Diritto

In assenza di elementi contrari le presunzioni fiscali legittimano il sequestro

In assenza di elementi contrari, le presunzioni fiscali legittimano il sequestro
Utilizzabili in sede penale le presunzioni del fisco se l’imputato non ha contestato il PVC

Le presunzioni legali previste dalle norme tributarie, pur non potendo costituire di per sé fonte di prova della commissione dei reati tributari (e dunque non idonee di per sé a sorreggere una condanna in sede penale), hanno un valore indiziario sufficiente ad integrare il “fumus” del reato. Pertanto, in assenza di elementi di segno contrario e di precise contestazioni al Pvc della Guardia di Finanza, sono idonee a giustificare l’applicazione di una misura cautelare reale. A ribadire questo principio è la Corte di Cassazione, con la sentenza n. 26746, depositata il 25 giugno 2015.

IL FATTO
Il caso trae origine da una ordinanza con cui il Tribunale del riesame di Salerno rigettava una istanza di riesame avente ad oggetto il sequestro preventivo funzionale alla confisca per equivalente dei beni mobili ed immobili nella titolarità di un contribuente, in quanto indagato per diversi reati tributari.
In particolare, il giudice del riesame, dopo aver operato una ricognizione delle imputazioni e degli elementi scaturiti dall’attività di indagine seguita agli accertamenti della GdF, aveva ritenuto sussistente il fumus di tutti i delitti contestati all’indagato, osservando, quanto alla determinazione delle imposte evase, che dall’analisi dei dati contabili, registri IVA, rapporti bancari, rilevanti accrediti su conti correnti personali rimasti senza giustificazione anche in sede di PVC, la stessa si prestava ad essere messa in discussione nella fase cautelare, anche alla luce del fatto che la difesa non aveva offerto una lettura contabile alternativa dei medesimi dati, limitandosi a contestare il metodo di calcolo della base imponibile.

Avverso tale ordinanza l’indagato ricorreva in cassazione lamentando, in sostanza, che la GdF aveva impropriamente determinato la base imponibile dei redditi ricorrendo unicamente alla presunzione fiscale di cui all’art. 32, D.P.R. n. 600/1973, valida esclusivamente in sede fiscale ma non utilizzabile in sede penale, neppure per fondare l’applicazione di una misura cautelare.
Inoltre, nel caso di specie, la GdF aveva quantificato i redditi solo sulla base dei versamenti, ignorando totalmente l’analisi dei prelievi, anch’essi numerosi e consistenti, i quali dovevano dunque essere considerati dei costi.

LA DECISIONE DELLA CORTE DI CASSAZIONE
La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso presentato dall’indagato. In particolare, i Supremi giudici ricordano che la giurisprudenza della Cassazione è ormai consolidata nell’affermare che le presunzioni legali previste dalle norme tributarie, pur non potendo costituire di per sé fonte di prova della commissione dei reati tributari (e dunque non idonee di per sé a sorreggere una condanna in sede penale), hanno un valore indiziario sufficiente ad integrare il “fumus” del reato.
Pertanto, in assenza di elementi di segno contrario, sono idonee a giustificare l’applicazione di una misura cautelare reale.
Tanto più che, nella specie, l’indagato non aveva fornito alcun elemento idoneo a contestare il Pvc della Guardia di Finanza, ma si era limitato a confutare il metodo di calcolo della base imponibile.

Ne consegue il rigetto del ricorso.

La normativa tributaria prevede una serie di presunzioni legali a favore dell’Amministrazione finanziaria che trasferiscono sul contribuente l’onere della prova contraria.
Tipica presunzione fiscale è quella prevista dall’art. 32, comma 1, n. 2), D.P.R. n. 600/1973, in materia di indagini finanziarie.
Tale norma prevede che i versamenti sui conti correnti possono essere posti a base d irettifiche ed accertamenti come maggiori ricavi o compensi, se il contribuente non dimostra che ne ha tenuto conto per la determinazione del reddito soggetto ad imposta o che non hanno alcuna rilevanza allo stesso fine.
Viceversa i prelevamenti e gli importi riscossi vengono considerati ricavi o compensi se il contribuente non è in grado di indicare il beneficiario di tali somme ovvero non risultano dalle scritture contabili.
Specificamente, quindi, si richiede al contribuente di fornire dati, notizie e documenti idonei a dimostrare che le movimentazioni dei suoi conti bancari abbiano avuto o meno rilevanza ai fini della determinazione del suo reddito o del volume d’affari ai fini Iva.
In assenza di tale dimostrazione, le singole operazioni sono poste a base delle rettifiche del fisco.
Corte di Cassazione – Sentenza N. 26746/2015

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