Diritto

Indagini bancarie: contraddittorio non sempre obbligatorio

Indagini bancarie: contraddittorio non sempre obbligatorio
Contraddittorio obbligatorio anche per le indagini finanziarie ma non se il conto è intestato a un terzo diverso dal contribuente

Contraddittorio obbligatorio anche per le indagini finanziarie ma non se il conto è intestato a un terzo diverso dal contribuente. E’ quanto emerge dalla sentenza n. 4314 depositata il 4 marzo 2015 della Corte di Cassazione.

IL FATTO
Il caso trae origine da una sentenza con cui la Commissione Tributaria della regione Piemonte ha rigettato l’appello proposto dai soci di una Sas (società in accomandita semplice) e confermato la decisione di prime cure che aveva dichiarati legittimi alcuni avvisi di accertamento e di rettifica emessi ai fini IRPEF ed ILOR, nonché ai fini IVA per gli anni 1995, 1996 e 1997, con i quali erano stati rideterminati i redditi d’impresa della società e, per trasparenza, ai sensi dell’art 5. TUIR i redditi di partecipazione dei singoli soci, e nella specie i redditi della socia accomandataria.

In particolare, i giudici di appello hanno rilevato che il provvedimento di autorizzazione alle indagini bancarie era espressamente richiamato nel PVC redatto dalla Guardia di Finanza e non era prescritta la allegazione del medesimo alla richiesta di accesso trasmessa alla banca; in ogni caso la mancanza di autorizzazione, in quanto atto esplicante effetti esclusivamente nell’ambito dei rapporti organizzativi interni agli uffici, non precludeva l’utilizzo degli elementi probatori acquisiti. Le relazioni intrattenute con la società o con il socio accomandatario giustificavano poi la estensione delle indagini bancarie nei confronti dei soggetti terzi. Il contraddittorio preventivo in ordine alle risultanze delle indagini bancarie non era espressamente previsto dalle norme tributarie e comunque tale contraddittorio era stato istituito nella fase istruttoria, avendo potuto controdedurre la società ed i soci anche nel corso del procedimento di accertamento con adesione definito con esito negativo. Gli atti impositivi erano validamente motivati per relationem al PVC che risultava regolarmente notificato alla parte contribuente. I prelievi risultanti dalle movimentazioni bancarie non potevano essere considerati costi deducibili stante la operatività della presunzione legale di cui all’art. 32 del D.P.R. n. 600/73 che considerava sia gli accrediti che gli addebiti come redditi imponibili.

Nel ricorso per cassazione, i soci sostengono che, pur rivestendo carattere endoprocedimentale, l’atto autorizzativo alle indagini bancarie, in quanto rivolto ad impedire arbitrii nello svolgimento dell’attività accertativa ed a preservare la riservatezza dei conti del contribuente, legittima quest’ultimo a sindacare il merito della motivazione di detto atto, e pertanto doveva essere allegato all’avviso di accertamento o comunque reso conoscibile ai contribuenti, non essendo sufficiente l’attestazione della esistenza del provvedimento autorizzatorio contenuta nel PVC redatto dalla Guardia di Finanza.
Censurano poi la decisione della CTR nella parte in cui afferma che il contraddittorio preventivo nel corso delle indagini bancarie costituirebbe una mera facoltà della Amministrazione finanziaria e che il contraddittorio in ogni caso risultava essere stato instaurato nella fase istruttoria, avendo agito la Guardia di Finanza, secondo le norme di legge, informando i contribuenti che erano stati quindi posti in grado dì controdedurre, anche nel corso del successivo procedimento per adesione ex D.Lgs. n. 218/1997.

LA DECISIONE DELLA CORTE DI CASSAZIONE
La Corte di Cassazione respinge il ricorso presentato dai soci. Sul punto, gli Ermellini richiamano la sentenza n. 14026 del 3 agosto 2012, la quale si pone in linea con un orientamento costante della giurisprudenza di legittimità (cfr. Cass. sentenze nn. 14023/2007, 16874/2009, 26173/2011, 5849/2012 e 20420/2014) che può essere pertanto riassunto nei seguenti enunciati:

  • la autorizzazione non è dettata al fine della ponderazione di interessi in conflitto riferibili a distinti soggetti, ma esclusivamente in funzione di verifica della efficienza dell’attività di ispezione, controllo, accesso, acquisizione dati ed informative, di competenza degli Uffici finanziari e della Guardia di Finanza: l’autorità gerarchicamente sovraordinata verifica cioè che la richiesta di accesso ai conti bancari sia effettivamente funzionale alla attività di verifica fiscale condotta nei confronti di un determinato contribuente;
  • conseguentemente la autorizzazione non necessita di alcuna specifica motivazione, in difetto di scelte discrezionali operate dai titolare dell’organo sovraordinato: non deve essere obbligatoriamente corredata dell’indicazione del motivo, dello scopo o delle ragioni logiche e giuridiche poste a fondamento di essa o della preventiva richiesta, perché l’art. 51, secondo comma, n. 7, del D.P.R. 26 ottobre 1972, n. 633, nel testo introdotto con l’art. 18 della legge 30 dicembre 1991, n. 413, e l’art. 32, primo comma, n. 7), collegano l’esercizio del potere di richiedere l’indicata documentazione con un generale potere di controllo della dichiarazione;
  • l’atto autorizzativo è condizione di legittimità dell’esercizio della attività istruttoria, per cui la inesistenza del provvedimento si traduce in un vizio di legittimità dell’attività acquisitiva: ciò tuttavia non determina l’obbligo di necessaria allegazione del provvedimento all’atto impositivo (non rivestendo la autorizzazione alcuna funzione in ordine alla conoscenza dei presupposti di fatto e di diritto della pretesa fiscale), nè l’obbligo di comunicazione del provvedimento al contribuente od al terzo intestatario del conto (obbligo non prescritto da alcuna norma, tenuto conto che la autorizzazione accede alla “richiesta (…) di dati, notizie e documenti relativi a qualsiasi rapporto intrattenuto ed operazione effettuata (…)” e che tale “richiesta” viene rivolta, non al titolare del conto ma al responsabile della struttura accentrata, della sede o dell’ufficio destinatario”);
  • non è configurarle nei confronti del Fisco un interesse tutelabile del contribuente alla “privacy” dei conti bancari proprio od intestati a terzi: “(…) la tutela alla riservatezza dei dati bancari è definitivamente venuta meno con la eliminazione del segreto bancario nei confronti della Amministrazione finanziaria disposta dall’art. 18 della legge n. 413/91 che ha abrogato l’art. 35 del D.P.R. n. 600/73. La Corte Costituzionale era peraltro intervenuta a chiarire come “al segreto bancario, cui sono tradizionalmente tenute le imprese bancarie in relazione alle operazioni, ai conti e alle posizioni concernenti gli utenti dei servizi da esse erogati, non corrisponde nei singoli clienti delle banche una posizione giuridica soggettiva costituzionalmente protetta, né, men che meno un diritto della personalità, poiché la sfera di riservatezza con la quale vengono tradizionalmente circondati i conti e le operazioni degli utenti dei servizi bancari è direttamente strumentale all’obiettivo della sicurezza e del buon andamento dei traffici commerciali”;
  • il contribuente non può peraltro dolersi della estensione delle indagini bancarie anche a conti e rapporti riferibili a soggetti terzi, in quanto dalle norme tributarie in esame non è dato individuare alcuna limitazione dell’attività di indagine, volta all’accertamento della evasione fiscale, ai soli conti correnti bancari e postali ed ai libretti di deposito intestati esclusivamente al soggetto contribuente, in quanto, come è stato efficacemente evidenziato con riferimento all’accesso ai conti intestati al coniuge del contribuente, una tale limitazione verrebbe illogicamente ad eludere lo scopo della stessa previsione normativa: ed infatti “premesso che rappresenta un espediente “normale” l’intestazione a nome del coniuge di un conto corrente quando il contribuente sia soggetto a verifiche fiscali, non pare esservi dubbio che l’indagine sul conto corrente cointestato è senz’altro legittimata quando i coniugi sono co-dichiaranti; ma risulta del pari legittima siffatta indagine in ragione della connessione e della inerenza del conto intestato al coniuge al (conto intestato al) contribuente. Se la legge consente l’acquisizione delle garanzie prestale da terzi, a maggior ragione è consentita l’acquisizione di dati relativi a conti correnti del coniuge”;

Ciò premesso, in merito alla esigenza del c.d. “contraddittorio preventivo” tra il contribuente ed il Fisco (nel corso della fase della verifica che precede la emissione del provvedimento impeditivo), la Suprema Corte rinvia alla giurisprudenza comunitaria secondo cui “il rispetto dei diritti di difesa costituisce un principio generale del diritto comunitario che trova applicazione ogniqualvolta l’amministrazione si proponga di adottare nei confronti di un soggetto un atto ad esso lesivo”. Ne segue che “i destinatari di decisioni che incidono sensibilmente sui loro interessi devono essere messi in condizione di manifestare utilmente il loro punto di vista in merito agli elementi sui quali l’amministrazione intende fondare la propria decisione”.

Principi di cui ha affatto attuazione la Suprema Corte a Sezioni Unite con le sentenze nn. 26635//2009 (in materia dì procedimento di accertamento condotto in base ai parametri standard), 18184/2013 (che, risolvendo il contrasto giurisprudenziale, ha fornito la interpretazione dell’art. 12, comma 7, della legge 27 luglio 2000, n. 212) e 19667/2014 (in materia di procedimento di iscrizione ipotecaria in materia tributaria).

Pur non contrastando tale orientamento, il Collegio ha ritenuto infondata la richiesta di illegittimità dell’atto per violazione del contraddittorio preventivo. Le indagini bancarie erano state svolte anche su conti intestati a un socio diverso dai ricorrenti e, proprio questi ultimi, nella difesa, evidenziavano la loro estraneità. Di conseguenza, ad avviso dei giudici, il presupposto per l’instaurazione del contraddittorio preventivo è la riferibilità del contribuente ai conti oggetto di controllo. Ciò in quanto solo in tale ipotesi può esistere un soggetto in grado di fornire le giustificazioni dei movimenti. Qualora, invece, venga negato ogni collegamento, non vi può essere alcuna esigenza di «contraddire» preventivamente con l’amministrazione.

Proprio l’estraneità ai conti, così come rilevato dai ricorrenti, impediva ogni possibile giustificazione in proposito.

Corte di Cassazione – Sentenza N. 4314/2015

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *