Diritto

In Cassazione necessaria la presenza di motivi specifici di doglianza

In Cassazione necessaria la presenza di motivi specifici di doglianza
Nel ricorso per cassazione è necessario che le censure sollevate siano adeguatamente e specificamente motivate, pena l’inammissibilità del ricorso stesso per mancanza dei motivi per i quali si richiede la cassazione, aventi carattere di specificità, completezza e riferibilità alla decisione impugnata

Nel ricorso per cassazione è necessario che le censure sollevate siano adeguatamente e specificamente motivate, pena l’inammissibilità del ricorso stesso per mancanza dei motivi per i quali si richiede la cassazione, aventi carattere di specificità, completezza e riferibilità alla decisione impugnata.

Con ordinanza n. 185 del 18 gennaio 2014, la Corte di Cassazione ha così rigettato il ricorso presentato dall’Agenzia delle Entrate dichiarandolo inammissibile per mancanza di motivi specifici di doglianza.

La vicenda trae origine dall’impugnazione da parte di una società di una cartella di pagamento per riscossione di sanzioni irrogate per acquisti di beni senza fattura.

Nello specifico, la contribuente nel costituirsi in giudizio eccepiva l’illegittimità dell’iscrizione a ruolo e rilevava come, riguardando le sanzioni delle violazioni di natura formale, la società si era avvalsa del condono di cui all’art. 9, legge n. 289/2002.

In primo grado i giudici, con sentenza n. 174/08/2006, accoglievano integralmente il ricorso della contribuente e avverso tale sentenza proponeva tempestivo appello l’Agenzia delle Entrate.

La Ctr di Bari confermava la sentenza di primo grado e rigettava l’appello evidenziando come non risultava che la procedura di definizione ai sensi dell’art. 9 citato, promossa dalla società contribuente fosse stata ritenuta invalida ed inefficace dall’Amministrazione in epoca antecedente alla emissione della cartella; ed infatti, non solo l’Amministrazione non aveva adottato alcun atto ma, anzi, aveva trattenuto le somme versate per l’istanza di definizione, ritenendo così implicitamente valida ed efficace l’istanza presentata.

Avverso tale decisione l’Agenzia delle Entrate ha, quindi, proposto ricorso per Cassazione deducendo la violazione e falsa applicazione degli articoli 9 e 15, legge n. 289/2002.

Ebbene, i giudici di legittimità hanno rigettato il ricorso, dichiarando il motivo di impugnazione inammissibilmente formulato, per due ordini di motivi:

  • innanzitutto, perché le doglianze di parte ricorrente, facendo riferimento a delle produzioni documentali (e sulla premessa implicita che il giudicante le avrebbe ignorate) avrebbero dovuto costituire oggetto di una censura per difetto di motivazione della pronuncia;
  • in secondo luogo, perché le doglianze prospettate nell’ottica della violazione di legge attenevano a profili argomentativi che non erano stati affatto oggetto della sentenza di secondo grado.

Da tanto è derivata, secondo la Suprema Corte, la violazione del consueto principio secondo cui “la proposizione, mediante il ricorso per cassazione, di censure prive di specifica attinenza al «decisum» della sentenza impugnata comporta l’inammissibilità del ricorso per mancanza di motivi che possono rientrare nel paradigma normativo di cui all’art. 366, comma primo, n. 4 cod. proc. civ. Il ricorso per cassazione, infatti, deve contenere, a pena di inammissibilità, i motivi per i quali si richiede la cassazione, aventi carattere di specificitàcompletezza e riferibilità alla decisione impugnata e l’esposizione di ragioni che illustrino in modo intelligibile ed esauriente le dedotte violazioni di norme o principi di diritto, ovvero le carenze della motivazione, restando estranea al giudizio di cassazione, qualsiasi doglianza che riguardi pronunzie diverse da quelle impugnate (Cass. sez. V, sentenza n. 17125 del 03/08/2007)”.

Corte di Cassazione – Ordinanza N. 185/2014

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