Diritto

Illegittimo il raddoppio dei termini di accertamento in assenza di prove sufficienti

Illegittimo il raddoppio dei termini di accertamento in assenza di prove sufficienti
È illegittimo l’utilizzo del raddoppio dei termini di accertamento da parte dell’Amministrazione finanziaria laddove non sia in grado di produrre prove che possano consentire al giudice tributario di verificare la sussistenza del reato e dei presupposti dell’obbligo di denuncia penale

È illegittimo l’utilizzo del raddoppio dei termini di accertamento da parte dell’Amministrazione finanziaria laddove non sia in grado di produrre prove che possano consentire al giudice tributario di verificare la sussistenza del reato e dei presupposti dell’obbligo di denuncia penale. E’ questa la conclusione cui è giunta la CTR Veneto, sezione di Mestre, con la sentenza n. 877/19/15 depositata il 19 maggio 2015.

IL FATTO
Il caso trae origine dal ricorso presentato da una società avverso alcuni avvisi di accertamento notificati dall’Agenzia delle Entrate, ritenuti illegittimi per avere usufruito quest’ultima del raddoppio dei termini previsto dall’art. 43 del D.P.R. n. 600/73 in presenza di violazioni che comportano l’obbligo di denuncia penale.
La CTP aveva accolto il ricorso della società ritenendo che, nella fattispecie, il reato ipotizzato era già prescritto al momento dell’intervento dell’Agenzia delle Entrate e che, pertanto, non vi era alcun obbligo di denuncia da parte dell’Ufficio. Di conseguenza, quest’ultimo non avrebbe potuto avvalersi del raddoppio dei termini per l’accertamento.
Ad avviso dell’Ufficio, invece, l’art. 43 dovrebbe essere interpretato alla luce della sentenza 25 luglio 2011 n. 247 della Corte Costituzionale secondo la quale ciò che rileva è solo la sussistenza dell’obbligo di denuncia mentre il controllo giudiziario è limitato al riscontro dei presupposti dell’obbligo di denuncia penale e non riguarda l’accertamento del reato.

LA DECISIONE DELLA CTR VENETO
La CTR ha rigettato l’appello proposto dall’Agenzia delle Entrate. In particolare, dalla sentenza della Corte Costituzionale n. 247/2011 si possono dedurre i seguenti principi.
La legittimità del raddoppio dei termini per l’accertamento di cui all’art. 43, comma terzo, del D.P.R. n. 600/73 è subordinata alla sussistenza dell’obbligo di denuncia di una notizia di reato perseguibile d’ufficio.
In tal caso 1’Amministrazione finanziaria deve giustificare il ricorso al più ampio termine di cui all’art. 43 così che il giudice tributario possa, poi, controllare la sussistenza dei presupposti dell’obbligo di denuncia.
Tale ampliamento dei termini, che espone il contribuente ad un più lungo accertamento, deve essere circoscritto sotto un duplice aspetto.
Da un lato l’Amministrazione finanziaria deve esplicitare quale reato venga contestato al contribuente, fornendo la prova di aver effettuato la denuncia di cui all’art. 331 c.p.p., dall’altro lato il giudice tributario, se richiesto, dovrà controllare se sussistessero, all’epoca, i presupposti dell’obbligo di denuncia con una valutazione ora per allora (cosiddetta “prognosi postuma”) e quindi se l’Amministrazione abbia agito con imparzialità o abbia, invece, fatto uso pretestuoso e strumentale delle disposizioni denunciate al fine di fruire ingiustificatamente di un più ampio termine di accertamento.

Nel caso di specie, ad avviso dei giudici tali elementi non sembrano sussistere. In particolare, l’Amministrazione si era limita a dichiarare che la Procura della Repubblica aveva archiviato il procedimento penale ritenendo estinto il reato per prescrizione e che il raddoppio dei termini trovava la propria motivazione nell’art. 43, terzo comma, del D.P.R. n. 600/73 che è norma di legge, per cui non sarebbe stato necessario esplicitare alcuna ulteriore motivazione per la sua applicazione.
Tuttavia, così facendo l’Agenzia non avrebbe reso noto né quale reato fosse stato ipotizzato e denunciato, né chi ne fosse stato ritenuto l’autore, non essendo stata prodotta copia della notizia di reato di cui all’art. 331 c.p.p., né il decreto di archiviazione.
In tal modo non risultano provati dall’Ufficio i presupposti dell’obbligo di denuncia né è stato reso possibile il loro controllo da parte del giudice tributario.

Ne consegue l’illegittimità del raddoppio dei termini di accertamento non avendo l’Amministrazione finanziaria assolto all’onere probatorio, su di essa gravante, di provare la sussistenza di un fatto che comporta l’obbligo di denuncia penale ex art. 331 c.p.p. e il conseguente più ampio termine di cui all’art. 43.

CTR Veneto – Sentenza N. 877/19/15

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