle Entrate n. 25/E del 2014 è tornata sul tema, tornando a ribadire che “lo strumento delle indagini finanziarie, (…) deve sempre essere utilizzato evitando richieste di dettaglio su importi poco rilevanti e chiaramente riferibili alle normali spese personali e/o familiari e tenendo conto degli indici di capacità contributiva già conosciuti dall’ufficio in relazione al soggetto esaminato ed al suo nucleo familiare”.

Tuttavia, definire una sorta di “soglia di tolleranza” negli importi prelevati, non può che togliere valore alla presunzione legale, soprattutto ove tali importi siano definiti, di volta in volta, sulla base degli apprezzamenti del giudice.

Ecco perché si ritiene necessario l’intervento del legislatore.

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