Lavoro

Incassare tutti i contributi a 55 anni invece che la pensione a 66. L’ipotesi

Incassare tutti i contributi a 55 anni invece che la pensione a 66. L'ipotesi
La scelta fra la liquidità subito e l’assegno pensionistico in seguito divide l’opinione pubblica

Affare, miraggio o salto nel vuoto di una vecchiaia da vivere in povertà; la novità introdotta nel sistema pensionistico britannico si traduce di fatto in una di questa tre possibilità. Il Regno Unito offre infatti la possibilità, raggiunti i 55 anni di età, di ritirare in blocco, tutti e subito, i contributi versati durante la propria vita lavorativa. Rinunciando, di conseguenza, alla pensione, quella che si percepisce da una certa età in poi vita natural durante. Un’ipotesi che potrebbe presto riguardare anche il resto dell’Europa, Italia compresa.

In Gran Bretagna entra in vigore la riforma pensionistica voluta dal governo Cameron, riforma che ha fra gli obiettivi quello di ridare fiato ai consumi. La novità introdotta prevede che i contribuenti di sua Maestà, quelli che stanno maturando una pensione contributiva, raggiunti i 55 anni di età possano ritirare tutto il montante dei contributi previdenziali annui da loro versati. Conseguenza automatica del ritiro in blocco dei contributi è, evidentemente, la rinuncia al successivo assegno pensionistico. Si configura quindi l’alternativa tra il “maledetti e subito” (quanti che siano) e la tradizionale “liquidazione” che si percepisce a fine lavoro (ovviamente più sostanziosa e anche meno tassata, però più lontana nel tempo).

Conviene maggiormente farsi ridare indietro tutti i soldi dei contributi versati una decina di anni prima della pensione, o aspettare dieci anni e passa e poi prendere l’assegno pensionistico mese per mese sperando sia il più a lungo possibile?
Poiché a nessuno è dato sapere quanto tempo abbia da vivere nè il momento della morte, è impossibile individuare la scelta più conveniente. E’ chiaro che se si muore a 60 anni o anche a 70 conviene “monetizzare” i contributi previdenziali a 55 e spenderli come si crede. Ma se si campa fino a 75/85 anni, allora un ventennio di pensione vale certamente di più di quanto si possa aver versato in termini di contributi.

Nella versione inglese della riforma, un quarto del montante sarà esentasse ma i restanti tre quarti saranno sottoposti alla tassazione ordinaria.

La possibilità di ritirare una discreta somma a 55 anni, può rivelarsi un affare. Un investimento felice può rendere più di quanto si sarebbe maturato per la pensione; l’avvio di un’attività può essere un altro modo per affrontare la vecchiaia; e può consentire di riorganizzarsi la vita dove questa costa meno o in paesi dove l’economia è in crescita.

L’ipotesi peggiore è quella in cui il pensionando spenda velocemente i contributi ritirati (magari per sperpero, magari per investimenti andati male o per qualunque altra necessità), col rischio evidente di ritrovarsi senza alcun mezzo di sostentamento all’arrivo della vecchiaia. Uno scenario non certo felice per il suddetto pensionando e che, su media-larga scala, avrebbe delle ricadute anche sociali sulla tenuta economica delle famiglie.

L’esigenza di alleggerire il sistema previdenziale e di rilanciare i consumi riguarda un po’ tutti i paesi europei, e dunque un’ipotesi di questo tipo potrebbe in futuro interessare anche l’Italia. Tanto più tenendo conto del fatto che l’erogazione del Tfr in busta paga ogni mese (con tassazione ordinaria) rappresenta già una scelta che va in quella direzione, pur su scala minore. La risposta degli italiani all’iniziativa è stata fin qui deludente, presumibilmente proprio a causa della tassazione ordinaria del Tfr in busta ogni mese (mentre nella versione “fine rapporto” mantiene la tassazione agevolata). Ma l’operazione è appena partita, ed è ancora presto per tirare le somme.

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