Diritto

Imposta di registro: solidarietà esclusa con la prova dell’estraneità all’operazione

Imposta di registro: solidarietà esclusa con la prova dell’estraneità all’operazione
L’obbligazione solidale per il pagamento dell’imposta di registro dovuta in relazione ad una sentenza emessa in un giudizio con pluralità di parti non grava, quando si tratti di litisconsorzio facoltativo, indiscriminatamente su tutti i soggetti che hanno presto parte al procedimento unico: oggetto dell’imposta è il rapporto sostanziale, con conseguente esclusione dal vincolo di solidarietà dei soggetti ad esso estranei

Con la sentenza n. 25790 del 5 dicembre 2014, la Corte di Cassazione ha precisato – in tema di imposta di registro – che l’obbligazione solidale prevista dalla normativa tributaria per il pagamento dell’imposta dovuta in relazione ad una sentenza emessa in un giudizio con pluralità di parti non grava, quando si tratti di litisconsorzio facoltativo, indiscriminatamente su tutti i soggetti che hanno presto parte al procedimento unico: oggetto dell’imposta, quale indice di capacità contributiva, non è la sentenza in quanto tale, ma il rapporto sostanziale in essa racchiuso, con conseguente esclusione del vincolo di solidarietà nei confronti dei soggetti ad esso estranei.

IL FATTO
Il caso trae origine dal contenzioso instaurato tra due coniugi e l’Agenzia delle Entrate. Il ricorrente, chiamato in causa unitamente alla moglie, aveva dedotto in giudizio la simulazione dell’atto di vendita di un immobile in favore della figlia e l’inefficacia della permuta, di cui si chiedeva l’esecuzione in forma specifica in giudizio, intercorsa tra quest’ultima e la controparte contrattuale.

La CTR confermava la sentenza della CTP che annullava l’avviso di liquidazione relativo all’imposta di registro per l’omessa registrazione della sentenza del Tribunale, concernente il trasferimento, ai sensi dell’art. 2932 c.c., di tale immobile.

Contro la sentenza della CTR proponeva ricorso per cassazione l’Agenzia delle Entrate, in particolare sostenendo che la CTR aveva, da un lato, erroneamente definito il ricorrente” teste escusso”, trattandosi invece di parte del giudizio e, dall’altro, erroneamente escluso dalle parti in causa il ricorrente, chiamato in causa e che ha formulato deduzioni finalizzate ad affermare l’infondatezza della domanda.

LA DECISIONE DELLA CORTE DI CASSAZIONE
La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso dell’Erario. In particolare, la normativa tributaria (art. 57, DPR n. 131/1986), prevede che oltre ai pubblici ufficiali, che hanno redatto, ricevuto o autenticato l’atto, e ai soggetti nel cui interesse fu richiesta la registrazione, sono solidalmente obbligati al pagamento dell’imposta le parti contraenti, le parti in causa, coloro che hanno sottoscritto o avrebbero dovuto sottoscrivere le denunce e coloro che hanno richiesto taluni provvedimenti previsti dal codice di procedura civile.

Vero è, osservano i giudici di legittimità, che la Cassazione ha affermato che in tema di imposta di registro, l’obbligazione solidale (prevista dall’art. 57 TUR) per il pagamento dell’imposta dovuta in relazione ad una sentenza emessa in un giudizio con pluralità di parti non grava, quando si tratti di litisconsorzio facoltativo, indiscriminatamente su tutti i soggetti che hanno presto parte al procedimento unico, essendo oggetto dell’imposta, quale indice di capacità contributiva, non la sentenza in quanto tale, ma il rapporto sostanziale in essa racchiuso, con conseguente esclusione del vincolo di solidarietà nei confronti dei soggetti ad esso estranei, ma è altrettanto vero che, nel caso in esame, la situazione si presentava diversa.

Ed infatti, rilevano i Supremi Giudici, il contribuente, nella fattispecie in esame, non è rimasto estraneo al rapporto, essendo stato chiamato in giudizio dalla figlia che aveva dedotto di essere persona fittiziamente interposta dai genitori relativamente alla proprietà del terreno in questione ed avendo il ricorrente formulato domande aventi rilievo nel rapporto processuale, quali la simulazione dell’atto di trasferimento con la figlia, l’inefficacia della scrittura privata di permuta dalla figlia alla controparte contrattuale, la estraneità della figlia al giudizio, la risoluzione del contratto di permuta per inadempimento dello stesso contraente e il rigetto dalla domanda principale per carenza di legittimazione attiva dell’attore.

Tali elementi, a giudizio della Corte supportavano la tesi secondo cui in realtà il genitore doveva essere considerato parte “in causa” e non invece, così come ritenuto nella sentenza impugnata, mero “teste escusso”.
Da qui, dunque, l’accoglimento del ricorso.

Corte di Cassazione – Sentenza N. 25790/2014

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *