Fisco

In tre anni 218mila cause IRAP

La correzione di rotta sull’Irap per professionisti, lavoratori autonomi e mini-aziende resta una delle priorità della delega fiscale, come ha confermato martedì in commissione Finanze del Senato il sottosegretario all’Economia, Vieri Ceriani. Anche perché l’intervento, diretto a circoscrivere il concetto di “autonoma organizzazione”, potrebbe avere un doppio beneficio: da un lato, alleggerire il carico tributario per i tanti contribuenti “a rischio”, costretti in questi anni a versare l’imposta, salvo avviare un braccio di ferro giudiziario con l’amministrazione finanziaria; dall’altro lato, la riforma potrebbe in tempi brevi ridurre un contenzioso che è diventato sempre più ampio.
Solo nel 2011, come emerge dalla relazione sul contenzioso elaborata dalla Direzione della giustizia tributaria, sono pervenuti alle commissioni tributarie provinciali 47.495 ricorsi relativi a dispute in materia di Irap (o di Irap congiunta con altre imposte), pari al 18,2% del numero complessivo di liti fiscali instaurate in Italia (259.957). A questi vanno aggiunti i circa 15mila ricorsi pervenuti, sempre lo scorso anno, alle commissioni tributarie regionali (pari al 21,8% del totale). Nel 2011, tra primo grado e appello, sono stati iscritti nei ruoli delle commissioni tributarie, quindi, più di 63mila liti scaturite dall’Irap. Un dato in calo rispetto al 2009 quando sono stati presentati circa 79mila ricorsi in materia di Irap (62mila davanti alle commissioni provinciali e 17mila in secondo grado), e al 2010 quando ne sono stati depositati poco meno (60mila in primo grado e 17mila presso le commissioni regionali). In pratica in soli tre anni dalle contestazioni sull’applicazione dell’Irap sono scaturite 218mila cause. Una quota considerevole visto che al 31 dicembre 2011 risultavano pendenti in totale tra commissioni provinciali e regionali 739mila ricorsi.
La riduzione progressiva del numero di liti negli ultimi anni – dalle circa 80mila del 2009 alle 63mila del 2011 – va di pari passo con l'”erosione”, in parte giurisprudenziale, in parte normativa, del campo di applicazione dell’Irap. Sul fronte delle piccole imprese e dei professionisti, infatti, la “svolta” interpretativa della Cassazione si è avuta nel 2010 (con le pronunce 21122, 21123 e 21124) con il riconoscimento dell’esenzione dal pagamento dell’Irap per i coltivatori diretti, gli artigiani, i piccoli commercianti e le mini imprese che esercitano l’attività “prevalentemente” con il proprio lavoro. Finora la giurisprudenza ha fissato alcuni paletti. Si rientra nei confini dell’area “Irap free” se non si è responsabili di una struttura organizzativa, se non si hanno dipendenti o collaboratori fissi e se, nello svolgimento dell’attività, non si utilizzano beni strumentali oltre il minimo necessario. Spetterà ora al Parlamento il compito di tradurre queste indicazioni in regole precise e inconfutabili, capaci non solo di “sminare” il terreno da possibili nuovi conflitti, ma anche di chiudere gli oltre 120mila processi tributari attualmente aperti.
Non sarà un compito facile, tuttavia. Non bisogna dimenticare che il gettito dell’Irap copre gran parte del fabbisogno della spesa sanitaria e di questi tempi individuare entrate alternative appare davvero complicato. Il gettito dell’Irap, proprio a seguito dei “tagli” all’ambito di applicazione, del resto, è già in contrazione. Nei primi otto mesi del 2012 ha generato entrate per 17.180 milioni di euro, con un calo di 298 milioni (-1,7%), rispetto allo stesso periodo del 2011. E se dall’imposta regionale sulle attività produttive si incassavano, tra il 2006 e il 2007, circa 40 miliardi di euro, negli ultimi tre anni il gettito si è assestato sui 33-34 miliardi.

[alert_custom]SOLTANTO LA STRUTTURA GIUSTIFICA L’IMPOSTA[/alert_custom]

La logica economica dell’Irap, faticosamente seguita dal confezionamento giuridico, è tassare il valore aggiunto economico rispetto ai servizi di impresa consumati nella produzione, e distribuito tra salari, interessi e profitti. La deduzione delle spese per prestazioni di impresa e professionali si giustifica con l’obiettivo di evitare duplicazioni, in quanto il valore aggiunto sarà tassato presso i percettori.
L’esclusione da Irap delle attività non organizzate rompe questa simmetria, ma fa venire allo scoperto un equivoco del nostro ordinamento tributario, che considera “imprese”, e come tali soggette ad Irap, anche attività di lavoro indipendente, prive di qualsiasi struttura. È un equivoco di fondo che si ripresenta stavolta per l’Irap, ma che si aggira sotto tanti altri profili, non ultimo quello dei «dividendi del fruttivendolo», che il governo sta portando avanti con l’introduzione dell’imposta sui redditi delle imprese. Per chi organizza solo il proprio lavoro, non ha senso l’applicazione dell’Irap, visto che il problema, quando i clienti di questi soggetti sono consumatori finali persone fisiche, è quello della mancata registrazione dei ricavi. Inutile aggiungere un terzo tributo su attività dove la ripartizione è tra salari, profitti e interessi, perché il valore aggiunto è in genere tutto assorbito dalla remunerazione del lavoro del titolare. Quando, però, questi soggetti non organizzati vengono pagati da un’azienda strutturata, la deduzione dei corrispettivi ai fini Irap crea un salto di imposta, con un “vuoto d’Irap”; il fornitore “non organizzato” non è infatti tassato in proprio ai fini Irap, ma il cliente deduce il corrispettivo; ne deriva una detassazione integrale delle relative somme, e violazione del principio di neutralità delle forme giuridiche rispetto alla determinazione della ricchezza: se, infatti, l’impresa assume i collaboratori paga l’Irap, mentre se li utilizza come fornitori indipendenti né loro né lei pagano l’imposta.
La via d’uscita, anziché convenzionali e artificiose definizioni di organizzazione, è la simmetria. Cioè la mancata deduzione ai fini Irap, in capo al cliente, delle somme erogate ai fornitori esclusi da Irap per difetto di organizzazione.

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