Diritto

Imputato di concussione, patteggia la pena: legittimo il licenziamento fondato sulla sentenza di patteggiamento

Imputato di concussione, patteggia la pena: legittimo il licenziamento fondato sulla sentenza di patteggiamento
L’ammissione di responsabilità dell’imputato e il conseguente patteggiamento della pena giustifica il licenziamento per giusta causa

Una società aveva contestato ad un suo dipendente di aver riportato una condanna per il reato di concussione (ex art. 317 cod. pen.) in forza di una sentenza di patteggiamento (ex art. 444 cod. proc. pen.), divenuta irrevocabile; in esito al procedimento disciplinare, aveva intimato il licenziamento per giusta causa.

Il dipendente ha impugnato il licenziamento, sollevando una serie di eccezioni formali e sostanziali, tutte respinte dal Tribunale di Busto Arsizio (Tribunale di Busto Arsizio, Ordinanza 4 giugno 2013) in accoglimento delle tesi datoriali.

In particolare, il Tribunale ha ritenuto legittimo il licenziamento nel merito, in base al contratto collettivo applicato (CCNL gas e acqua), che, all’art. 21, comma 1, n. 7, consente al datore di lavoro di procedere al licenziamento senza preavviso nei confronti dei lavoratori  “che commettano azioni che costituiscano delitto ai termini di legge”; tra questi vengono annoverati i delitti a cui sia conseguita una “condanna ad una pena detentiva con sentenza passato in giudicato, per azione commessa non in connessione con lo svolgimento del rapporto di lavoro, che lede la figura morale del lavoratore”.

Il Giudice adito ha interpretato la disposizione nel senso che alla sentenza passata in giudicato in esito a dibattimento debba essere equiparata la sentenza di patteggiamento divenuta irrevocabile, dovendosi ritenere che le parti contrattuali abbiamo voluto – con tale previsione – dare rilievo anche al caso in cui l’imputato non abbia negato la propria responsabilità ed abbia esonerato l’accusa dall’onere della relativa prova in cambio di una riduzione della pena.

Il principio è condivisibile perché la richiesta di applicazione della pena è una forma di ammissione di responsabilità da parte dell’imputato richiedente, il quale, implicitamente e volontariamente, rinuncia ad avvalersi della presunzione di non colpevolezza, la cui tutela rimane affidata al potere del giudice di emettere una sentenza di proscioglimento ex art. 129 cod. proc. pen. (nel caso di specie, insussistente).

La decisione in esame è interessante anche laddove ha giudicato di alcuni pretesi vizi formali. Segnatamente, la sentenza ha ritenuto sufficientemente specifica la contestazione disciplinare, con la quale al dipendente era stata semplicemente addebitata la pronuncia della sentenza penale di condanna per il reato di cui all’art. 317 cod. pen., senza che si fosse provveduto ad elencare in dettaglio i comportamenti illeciti su cui essa era basata; ciò in quanto – secondo il Tribunale – attraverso il riferimento alla sentenza e al reato di concussione devono intendersi contestati, per relationem, tutti i fatti di concussione commessi dal dipendente e posti a fondamento della condanna. Del resto, il dipendente, a cui i fatti erano noti per essere egli stato parte del procedimento penale, aveva potuto esercitare appieno il suo diritto di difesa. La contestazione è stata, altresì, giudicata tempestiva, considerati due elementi: ai fini dell’immediatezza rileva la data di pubblicazione della sentenza definitiva non certo il momento della consumazione dei fatti e, nella fattispecie, la società aveva proceduto alla contestazione dopo circa due mesi dal deposito della decisione; la società era a struttura complessa e specifiche norme regolamentari prevedevano che il procedimento disciplinare fosse preceduto da una delibera del Consiglio di amministrazione, a seguito della quale era stata subito effettuata la contestazione.

Anche il licenziamento è stato giudicato tempestivo. Nel caso deciso, il contratto collettivo prevedeva un termine massimo per l’irrogazione della sanzione, ovvero dieci giorni dalla scadenza dei cinque giorni assegnati al lavoratore per presentare le sue giustificazioni. In fattispecie, il ricorrente aveva chiesto l’ultimo dei cinque giorni a sua disposizione di essere sentito personalmente, pur avendo già presentato giustificazioni scritte. La società aveva acconsentito, fissando all’uopo l’incontro; in sede giudiziale, il dipendente aveva eccepito – in mala fede – che il licenziamento era stato intimato fuori termine.

Sul punto, il Tribunale  ha evidenziato che quando il lavoratore chieda al proprio datore di essere sentito personalmente per rendere le giustificazioni e ciò avvenga oltre il termine concessogli – per legge o per contratto – per giustificarsi, lo stesso lavoratore non può invocare, a suo favore, il decorso del termine decadenziale; infatti, in tal caso, la tempestività dell’irrogazione della sanzione deve essere valutata con riferimento all’audizione o al giorno fissato per l’audizione, atteso che, solo da quel momento, il datore di lavoro può valutare le eventuali giustificazioni e decidere la sanzione da  applicare.

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