Diritto

In arrivo la «white list» per le aziende appaltatrici

White list in tutte le prefetture per snellire le procedure antimafia delle imprese
White list in tutte le prefetture per snellire le procedure antimafia delle imprese

White list in tutte le prefetture per snellire le procedure antimafia delle imprese. A palazzo Chigi è stato approvato il Dpcm per dare il via all’istituzione e l’aggiornamento «degli elenchi dei fornitori, prestatori di servizi ed esecutori non soggetti a tentativo di infiltrazione mafiosa». Dalla pubblicazione in Gazzetta Ufficiale, ormai prossima, le prefetture avranno un mese di tempo per organizzarsi e alla scadenza il Dpcm sarà in vigore.
L’iscrizione alle liste è volontaria e dura 12 mesi. Una delle logiche che ispira il testo è ridurre il carico burocratico per le imprese: nella domanda esse devono solo indicare i settori di attività e il proprio indirizzo di posta elettronica. La prefettura avrà 90 giorni di tempo per dare l’ok consultando la Banca dati nazionale unica della documentazione antimafia – ora in fase di definizione – e, in attesa della Banca dati antimafia, farà i controlli con i collegamenti informatici previsti dal Codice antimafia (articolo 99, comma 2 bis).

Le prefetture, inoltre, renderanno pubbliche le white list nel proprio sito alla sezione «Amministrazione trasparente». Il decreto stabilisce anche che le stazioni appaltanti non devono richiedere la certificazione antimafia alle imprese iscritte in questi elenchi certificati dalle prefetture. Al di là delle procedure di organizzazione, il provvedimento è un altro passo avanti nella sfida del contrasto alla mafia in un’alleanza con il mondo delle imprese sane. Ci sono ancora diverse norme da portare a termine per completare il mosaico: il regolamento sulla Banca dati antimafia, per esempio, ma anche il decreto sul rating per le imprese ancora all’esame del ministero dello Sviluppo economico. Certo è che al Viminale il lavoro del ministro Anna Maria Cancellieri in un anno e mezzo ha ripreso e rilanciato la battaglia di Confindustria – in particolare di Antonello Montante e Ivan Lo Bello – cominciata con «fuori gli iscritti che pagano il pizzo».

Il decreto sulle white list è un pezzo importante di un procedimento più ampio condiviso tra l’Interno e Confindustria per ristabilire e condividere logiche e regole della lotta alle infiltrazioni mafiose nell’economia. Un processo di innovazione fondato sul principio che quello delle imprese rispettose della legalità di stare sul mercato senza essere soffocate da una burocrazia occhiuta e formalistica è non solo un diritto da tutelare a tutti i costi, ma anche condizione riconosciuta di convenienza e di incentivo. C’è voluto e serve un lavoro complesso per rivedere le norme portato avanti, tra l’altro, dal comitato di coordinamento per l’alta sorveglianza sulle grandi opere, presieduto dal prefetto Bruno Frattasi. La scommessa del ministero dell’Interno sulle white list è che siano presto riempite da un numero elevato di aziende, consapevoli dell’importanza di questi elenchi. L’attribuzione del rating di legalità alle imprese è un altro passaggio – culturale e pratico – essenziale: perché un punteggio elevato, che riconosce il massimo rispetto della legalità da parte dell’azienda, prevede agevolazioni e riduzioni del costo dell’accesso al credito. «Perciò il decreto che manca dovrà essere licenziato presto. Altrimenti – accusa Montante – è come se si ostacolassero le tante imprese sane che con coraggio e scrupolo rispettano le regole del mercato e dello Stato».

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