Diritto

Il rifiuto del datore di reintegrare il lavoratore nel posto di lavoro non configura reato penale

Il rifiuto del datore di reintegrare il lavoratore nel posto di lavoro non configura reato penale
Nel caso in cui il datore di lavoro non ottemperi spontaneamente al provvedimento con cui il giudice civile ha ordinato la reintegra del lavoratore nel posto di lavoro, il primo non commette alcun reato, ma può solo subire le conseguenze patrimoniali derivanti dal ritardo nell’ottemperanza del provvedimento del giudice

Non costituisce reato la mancata ottemperanza del datore di lavoro all’ordine del giudice civile avente ad oggetto la reintegrazione di un dipendente nel posto di lavoro, dando vita l’inadempimento solo a conseguenze patrimoniali che il lavoratore subisce per il ritardo nell’esecuzione dell’ordine di reintegra nel regime di tutela reale ai sensi dell’art. 18 dello Statuto dei lavoratori. Lo ha stabilito la Corte di Cassazione con la sentenza n. 6777 del 2 aprile 2015.

IL FATTO
Il caso trae origine dal contenzioso instaurato da un giornalista nei confronti della ex società editrice del quotidiano presso cui prestava attività lavorativa. La Corte di Appello, riformando in parte la sentenza di primo grado, confermata la natura subordinata del rapporto di lavoro svolto dal giornalista alle dipendenze della società editrice, ritenuta spettante la qualifica di collaboratore fisso ex art. 2 CNLG, dichiarava che la retribuzione dovuta al ricorrente, per la prestazione svolta dal 15 settembre 1993 al 3 marzo 1998, era pari a 65.000 euro, così determinata equitativamente in luogo del più favorevole trattamento commisurato alla retribuzione del redattore di prima nomina, riconosciuto in primo grado per tredici mensilità; per l’effetto, condannava la società al pagamento alla differenza tra la suddetta somma e quanto già corrisposto, oltre interessi e rivalutazione dalle singole scadenze al saldo; confermava le ulteriori statuizioni economiche emesse dal giudice di primo grado in conseguenza della dichiarata illegittimità del licenziamento, nonché la condanna della convenuta al risarcimento del danno alla professionalità per mancata esecuzione dell’ordine di reintegra nel posto di lavoro, per il quale in primo grado era stato liquidato un risarcimento pari a lire 36.000.000.

Contro la sentenza presentava ricorso per cassazione il giornalista, in particolare sostenendo – per quanto qui di interesse – l’erroneità della sentenza per avere la Corte di Appello respinto la richiesta di risarcimento del danno morale conseguente alla mancata esecuzione del provvedimento cautelare che aveva disposto la reintegra del medesimo nelle mansioni. In sintesi, si chiedeva alla Cassazione se il rifiuto del datore di lavoro di ottemperare al provvedimento cautelare che disponga la reintegrazione del lavoratore nel posto di lavoro integri un comportamento elusivo penalmente rilevante e se, accertato il rilievo penale dell’illecito rifiuto, sia dovuto al lavoratore il risarcimento dei danni non patrimoniali subiti in conseguenza di detto illecito e se il medesimo debba o meno essere considerato ricompreso nel risarcimento previsto dall’art. 18 dello Statuto dei lavoratori.

LA DECISIONE DELLA CORTE DI CASSAZIONE
La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso del lavoratore. Premettono, sul punto, gli Ermellini che la stessa Cassazione, in sede penale, ha affermato che non costituisce reato (in particolare, quello previsto dall’art. 388, comma 2, c.p., che punisce la “mancata esecuzione dolosa di un provvedimento del giudice”) la mancata ottemperanza all’ordine del giudice civile impartito d’urgenza (ovvero, ai sensi dell’art. 700 c.p.c.) ed avente ad oggetto la reintegrazione di un dipendente nel pubblico ufficio ricoperto.
É stato difatti osservato come, stante la tecnicità del lessico utilizzato dal legislatore nel parlare di “proprietà, di possesso e di credito”, l’art. 388 c.p. abbia mutuato dal diritto civile il proprio apparato concettuale, da cui la conseguenza che resta esclusa la configurabilità di tale reato in relazione alle situazioni in cui il provvedimento cautelare non sia stato emesso a tutela di un diritto di credito in senso stretto, pur potendo verificarsi che dal vulnus operato in danno del titolare della situazione soggettiva derivino conseguenze economiche negative.
A tale riguardo, ossia in relazione alle conseguenze patrimoniali che il lavoratore subisce per il ritardo nell’esecuzione dell’ordine di reintegra nel regime di tutela reale ai sensi dell’art. 18 dello Statuto dei lavoratori (nel testo vigente all’epoca dei fatti), il danno è predeterminato dal legislatore, con riferimento alla retribuzione globale di fatto dal giorno del licenziamento a quello della reintegrazione, ferma la possibilità di allegazione di un danno patrimoniale ulteriore.

Da qui, dunque, il rigetto del ricorso.

Corte di Cassazione – Sentenza N. 6777/2015

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