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Imu, arriva la stangata sulle imprese: l’acconto cresce fino al 200%

Imu, arriva la stangata sulle imprese: l'acconto cresce fino al 200%
A Milano e Roma si pagherà il 50% in più del 2012 ma in altri casi l’aumento potrà essere quadruplo; Alberghi e centri commerciali si vedono incrementare dell’8,3% il valore fiscale di riferimento

Mentre tutta la politica si concentra sulla sospensione dell’acconto Imu per l’abitazione principale, i tecnici studiano le modalità per compensare i Comuni e la polemica fra i leader mette in gioco (almeno a parole) la sopravvivenza stessa del Governo appena nato; nel silenzio generale anche le imprese sono chiamate alla cassa per il primo versamento del 17 giugno. Per i capannoni (e in generale per gli immobili strumentali alle attività delle aziende), non solo non si parla di sospensione, ma le regole già in vigore preparano una doppia stangata rispetto ai valori, già elevatissimi, pagati lo scorso anno.

La prima è per tutti ed era già contenuta nel decreto «Salva-Italia» di fine 2011, che aveva messo in calendario per quest’anno un nuovo aumento dell’8,33% per i valori fiscali di riferimento di questi immobili (il moltiplicatore passa da 60 a 65) dopo gli incrementi del 20% introdotti l’anno scorso.
La seconda è “riservata” a chi si trova nei Comuni che hanno aumentato le aliquote quest’anno o l’anno scorso, perché la rata di giugno si calcolerà sulla base delle scelte locali (quelle 2012 se non ci sono delibere nuove) e non più sul parametro standard del 7,6 per mille come avvenuto l’anno scorso. Già nel 2012, l’aliquota «ordinaria» destinata a questi immobili è aumentata nel 50,4%, e fra i Comuni che l’hanno gonfiata ci sono praticamente tutte le città maggiori, per cui nei fatti anche questo rincaro è quasi generalizzato.

I numeri mostrano bene le dimensioni del problema: un capannone di 2mila metri quadrati in un’area industriale milanese a giugno 2012 ha versato quasi 12.100 euro, con un’impennata dell’82,4% rispetto a quanto chiedeva l’Ici. Il conto da pagare nelle prossime settimane sale invece oltre quota 18.250 euro, con un nuovo aumento del 51,1% rispetto a 12 mesi fa e un super-aumento del 175,6% rispetto ai tempi della vecchia Ici. Un po’ più leggero (si fa per dire) il confronto con l’Ici a Roma, Torino e Napoli (+96,9%) ma solo perché in queste città anche l’antenata dell’Imu era arrivata al valore massimo consentito all’epoca (il 7 per mille) mentre il capoluogo lombardo si accontentava del 5 per mille.

Lontano da questi grandi centri e in particolare per alcune categorie di imprese che il vecchio fisco locale considerava meritevoli di un trattamento speciale, gli aumenti effettivi saranno ancora più pesanti. Per esempio a Ferrara, come in altri Comuni, l’amministrazione aveva deciso di alleggerire il conto per le imprese a inizio attività, o per chi rilevasse immobili strumentali da un fallimento per garantire il mantenimento dell’occupazione in quell’area, e destinava a questi immobili l’aliquota “ultralight” del 4 per mille. Dal 2013, però, questi sconti sono vietati per legge, perché il gettito prodotto dall’aliquota standard del 7,6 per mille viene dirottato allo Stato e i Comuni non possono incidere in alcun modo sulla riserva statale: in questi casi, di conseguenza, l’aumento minimo rispetto all’anno scorso sarà del 106%, e potrebbe arrivare al 187% nei Comuni che decideranno di applicare a tutti la maggiorazione.

La riserva statale sugli immobili «produttivi», infatti, vieta gli sconti ma non mette limiti agli aumenti, che grazie alle maggiorazioni locali possono riportare l’aliquota al tetto del 10,6 per mille. È probabile, anzi, che la nuova distribuzione delle risorse, che assegna allo Stato il doppio del gettito realizzato con questi immobili rispetto all’anno scorso (quando Stato e municipi si dividevano a metà i valori ad aliquota standard), moltiplichi gli incrementi anche fra i Comuni che finora non avevano sfruttato questa leva fiscale. In linea generale, l’aumento della quota statale è compensato dal fatto che ai sindaci vanno tutti i frutti fiscali delle abitazioni, ma nei tanti Comuni in cui è alta l’incidenza dei fabbricati industriali (o, nelle zone turistiche, degli alberghi, che appartengono alla stessa categoria catastale dei capannoni) lo scambio non sarà a costo zero: e il nuovo «Fondo di solidarietà», ancora da costruire ma già tagliato per 2,25 miliardi dalla spending review, difficilmente potrà pareggiare i conti.

Per negozi e uffici, invece, la base imponibile rimane la stessa dell’anno scorso (già cresciuta del 20% per gli uffici e del 62% per gli esercizi commerciali rispetto all’epoca dell’Ici), ma anche queste attività vengono colpite dalle nuove regole dell’acconto: anche per loro, la rata di giugno sarà calcolata in base alle aliquote comunali, decise nel 2012 (o nel 2013, se la delibera arriverà in tempo al dipartimento Finanze), e non più in base ai valori statali del 7,6 per mille: nel 50,5% dei Comuni, dove abita però la grande maggioranza degli italiani, la rata crescerà.

Le nuove regole, insomma, colpiscono in modo più o meno pesante tutte le attività produttive, cioè proprio quelle che nel passaggio dall’Ici all’Imu hanno già subìto lo scalone peggiore lo scorso anno. Per un negozio di 100 metri quadrati in una bella zona di Napoli, di conseguenza, si sarà chiamati a versare a giugno 738 euro, invece dei 529 pagati nella tarda primavera dello scorso anno e dei 301 versati a giugno del 2011 quando ancora l’imposta comunale sul mattone si chiamava Ici. A Roma l’aliquota è la stessa, ma le tariffe d’estimo che governano i calcoli dell’imposta sono molto più alte e lo stesso negozio, in una zona analoga, sarà chiamato a versare in acconto 2.830 euro, invece dei 2.029 dello scorso anno (erano 1.155 nel 2011). Come sempre, il confronto con l’Ici è ancora più plateale a Milano, che fino al 2011 si caratterizzava per aliquote leggere grazie ai margini che paradossalmente in epoca pre-federalista lasciavano maggiore libertà d’azione ai Comuni: il nostro negozio del centro, trasportato a Milano, pagherà un acconto da 1.800 euro, cioè 3,4 volte i 525 euro che segnavano l’appuntamento di giugno con l’Ici.

Aumenti stellari, che diventano ancora più gravi in tempi di crisi dei consumi che erodono il conto economico dei commercianti, e di contrazione del turismo che pesa su alberghi chiamati a gestire anche l’imposta di soggiorno. Certo, nei Comuni che già l’anno scorso hanno portato al massimo l’aliquota sugli immobili diversi dall’abitazione principale il rincaro di giugno renderà più leggera la rata di dicembre, perché in questi casi l’imposta annuale complessiva ha già toccato i massimi e non può crescere ancora. A dicembre, oppure già a ottobre nei Comuni che non decideranno diversamente e si manterranno di conseguenza fedeli al calendario statale, è in programma l’appuntamento con la Tares: e nei 6.700 Comuni (l’82% abbondante del totale) che nel 2012 applicavano la Tarsu, il cambio di sigla del tributo sui rifiuti si trasformerà in una moltiplicazione del conto fino a 7 volte. Secondo i calcoli di Confcommercio, per esempio, un ristorante milanese da 200 metri quadrati vedrà salire la bolletta dei rifiuti da 800 a oltre 4.700 euro, mentre un negozio di ortofrutta (100 metri quadrati) passerà da 400 a oltre 3mila euro: impennate in grado di polverizzare qualsiasi abbassamento del saldo Imu.

Viste le condizioni della finanza locale, su cui pesa anche l’incognita dei tagli della spending review, le aliquote ordinarie dell’Imu sembrano destinate a salire anche in molti degli enti che finora le avevano mantenute ai livelli standard. In un quadro come questo, ogni ipotesi (finora ventilata sottovoce) di far gravare sulle categorie produttive una parte delle mancate risorse per lo stop all’Imu sulle abitazioni principali offrirebbe il colpo finale.

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