Diritto

Illegittimo il licenziamento quando la prova non si riferisce ad una mansione certa

Illegittimo il licenziamento quando la prova non si riferisce ad una mansione certa
Illegittimo il licenziamento per mancato superamento di prova quando quest’ultima non sia individuabile in relazione al tipo di lavoro svolto, nemmeno per relationem

Illegittimo il licenziamento per mancato superamento di prova quando quest’ultima non sia individuabile in relazione al tipo di lavoro svolto, nemmeno per relationem. E al tempo stesso l’ex prestatore ha diritto a percepire solo cinque mensilità se a stretto giro trovi altra occupazione ben retribuita. Lo ha stabilito la Corte di Cassazione con la sentenza n. 3852 del 25 febbraio 2015.

IL FATTO
Il caso trae origine da una sentenza con cui la Corte d’Appello di Milano, in parziale riforma della decisione del Tribunale, ha ridotto a 5 mensilità l’entità del risarcimento dovuto da una società per il licenziamento illegittimo comminato ad una lavoratrice per mancato superamento della prova.
La Corte ha confermato la decisione del Tribunale con riferimento alla mancata specificazione delle mansioni nella lettera di assunzione, requisito essenziale per la validità della prova, nonché in relazione alla genericità dell’indicazione contenuta nel contratto di “marketing executive”, non ulteriormente specificabile per relationem al CCNL.
Infine la Corte ha rilevato che la lavoratrice aveva trovato lavoro nel marzo 2008 e che, pertanto, il risarcimento doveva essere limitato a 5 mensilità con conseguente condanna a restituire le somme superiori percepite.

Nel ricorso per cassazione, la lavoratrice rileva come sia necessario distinguere tra il periodo dal licenziamento alla sentenza e quello successivo all’ordine di reintegra così che mentre le somme dovute per il primo periodo con funzione essenzialmente risarcitoria possono essere ridotte dell’eventuale aliunde perceptum, quelle per il periodo dopo l’ordine di reintegra, stante la natura coercitiva e sanzionatoria dell’ordine di reintegra, devono essere sempre corrisposte anche nel caso di reperimento di altra occupazione. Censura pertanto la sentenza che ha limitalo il risarcimento nella sola misura di cinque mensilità ritenendo detraibile dalle somme maturate successivamente alla sentenza di primo grado quanto percepito per effetto della nuova occupazione nonostante l’inottemperanza della società all’ordine di reintegra.
Osserva infine che nella lettera di assunzione era indicato: “inquadramento quadro (fascia 30 della classificazione aziendale)”, cui corrispondeva la qualifica di marketing executive e che, dunque, pur se in modo sintetico, era specificata la mansione riconducibile a quella di funzionario esecutivo del marketing.

Ad avviso della società, invece, le mansioni che la lavoratrice avrebbe dovuto svolgere le erano state ampiamente rappresentate nella fase preassuntiva anche perchè pubblicizzate su internet e che di fatto tali mansioni aveva svolto durante il periodo di prova.
Anche ammessa la presunta formale indeterminatezza dell’oggetto del patto di prova – conclude la società -, la sostanziale conoscenza di quest’ultimo da parte della lavoratrice lo avrebbe reso idoneo allo scopo.

LA DECISIONE DELLA CORTE DI CASSAZIONE
La Corte di Cassazione accoglie in parte il ricorso presentato dalla lavoratrice. Sul punto, chiariscono gli Ermellini come il patto di prova apposto al contratto di lavoro, oltre a dover risultare da atto scritto, deve contenere la specifica indicazione delle mansioni che ne costituiscono l’oggetto, in relazione alle quali il datore di lavoro dovrà esprimere la propria valutazione sull’esito della prova.
Tale specificazione può essere operata anche “per relationem” alla qualifica di assunzione, ove questa (come nella specie) corrisponda ad una declaratoria del contratto collettivo che definisca le mansioni comprese nella qualifica sempre che il richiamo sia sufficientemente specifico (cfr. tra le tante Cass. n. 1957/2011, n. 11722/2009).

Nella specie, la società non ha assolto a tale obbligo di specificazione. La Corte territoriale ha affermato, da un lato, che la conoscenza delle mansioni oggetto della prova acquisita “aliunde” (colloqui o siti internet) non poteva sostituire l’obbligo di specificazione scritta imposto dalla legge. Dall’altro lato, la Corte ha fornito un’interpretazione della scrittura sottoposta alla lavoratrice che non è censurabile atteso che ha evidenziato che la qualifica di “marketing executive”, ammesso che fosse rinvenibile nel contratto collettivo aziendale (non avendo la società provveduto a depositare l’art. 7 del contratto collettivo aziendale richiamato nella lettera di assunzione), era una definizione generica priva di concreti riferimenti alla funzione attribuibile e, dunque, le mansioni non erano specificabili neppure per relationem.

Tuttavia, non è contestato che la lavoratrice dopo quattro mesi dal licenziamento avesse trovato altro stabile lavoro percependo una retribuzione anche superiore.
In tema di conseguenze patrimoniali del licenziamento illegittimo, l’importo pari a cinque mensilità della retribuzione globale di fatto previsto dall’art. 18, quinto comma, della legge 30 maggio 1970, n. 300 (nella formulazione applicabile “ratione temporis“), rappresenta una parte irriducibile della obbligazione risarcitoria complessiva conseguente all’illegittimo licenziamento: detto importo minimo costituisce una presunzione “juris et de jure” del danno causato dal recesso (cfr Cass. n. 22050/2014, 24242/2010, 24655/2006) ed è dovuto anche nel caso di specie cosi come correttamente deciso dal giudice di merito.

Nessun importo ulteriore spetta alla lavoratrice a titolo risarcitorio per il periodo successivo alla sentenza, posto che dalla regola generale di effettività e corrispettività delle prestazioni nel rapporto di lavoro deriva che, al di fuori di espresse deroghe legali o contrattuali, la retribuzione spetta soltanto se la prestazione di lavoro venga di fatto eseguita, salvo che il datore di lavoro versi in una situazione di “mora accipiendi” nei confronti del dipendente (Cfr., tra le altre, Cass. 21 novembre 2006 n. 24655 e 3 luglio 2014 n. 15251).

Illegittimo il licenziamento per mancato superamento di prova quando quest’ultima non sia individuabile in relazione al tipo di lavoro svolto, nemmeno per relationem. E al tempo stesso l’ex prestatore ha diritto a percepire solo cinque mensilità se a stretto giro trovi altra occupazione ben retribuita.
Corte di Cassazione – Sentenza N. 3852/2015

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